Archive for febbraio 2012

La rivista del lunedì. Aggiornamento del 27 febbraio

Filippo Motta: Di Etica, di Politica … e della signora Nunziatina

Guglielmo Tocco: Condannata l’Italia di Berlusconi e Maroni 

Elio Magnano: Il macellaio e l’articolo 18

Questa RIVISTA on line

Questo è un blog. UN semplice blog, ma vale per TRE. Perché le opinioni che vi leggete non sono solo di un blogger, ma di tre: Elio Magnano, Filippo Motta, Guglielmo Tocco. L’hanno voluto chiamare RIVISTA DEL LUNEDI’ solo perché piace loro questo nome. In linea di massima pensano di aggiornarlo settimanalmente, ma niente è stabilito.

Di Etica, di Politica … e della signora Nunziatina, di Filippo Motta


Ricorre, com’è noto, il “ventennale” di Mani Pulite. Qualche rievocazione, qualche foto d’epoca, pochi commenti, pochissime riflessioni.

Da un lato perché, di questi tempi, c’è ben altro di cui parlare; ad esempio, bisogna convincere la gente che per superare la crisi internazionale e per ottenere il diploma di “bravi europei” bisogna dare la libertà ai padroni ( pardon, agli imprenditori) di licenziare gli operai anche senza giusta causa (il celeberrimo “art. 18); e che diamine: Berlusconi, Marcegaglia, De Benedetti, Caltagirone e compagnia terzopolista (per non escludere nessuno dell’antico “arco costituzionale”) avranno pur il diritto di fare i padroni, o no?

Dall’altro, perché dopo quella stagione di ramazzate, di giustizialismo antipolitico e antipartitico, di severo uso delle manette e della carcerazione preventiva, non ci è rimasto un mondo più pulito, e tanta altra nuova sporcizia si è andata accumulando negli angoli e sotto i tappeti della “cosa pubblica”.

È rimasta, e  dovremmo esserne contenti, la diffusa opinione secondo cui la politica e l’economia devono essere ricondotte e sottoposte al primato dell’Etica. E il concetto “suona” così bene che non c’è chiacchieratore televisivo, equilibrista da taverna o da raffinato club privato, trombone con penna biro o con tastiera, che non lo riproponga in tutte le salse e in tutte le occasioni.

In realtà, quanto il “primato dell’Etica” possa risultare concetto ingenuo o addirittura pericoloso se non usato con avvedutezza, lo sa chi ha avuto la ventura di incontrare, fra le proprie letture, Croce ed Hegel, Weber e Luigi Sturzo, Machiavelli e Kant, o almeno uno di loro o dei loro epigoni.

Ma lo sa anche, più semplicemente, chi si rende conto che la legalità ha la sua concreta applicazione grazie al concorso di magistrati, investigatori, avvocati e pubblica opinione; l’economia grazie alla dialettica tra forze imprenditoriali e forze sindacali (e tante grazie anche al “mercato”, se è vero e libero mercato, visto che proprio non si riesce a farne a meno);  che anche la politica ha nei sistemi elettorali pluralistici e nel metodo democratico gli antidoti ai difetti del corporativismo e della dittatura; mentre l’etica non ha né strutture né interpreti “ufficiali”, e può essere affidata solo alla libera interazione di tutte le individualità; a meno che …

A meno che qualcuno, usurpando il posto che è della religione, pretenda di affermare un’etica assoluta e incontestabile, e confondendo l’illegale con il peccato, o addirittura la diversità con la colpa, faccia dell’etica (della “propria” etica, naturalmente) un randello per colpire tutti gli avversari.

In buona sostanza, credo che la politica vada giudicata attraverso categorie e strumenti “politici”, mantenendo quella equilibrata divisione dei poteri, e quella distinzione tra politica, etica e religione che costituisce uno dei tratti fondamentali della nostra civiltà e della nostra cultura.

Le invasioni di campo sono sempre, sempre, sempre strumentali, anche quando si presentano mascherate da Giustizia Universale. E quindi felice quel Paese – felice, speriamo presto, anche il nostro Paese – che corregge la “Politica” non attraverso imbonitori televisivi più o meno improvvisati paladini dell’Etica, o eventualmente con l’uso scientifico o malaccorto … dell’errore giudiziario senza responsabilità civile, bensì con l’uso vigile delle libertà democratiche.

A cominciare dall’ “uso” dei partiti; certo, è un paradosso che proprio i partiti democratici siano i primi a non credere nei metodi democratici: i bilanci non  sono trasparenti, le “carriere” avvengono solo per cooptazione dall’alto, e non ci sono quasi più neanche le “sezioni” cittadine o di quartiere dove poter discutere e litigare con soddisfazione.

