Ricorre, com’è noto, il “ventennale” di Mani Pulite. Qualche rievocazione, qualche foto d’epoca, pochi commenti, pochissime riflessioni.

Da un lato perché, di questi tempi, c’è ben altro di cui parlare; ad esempio, bisogna convincere la gente che per superare la crisi internazionale e per ottenere il diploma di “bravi europei” bisogna dare la libertà ai padroni ( pardon, agli imprenditori) di licenziare gli operai anche senza giusta causa (il celeberrimo “art. 18); e che diamine: Berlusconi, Marcegaglia, De Benedetti, Caltagirone e compagnia terzopolista (per non escludere nessuno dell’antico “arco costituzionale”) avranno pur il diritto di fare i padroni, o no?

Dall’altro, perché dopo quella stagione di ramazzate, di giustizialismo antipolitico e antipartitico, di severo uso delle manette e della carcerazione preventiva, non ci è rimasto un mondo più pulito, e tanta altra nuova sporcizia si è andata accumulando negli angoli e sotto i tappeti della “cosa pubblica”.

È rimasta, e  dovremmo esserne contenti, la diffusa opinione secondo cui la politica e l’economia devono essere ricondotte e sottoposte al primato dell’Etica. E il concetto “suona” così bene che non c’è chiacchieratore televisivo, equilibrista da taverna o da raffinato club privato, trombone con penna biro o con tastiera, che non lo riproponga in tutte le salse e in tutte le occasioni.

In realtà, quanto il “primato dell’Etica” possa risultare concetto ingenuo o addirittura pericoloso se non usato con avvedutezza, lo sa chi ha avuto la ventura di incontrare, fra le proprie letture, Croce ed Hegel, Weber e Luigi Sturzo, Machiavelli e Kant, o almeno uno di loro o dei loro epigoni.

Ma lo sa anche, più semplicemente, chi si rende conto che la legalità ha la sua concreta applicazione grazie al concorso di magistrati, investigatori, avvocati e pubblica opinione; l’economia grazie alla dialettica tra forze imprenditoriali e forze sindacali (e tante grazie anche al “mercato”, se è vero e libero mercato, visto che proprio non si riesce a farne a meno);  che anche la politica ha nei sistemi elettorali pluralistici e nel metodo democratico gli antidoti ai difetti del corporativismo e della dittatura; mentre l’etica non ha né strutture né interpreti “ufficiali”, e può essere affidata solo alla libera interazione di tutte le individualità; a meno che …

A meno che qualcuno, usurpando il posto che è della religione, pretenda di affermare un’etica assoluta e incontestabile, e confondendo l’illegale con il peccato, o addirittura la diversità con la colpa, faccia dell’etica (della “propria” etica, naturalmente) un randello per colpire tutti gli avversari.

In buona sostanza, credo che la politica vada giudicata attraverso categorie e strumenti “politici”, mantenendo quella equilibrata divisione dei poteri, e quella distinzione tra politica, etica e religione che costituisce uno dei tratti fondamentali della nostra civiltà e della nostra cultura.

Le invasioni di campo sono sempre, sempre, sempre strumentali, anche quando si presentano mascherate da Giustizia Universale. E quindi felice quel Paese – felice, speriamo presto, anche il nostro Paese – che corregge la “Politica” non attraverso imbonitori televisivi più o meno improvvisati paladini dell’Etica, o eventualmente con l’uso scientifico o malaccorto … dell’errore giudiziario senza responsabilità civile, bensì con l’uso vigile delle libertà democratiche.

A cominciare dall’ “uso” dei partiti; certo, è un paradosso che proprio i partiti democratici siano i primi a non credere nei metodi democratici: i bilanci non  sono trasparenti, le “carriere” avvengono solo per cooptazione dall’alto, e non ci sono quasi più neanche le “sezioni” cittadine o di quartiere dove poter discutere e litigare con soddisfazione.

Dopo “Mani Pulite”, piaccia o meno, i partiti  si sono indeboliti, e la “partitocrazia” si è allargata alle conventicole, ai gruppi di pressione, ai poteri forti sempre più forti, alle segrete stanze burocratiche e tecnocratiche.

I partiti sono ormai realtà politiche ultraframmentate e scarsamente coese, oppure partitini a conduzione familiare; non è stato un gran guadagno, e credo si debba contribuire a ridare dignità ai partiti, cioè ad associazioni volontarie di cittadini caratterizzate da unità d’intenti politici: il partito “debole” non garantisce affatto correttezza politica, stabilità, onestà; anzi, è un ulteriore elemento di degrado. E fuori dai partiti non ci sono affatto i profumati campi dell’Eden, ma anzi giungle attraversate da animali da rapina di ogni specie, che della “società civile” vogliono solo fare strame senza vincoli e senza controlli.

E la signora Nunziatina? Non la conoscete? Ma si, che la conoscete: è quella che incontrate al mercato, dove va per risparmiare; quella con due figli laureati che non riescono a “sistemarsi”; quella col marito in cassa integrazione e un mutuo-casa che non finisce mai.

La signora Nunziatina ha votato un po’ per tutti i partiti: a volte per convinzione, a volte per fare un favore, a volte nell’illusione di poter ottenere un favore. La signora Nunziatina è pronta a indignarsi contro chi non paga le tasse, però il canone tv non lo vuol pagare; da signorina sperava nell’aiuto del parroco, poi di uno zio del marito che faceva il portaborse di un politico importante, poi del suo medico curante che era diventato sindaco: ma in realtà, la signora Nunziatina non ha avuto niente da nessuno, e tutto ha dovuto guadagnarselo lavorando e soffrendo.

È ora di dire alla signora Nunziatina che il tempo delle illusioni è finito, che è ora di prestare meno credito a tromboni e imbonitori, a scemeggiati e litigate televisive, a presunti tribuni e giustizieri, ad asini vestiti da cavallo e a trafficanti vestiti da cavalieri : per dare un futuro migliore ai nostri figli, la strada passa attraverso una nuova rivitalizzazione dell’associazionismo democratico, che corregga gli errori sin qui commessi, ma che sappia dar vita a voci autorevoli e coerenti.

E, dopo, i partiti continuino pure a litigare tra loro: tanto, si sa, la democrazia è quel sistema politico assolutamente imperfetto che produce meno danni di tutti gli altri.

 

Filippo Motta

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