Ho letto da qualche parte la storiella del macellaio al quale un suo dipendente ha fatto le corna. E, per colpa dell’art. 18, non lo può licenziare. Capisco il caso umano, ma è un buon motivo per cancellare questo articolo? Con tutto il rispetto per il povero macellaio, direi francamente di no. Battute a parte, a me sembra che ci sia in giro troppa confusione. Ho, perciò, deciso di approfondire l’argomento e di scriverne per i lettori della nostra “Rivista”. Poi ognuno è libero di trarre le proprie conclusioni.

In primo luogo, va precisato che l’art. 18 non serve a disciplinare i licenziamenti legittimi, ma a stabilire le conseguenze dei licenziamenti illegittimi. Se c’è qualcuno che pensa che sia necessaria la più totale e assoluta libertà di licenziamento, allora ogni discussione è perfettamente inutile.

Vediamo che cosa stabilisce esattamente l’art. 18. Ci soccorre il commento di Giuseppe Farina su www.nens.it.

Il giudice, in forza dell’art. 18, deve dichiarare il licenziamento:

a) inefficace se esso non è stato comunicato al lavoratore per iscritto e se, a richiesta del lavoratore, non siano precisati, sempre per iscritto, i motivi del licenziamento. È sbagliato? Credo che nessuno vorrebbe essere licenziato a voce, magari mentre prende un caffè al bar, senza nemmeno sapere il perché.

b) annullato, se è privo di giusta causa o giustificato motivo. È un motivo giustificato licenziare un lavoratore che non accetta un trattamento economico inferiore a quello risultante dalle buste paga?

c) nullo, se è stato intimato per ragioni di discriminazione (politica, sindacale, religiosa, ecc.). Sarebbe giusto licenziare un lavoratore da parte di un imprenditore musulmano sol perché quel lavoratore è di fede cattolica?

Il giudice, per le imprese con più di 15 lavoratori dipendenti, decide, in presenza di licenziamento illegittimo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Quest’ultimo può chiedere, in luogo della reintegrazione, un’indennità pari a quindici mensilità della retribuzione globale.

Questa disciplina è in vigore da quasi 42 anni e non credo che abbia prodotto i disastri di cui oggi si parla. Certo, la storia ci insegna che la legislazione limitativa dei licenziamenti ha fotografato, nel tempo, i rapporti di forza tra le classi sociali.

L’assenza di norme portò nell’immediato dopoguerra e negli anni della ricostruzione a forti discriminazioni nei posti di lavoro. Negli anni dei governi centristi si verificò, soprattutto nelle fabbriche più grandi, una vasta epurazione di attivisti sindacali e politici, soprattutto di sinistra. La storia sembra ripetersi. Il ruolo di epuratore oggi lo vuole rivestire Marchionne, ieri era il turno di Valletta e dello “spionaggio Fiat”.

La ripresa delle lotte operai negli anni sessanta e la nascita del centrosinistra portarono nel 1966 ad approvare la legge sulla <<giusta causa>> (la 604 del 15 luglio 1966), che ha introdotto alcuni dei principi essenziali poi presenti nell’art. 18.

Oggi sembrerebbe fondamentale rimettere in discussione questi principi di civiltà.

Si dice che in Europa non c’è niente di simile all’art. 18 ed è molto più facile licenziare rispetto all’Italia; che le imprese non crescono perché non vogliono superare la soglia dei 15 dipendenti per non cadere sotto la tagliola dell’art. 18; che esso copre solo una minoranza dei lavoratori per cui non è così importante tenerlo in vita; che esso non riguarda in alcun modo i giovani.

Sono affermazioni in larga parte prive di riscontri documentati e di evidenze empiriche.

Gli indici OCSE segnalano che <<la cd. rigidità in uscita collocano attualmente l’Italia (indice dell’1.77) al di sotto della media europea (basti dire che la Germaniaha l’indice 3.00)>> (vedi l’appello di avvocati e giuristi del lavoro su www.studiolegaleassociato.it). Insomma, è più difficile licenziare in Germania che in Italia. E il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro non è una tutela esclusivamente italiana. << … in certi Paesi – è scritto nel citato Appello – è addirittura costituzionalizzato (Portogallo) ed in altri è un rimedio possibile (ad esempio Svezia, Germania, Norvegia, Austria, Grecia, Irlanda, in taluni casi Francia) spesso accompagnato da ulteriori tutele>>.

Per quanto riguarda la crescita delle imprese, non c’è nessuna evidenza che esse non crescono per non incorrere nell’art. 18. Se così fosse, ci dovrebbe essere un forte addensamento di imprese nella soglia di 13-14-15 dipendenti. Così non è. Le aziende con meno di dieci addetti rappresentavano nel 2008 ben il 94,7% sul totale degli oltre 4,4 milioni di imprese attive.

Non è vero che l’art. 18 copre solo una sparuta minoranza di lavoratori, come è stato ripetuto ancora ieri durante l’intervista (“in 1/2 h”) di Lucia Annunziata a Walter Veltroni. Secondola CGIAdi Mestre, oltre il 65% degli occupati lavora nelle aziende con più di 15 dipendenti. La maggioranza dei lavoratori dipendenti è, quindi, tutelata dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Non si capisce, infine, perché l’abolizione dell’art. 18 dovrebbe aiutare i giovani precari. A mio giudizio, toglierebbe loro un’arma preziosissima con cui combattere appunto il precariato, come hanno dimostrato le stabilizzazioni di migliaia di precari dei call center quando ministro del lavoro era Cesare Damiano. Senza l’art. 18 quelle stabilizzazioni non sarebbero state possibili.

Io sono per salvaguardare l’art.18. E non mi sento affatto un conservatore. Penso, invece, che i diritti rischino di essere poca cosa, se non possono essere difesi efficacemente. Il licenziamento senza possibilità di reintegrazione indurrebbe i lavoratori a non esercitare pienamente i diritti che 60 anni di vita democratica e sindacale hanno loro garantito. Non può essere accettato, a mio giudizio, un risarcimento in sostituzione di questi valori.

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