Dopo “Mani Pulite”, piaccia o meno, i partiti  si sono indeboliti, e la “partitocrazia” si è allargata alle conventicole, ai gruppi di pressione, ai poteri forti sempre più forti, alle segrete stanze burocratiche e tecnocratiche.

I partiti sono ormai realtà politiche ultraframmentate e scarsamente coese, oppure partitini a conduzione familiare; non è stato un gran guadagno, e credo si debba contribuire a ridare dignità ai partiti, cioè ad associazioni volontarie di cittadini caratterizzate da unità d’intenti politici: il partito “debole” non garantisce affatto correttezza politica, stabilità, onestà; anzi, è un ulteriore elemento di degrado. E fuori dai partiti non ci sono affatto i profumati campi dell’Eden, ma anzi giungle attraversate da animali da rapina di ogni specie, che della “società civile” vogliono solo fare strame senza vincoli e senza controlli.

E la signora Nunziatina? Non la conoscete? Ma si, che la conoscete: è quella che incontrate al mercato, dove va per risparmiare; quella con due figli laureati che non riescono a “sistemarsi”; quella col marito in cassa integrazione e un mutuo-casa che non finisce mai.

La signora Nunziatina ha votato un po’ per tutti i partiti: a volte per convinzione, a volte per fare un favore, a volte nell’illusione di poter ottenere un favore. La signora Nunziatina è pronta a indignarsi contro chi non paga le tasse, però il canone tv non lo vuol pagare; da signorina sperava nell’aiuto del parroco, poi di uno zio del marito che faceva il portaborse di un politico importante, poi del suo medico curante che era diventato sindaco: ma in realtà, la signora Nunziatina non ha avuto niente da nessuno, e tutto ha dovuto guadagnarselo lavorando e soffrendo.

È ora di dire alla signora Nunziatina che il tempo delle illusioni è finito, che è ora di prestare meno credito a tromboni e imbonitori, a scemeggiati e litigate televisive, a presunti tribuni e giustizieri, ad asini vestiti da cavallo e a trafficanti vestiti da cavalieri : per dare un futuro migliore ai nostri figli, la strada passa attraverso una nuova rivitalizzazione dell’associazionismo democratico, che corregga gli errori sin qui commessi, ma che sappia dar vita a voci autorevoli e coerenti.

E, dopo, i partiti continuino pure a litigare tra loro: tanto, si sa, la democrazia è quel sistema politico assolutamente imperfetto che produce meno danni di tutti gli altri.

 

Filippo Motta

Candannata l’Italia di Berlusconi e Maroni, di Guglielmo Tocco

La notizia è questa:

La Corteeuropea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato all’unanimità l’Italia per i respingimenti versola Libia. L’Italia ha violato l’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani, quello sui trattamenti degradanti e la tortura.

Una condanna infamante, almeno per chi ha pudore, principi, senso della solidarietà e per quegli Stati che vogliono vivere nel rispetto delle leggi internazionali e nel rispetto delle popolazioni delle popolazioni e degli individui più deboli.

Strasburgo ha così condannato il nostro governo a versare un risarcimento di 15mila euro più le spese a 22 vittime, complessivamente circa 400 mila euro.

I fatti avvennero nel 2009, Presidente del Consiglio era Berlusconi, Ministro dell’Interno Maroni.

Dopo lo scellerato patto con Gheddafi, il cosiddetto trattato di amicizia, con il quale il dittatore libico si impegnava, dietro lauto compenso a trattenere i migrati che lo spietato governo italiano gli portava nella sua immensa prigione a cielo aperto nel deserto,  il 6 maggio 2009, a35 migliaa sud di Lampedusa, in acque internazionali, le autorità italiane intercettarono una nave con a bordo circa 200 persone di nazionalità somala ed eritrea (tra cui bambini e donne in stato di gravidanza). I migranti furono trasbordati su imbarcazioni italiane e riaccompagnati a Tripoli contro la loro volontà, senza essere prima identificati, ascoltati né preventivamente informati sulla loro effettiva destinazione. Naturalmente non ebbero alcuna possibilità di presentare richiesta di protezione internazionale in Italia. Di queste 200 persone, 24 (11 somali e 13 eritrei) hanno avuto successivamente lì opportunità di presentare ricorso dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, due sono morti prima della sentenza.
Due considerazioni. La prima è di ordine etico. Ma dove ci hanno portato questi sciagurati? Per inseguire qualche centinaio di migliaia di voti dei razzisti-xenofobi-tribali delle loro cupe vallate ci hanno coperto di vergogna, ci hanno fatto apparire come un Paese ostile, chiuso, spietato.  E anche ridicolo: anche Maroni, condannato dalla l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Onu), dal Consiglio di Stato, dalla Corte di Cassazione, dalla Consulta, dalla Corte di giustizia dell’Unione europea, da Amnesty International, dalla CEI, dalla Caritas, dall’Unione forense per la tutela dei diritti umani ecc, anche Maroni, dicevo, ripete il solito ritornello buono per tutte le occasioni: “Questa è una sentenza politica emessa per colpire noi”. Il capo docet.

