Credo si possa affermare che il “sentimento” della Giustizia sia, più o meno, presente nella coscienza di tutti; salvo, poi, intenderla in mille modi diversi, e talora persino confliggenti.

Si può porre l’accento sui diritti, o presunti tali; oppure sui bisogni, o presunti tali. La si può associare  alla “libertà di ….” e alle espressioni dell’individuo; oppure alla “libertà da ….” e alle istanze sociali. Il Diritto,la Scienza della Politica ela Filosofia del Diritto indagano da secoli su questi temi e quelli connessi.

Ma si può anche, come hanno insegnato Carlo Rosselli e Guido Calogero, intenderla come la suprema sintesi, faticosa ma ineludibile, di tutte le libertà, operata da organismi collettivi e democratici, la cui efficace esecuzione deve essere affidata ad un “corpo” istituzionale altrettanto democratico.

Di certo, non la si può intendere come il diritto assoluto  e non responsabile di una supposta corporazione autoreferenziale a travalicare l’equilibrio dei poteri istituzionali: in tal caso, inevitabilmente, poco alla volta l’amministrazione della giustizia finirebbe con il perdere prestigio e autorevolezza, si insinuerebbe l’incertezza del diritto e la giustizia finirebbe con il diventare un puro strumento di potere, sempre più lontano dal “sentire” popolare, ovvero prono ad assecondare strumentalmente ogni pressione forcaiola e liquidatoria.

Nemmeno le peggiori dittature l’hanno mai intesa, ufficialmente e dichiaratamente, in questi termini.

La magistratura italiana è stata, in moltissime occasioni, motivo di orgoglio e di identificazione virtuosa per il cittadino; eppure, dalla stessa magistratura e dalle più alte istituzioni arrivano, ad ogni apertura di anno giudiziario, dati sconfortanti sui casi irrisolti, sulla estrema contraddittorietà dei diversi gradi di giudizio, sui conflitti fra tribunali diversi, sulle spese talora faraoniche per perizie o intercettazioni con risultati dubbi, sull’eccesso di detenzione preventiva, sull’affollamento delle carceri anche a causa del pachidermico incedere dei procedimenti.

Quest’anno non ha fatto eccezione; e dal ministro Cancellieri abbiamo purtroppo riascoltato sostanzialmente cose assai simili a quelle che sentiamo da almeno quarant’anni; per cui non si possono non rinnovare le perplessità sul sistema giudiziario nel suo complesso, e sullo stesso sistema di investigazione, considerati gli scarsi risultati a fronte di una elevata maggioranza di magistrati e investigatori di valore.

I danni prodotti da questa paradossale situazione sono purtroppo ben visibili: a livello economico, gli investitori stranieri e italiani sono spaventati non solo dalla lentezza delle sentenze, ma anche dalla stessa indecifrabilità delle leggi e incertezza sugli esiti delle sentenze;  a livello sociale, diminuisce la fiducia nella neutralità e razionalità istituzionale del potere giudiziario, facendo aumentare la voglia di “farsi giustizia da sé” sia nella forma antica della pressione di piazza, che in quella moderna della “lapidazione” sommaria attraverso i mass media; a livello politico, frotte improvvisate di riformatori fantasiosi si contrappongono per interessi di parte e senza reale costrutto.

Tuttavia, non si smette di credere nella Giustizia e di sentirne, pur con poche speranze, l’incoercibile bisogno nonostante le tante delusioni ed i troppi errori.

Con la contestazione sessantottina si sperava in un mondo liberato dallo sfruttamento, dall’oppressione, dalla corruzione: film come “ Le mani sulla città” e “Z : l’orgia del potere”, con i magistrati che travolgevano con le loro inchieste i potenti corrotti, rappresentarono il sogno di tutta una generazione.

Ma violenze e terrorismo dinamitardo contribuirono fortemente a far fallire quel sogno, insieme con l’intrinseca debolezza politica della proposta antagonista.

Con l’età di “Mani Pulite” si contava  in una rigenerazione del sistema politico, anche grazie all’opera “purificatrice” della magistratura; ma nessuno si accorse che Craxi, il Colpevole senza alcun dubbio, aveva però indicato con lucidità in pieno Parlamento  la corresponsabilità di tutti i partiti, non solo ai fini della correità, quanto piuttosto della “sistematicità” dell’illegale finanziamento dei partiti.

I colpevoli sono stati perseguiti, in un modo o nell’altro; ma, a parte l’indebolimento dei partiti, il sistema non è stato toccato. Con il risultato che, come ci dicono le cronache, l’Italia risulta oggi tra i Paesi più corrotti del mondo, e la corruzione riguarda non solo i partiti, ma singoli politici, amministratori, funzionari, tecnici e persino, in qualche sciagurato caso, magistrati.

Mentre, d’altro canto, alcuni eccessi dei T.A.R., certi importanti conflitti persino fra tribunali, la mancata chiarezza nella distinzione dei ruoli dei magistrati, e alcuni malaugurati eventi in sé singolarmente di scarso significato, hanno contribuito nell’insieme ad appannare in qualche misura la figura di chi deve dare corso alla Legge e amministrarela Giustizia.

Il messaggio di Giovanni Paolo II (“Aprite il cuore alla speranza”) appare anche in questo caso quanto mai indispensabile: come ricordava Foscolo, sono state “… nozze, tribunali ed are” a consentire all’Uomo di differenziarsi dalle altre belve, e senza la speranza della sopravvivenza della Giustizia non può sussistere ordinata convivenza civile.

Si continui pure, quindi,  a discutere e a “litigare” su come si debba intenderela Giustizia; ma è ora che il sistema politico trovi i modi per giungere collaborativamente a una sintesi che confermi al sistema giudiziario italiano tutta la credibilità e autorevolezza  a cui ha diritto. Pare che ve ne siano le condizioni politiche, e più voci all’interno della stessa magistratura esortano ad abbandonare l’atteggiamento di scontro frontale con i partiti.

Il Paese ne ha bisogno, tutti i cittadini ne hanno il desiderio.

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