La seconda considerazione è di ordine politico. Fino a giovedì sera è certo che Alfano, segretario del PDL, ribadiva che chi sbaglia deve pagare in moneta sonante. Ovviamente si riferiva ai giudici.

A me questa sentenza e i 400 mila euro da sborsare fanno pensare che a pagare per gli errori commessi dovrebero essere per primi i politici.

In questo caso Berlusconi e tutti i suoi ministri, compreso lo stesso Alfano.

E poi aggiungerei una ulteriore pena pecuniaria, qual cosina di simbolico, anche solo un miliardo di euro, per il danno che hanno fatto all’immagine dell’Italia.

Il macellaio e l’articolo 18, di Elio Magnano

Ho letto da qualche parte la storiella del macellaio al quale un suo dipendente ha fatto le corna. E, per colpa dell’art. 18, non lo può licenziare. Capisco il caso umano, ma è un buon motivo per cancellare questo articolo? Con tutto il rispetto per il povero macellaio, direi francamente di no. Battute a parte, a me sembra che ci sia in giro troppa confusione. Ho, perciò, deciso di approfondire l’argomento e di scriverne per i lettori della nostra “Rivista”. Poi ognuno è libero di trarre le proprie conclusioni.

In primo luogo, va precisato che l’art. 18 non serve a disciplinare i licenziamenti legittimi, ma a stabilire le conseguenze dei licenziamenti illegittimi. Se c’è qualcuno che pensa che sia necessaria la più totale e assoluta libertà di licenziamento, allora ogni discussione è perfettamente inutile.

Vediamo che cosa stabilisce esattamente l’art. 18. Ci soccorre il commento di Giuseppe Farina su www.nens.it.

Il giudice, in forza dell’art. 18, deve dichiarare il licenziamento:

a) inefficace se esso non è stato comunicato al lavoratore per iscritto e se, a richiesta del lavoratore, non siano precisati, sempre per iscritto, i motivi del licenziamento. È sbagliato? Credo che nessuno vorrebbe essere licenziato a voce, magari mentre prende un caffè al bar, senza nemmeno sapere il perché.

b) annullato, se è privo di giusta causa o giustificato motivo. È un motivo giustificato licenziare un lavoratore che non accetta un trattamento economico inferiore a quello risultante dalle buste paga?

c) nullo, se è stato intimato per ragioni di discriminazione (politica, sindacale, religiosa, ecc.). Sarebbe giusto licenziare un lavoratore da parte di un imprenditore musulmano sol perché quel lavoratore è di fede cattolica?

Il giudice, per le imprese con più di 15 lavoratori dipendenti, decide, in presenza di licenziamento illegittimo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Quest’ultimo può chiedere, in luogo della reintegrazione, un’indennità pari a quindici mensilità della retribuzione globale.

Questa disciplina è in vigore da quasi 42 anni e non credo che abbia prodotto i disastri di cui oggi si parla. Certo, la storia ci insegna che la legislazione limitativa dei licenziamenti ha fotografato, nel tempo, i rapporti di forza tra le classi sociali.

L’assenza di norme portò nell’immediato dopoguerra e negli anni della ricostruzione a forti discriminazioni nei posti di lavoro. Negli anni dei governi centristi si verificò, soprattutto nelle fabbriche più grandi, una vasta epurazione di attivisti sindacali e politici, soprattutto di sinistra. La storia sembra ripetersi. Il ruolo di epuratore oggi lo vuole rivestire Marchionne, ieri era il turno di Valletta e dello “spionaggio Fiat”.

La ripresa delle lotte operai negli anni sessanta e la nascita del centrosinistra portarono nel 1966 ad approvare la legge sulla <<giusta causa>> (la 604 del 15 luglio 1966), che ha introdotto alcuni dei principi essenziali poi presenti nell’art. 18.

Oggi sembrerebbe fondamentale rimettere in discussione questi principi di civiltà.

Si dice che in Europa non c’è niente di simile all’art. 18 ed è molto più facile licenziare rispetto all’Italia; che le imprese non crescono perché non vogliono superare la soglia dei 15 dipendenti per non cadere sotto la tagliola dell’art. 18; che esso copre solo una minoranza dei lavoratori per cui non è così importante tenerlo in vita; che esso non riguarda in alcun modo i giovani.

Sono affermazioni in larga parte prive di riscontri documentati e di evidenze empiriche.

Gli indici OCSE segnalano che <<la cd. rigidità in uscita collocano attualmente l’Italia (indice dell’1.77) al di sotto della media europea (basti dire che la Germaniaha l’indice 3.00)>> (vedi l’appello di avvocati e giuristi del lavoro su www.studiolegaleassociato.it). Insomma, è più difficile licenziare in Germania che in Italia. E il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro non è una tutela esclusivamente italiana. << … in certi Paesi – è scritto nel citato Appello – è addirittura costituzionalizzato (Portogallo) ed in altri è un rimedio possibile (ad esempio Svezia, Germania, Norvegia, Austria, Grecia, Irlanda, in taluni casi Francia) spesso accompagnato da ulteriori tutele>>.

Per quanto riguarda la crescita delle imprese, non c’è nessuna evidenza che esse non crescono per non incorrere nell’art. 18. Se così fosse, ci dovrebbe essere un forte addensamento di imprese nella soglia di 13-14-15 dipendenti. Così non è. Le aziende con meno di dieci addetti rappresentavano nel 2008 ben il 94,7% sul totale degli oltre 4,4 milioni di imprese attive.

Non è vero che l’art. 18 copre solo una sparuta minoranza di lavoratori, come è stato ripetuto ancora ieri durante l’intervista (“in 1/2 h”) di Lucia Annunziata a Walter Veltroni. Secondola CGIAdi Mestre, oltre il 65% degli occupati lavora nelle aziende con più di 15 dipendenti. La maggioranza dei lavoratori dipendenti è, quindi, tutelata dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Non si capisce, infine, perché l’abolizione dell’art. 18 dovrebbe aiutare i giovani precari. A mio giudizio, toglierebbe loro un’arma preziosissima con cui combattere appunto il precariato, come hanno dimostrato le stabilizzazioni di migliaia di precari dei call center quando ministro del lavoro era Cesare Damiano. Senza l’art. 18 quelle stabilizzazioni non sarebbero state possibili.

Io sono per salvaguardare l’art.18. E non mi sento affatto un conservatore. Penso, invece, che i diritti rischino di essere poca cosa, se non possono essere difesi efficacemente. Il licenziamento senza possibilità di reintegrazione indurrebbe i lavoratori a non esercitare pienamente i diritti che 60 anni di vita democratica e sindacale hanno loro garantito. Non può essere accettato, a mio giudizio, un risarcimento in sostituzione di questi valori.

Invito a pubblica conversazione

Venerdì 2 marzo, la neonata associazione politico-culturale Demoplis terrà una conferenza di estrema attualità, dal titolo: “I diritti dei lavoratori dalle lotte bracciantili ai giorni nostri”
Il tema è di estrema attualità per due motivi: per il dibattito a livello nazionale che vede al centro la riforma del lavoro e l’articolo 18 e per le recenti manifestazioni dei cosiddetti Forconi che, per i metodi di lotta, qualcuno ha paragonato a quelle bracciantili degli anni ’60.

Anche i relatori sono di estremo interesse:

Francesco Di Bartolo, autore della pubblicazione “Lavoro, salario, diritti: vent’anni di lotte bracciantili in Sicilia 1948-1968” edita dalla C.G.I.L. Sicilia;
– Fabio Moschella, imprenditore agricolo e vicepresidente nazionale della Confederazione Italiana Agricoltori;
Giuseppe Berretta, docente di Diritto del Lavoro all’Università “Kore” di Enna e deputato nazionale del Partito Democratico.
Introdurrà il tema Elio Magnano e la conversazione sarà preceduta dal docu-film “Graziella fumava le Alfa”, incentrato proprio su un indimenticato scontro tra braccianti in sciopero e celerini nel ’66 a Lentini, lavoro realizzato cinque anni fa daGuglielmo Tocco e Alfredo Martines e prodotto da Infinity Media.

L’incontro si terrà venerdì 2 marzo alle 17,30 al Sant’Alphio Hotel.

Lunedì 20 febbraio

Elio Magnano – A ciascuno il suo… debito.

Filippo Motta   Quel disperato bisogno di Giustizia.

Guglielmo Tocco – A Dio piacendo