Archive for marzo 2012

Aggiornamento del 26 marzo 2012

Guglielmo Tocco: Piccole scene di pessimo gusto –

Elio Magnano: Ancora sull’art. 18 –

Filippo Motta: Che fine ha fatto Cappuccetto Rosso? –

Redazionale: Luciella Failla e una tesi di laurea su Turi Vasile.

Piccole scene di pessimo gusto, di Guglielmo Tocco

La settimana scorsa è stato il periodo scelto per la rappresentazione di quattro scene della tragicommedia italiana.

Nessuna di esse entrerà nella storia perché i protagonisti sono piccoli personaggi ai margini della politica e perché le loro bravate non lasceranno traccia. Per alcuni si tratta di piccoli e patetici tentativi di mettersi in mostra, per altri infantilismo allo stato puro. Per tutti, storie senza importanza e senza conseguenza pratiche se non ai danni di loro stessi. Una sola consolazione: si tratta di personaggi superflui.

Andrea Ronchi, l’idiota. L’ex ministro del PDL, assieme ad un gruppo di altri deputati dello stesso partito, è stato colto in una sala di Montecitorio, cioè dentro il parlamento italiano a cantare a squarciagola come una comitiva di beoni: “il 25 aprile è nata una puttana le hanno dato il nome Repubblica Italiana”. Sono parlamentari della Repubblica Italiana e si trovavano dentro il Parlamento. E prendono tanti soldi, ogni mese, da quella che loro chiamano puttana.

RomanoLa Russa, l’evaso. È Assessore della Regione Lombardia, e fratello dell’ex ministro Ignazio, ma fino a pochi giorni fa nessuno lo conosceva. I suoi familiari, che ne conoscono il coefficiente d’intelligenza, gli raccomandano tutte le mattine di non farsi notare. Per lui la via della notorietà si è spalancata improvvisamente nei giorni scorsi, quando ha ricevuto un avviso di garanzia per un reato piccolo piccolo ma che lo equiparava, finalmente, ai politici di rango. Inebriato dalla notorietà ha approfittato per fare ancora qualche passo fuori dalla prigione protettiva che gli avevano costruito i suoi cari. E così ha detto ad alta voce quella che aveva sentito tante volte dire nei suoi ambienti: “Gli omosessuali sono dei malati, ma possono essere curati”. L’ha detto così, tanto per dire. Poteva dire “Viva l’Inter” o “Non ci sono più le mezze stagioni”.

S’è scatenato l’inferno. Ma non perché qualcuno ha dato peso alle sue parole, che non significano nulla, bensì perché in questo modo ha rivelato la sua esistenza, e Formigoni non sa come giustificare di avere affidato a lui un assessorato. Eli, il bon Romano, è contento, ha visto anche la sua foto su un giornale. Suo fratello Ignazio è molto seccato. Tutti gli chiedono in quale istituto lo aveva tenuto fino ad ora.

Oliviero Diliberto, l’infantile. In crisi di astinenza da telecamere e giornalisti, appena ha visto una ragazzona che indossava una maglietta con su scritto “Fornero al cimitero” ha capito che sarebbe stata la più fotografata. Di corsa gli si è appiccicato accanto per scroccare qualche click, senza capire quanto oscena, macabra e offensiva fosse l’“esca” per attirare i fotografi.

Santorum, il concorrente alle primarie USA che sta contendendo a Romney il diritto di sfidare Obama alle elezioni presidenziali, harimproverato aspramente davanti a tutti un suo fan che gli diceva “uccidi Obama” e gli ha urlato di non volere il suo voto. Era in campagna elettorale e circondato da elettori repubblicani.

Diliberto non ha chiesto nemmeno scusa, ha dichiarato di non avere nulla di cui vergognarsi e si è giustificato dicendo di non avere letto cosa c’era scritto sulla maglietta della ragazza.

Leoluca Orlando, l’irresponsabile. Solo poche parole per questo complicato personaggio che prima organizza le Primarie a Palermo e poi dice che ci sono stati brogli. Invece di schiaffeggiarsi da se medesimo per non averle saputo organizzare se la prende con il vincitore. Tutte scuse per potersi candidare lui stesso, così come ha poi fatto. Libidine da protagonismo, bulimia di prime pagine, fotografi, TV. Personaggio patetico, convinto che il mondo giri attorno alla sua persona. E coi capelli sudici.

Ancora sull’art. 18, di Elio Magnano


Non vi nascondo che ho nutrito nei confronti del governo Monti un’iniziale simpatia, dovuta, probabilmente, all’evidente differenza di stile, di cultura, di preparazione, rispetto al precedente governo Berlusconi. Ho ritenuto necessari provvedimenti che mi danneggiavano anche personalmente, come la riforma delle pensioni, l’inasprimento delle tasse, il congelamento dei rinnovi contrattuali del pubblico impiego. L’immagine della Grecia era lì a ricordarci che cosa potesse significare il default dell’Italia, a quali conseguenze si potesse esporre il nostro Paese a seguito dell’aggravarsi dei conti pubblici. Il rigore e i sacrifici sono apparsi pertanto necessari. Il problema della finanza pubblica è, infatti, ineludibile. Siamo troppo deboli rispetto a chi controlla il nostro debito. Certo, al rigore si doveva accompagnare maggiore equità. Ma capisco anche le difficoltà. Il governo Monti non è un esecutivo progressista. È troppo condizionato dalle forze di centrodestra. Anche un governo di centrosinistra, sia chiaro, non avrebbe potuto evitare sacrifici per gli italiani. Avrebbe, però, potuto bilanciarli diversamente. Ciò che, comunque, voglio dire è che i provvedimenti richiamati (riforma delle pensioni e interventi di finanza pubblica, il c.d. decreto <<Salva Italia>>, per intenderci) avevano una loro giustificazione, introducono elementi di stabilità nel traballante sistema finanziario italiano. Aiutano a rendere l’Italia più credibile nel panorama europeo e mondiale. Servono, insomma, a mantenere in pista il Paese.

Si può dire la stessa cosa dell’art. 18? È necessaria la sua abolizione per qualche valida ragione? Francamente, non mi sembra. Non ho sentito da parte del governo, dalla Fornero a Monti, nessuna seria argomentazione di ordine economico che giustificasse la scelta adottata.

Si dice: il governo sostiene l’interesse generale del Paese, mentre il sindacato, e in primo luogo la Cgil, un interesse corporativo e, comunque, parziale. È un’affermazione che non spiega nulla. Da un governo <<tecnico>> ci si aspetta cifre, studi, evidenze empiriche.

C’è bisogno della riforma del mercato del lavoro. Ma per fare che cosa? Innanzitutto, per rendere meno precario il lavoro, quello dei giovani e delle donne in primo luogo. E per assicurare strumenti di sostegno, efficaci e finalmente universalistici, a chi il lavoro non lo trova o l’ha perduto. Ci sono novità positive nelle proposte del governo, anche se non tutte convincenti. Alcune di queste novità più significative troveranno attuazione soltanto nel 2017. Ciò che, invece, va cambiato subito, anche senza il consenso di tutti, è l’art. 18. Non è una forzatura? Perché questa scelta dovrebbe favorire l’occupazione? O ridurre il divario tra precari e <<supergarantiti>>? E chi sarebbero i supergarantiti? Lo vogliamo dire una volta per tutte? Gli operai che in vent’anni hanno visto ridotto il loro salario, a prezzi attuali, da 1.600 euro dell’inizio degli anni ’90 a 1.400 euro di oggi? O che possono andare, quando va bene, in cassa integrazione con 800 euro al mese?

La verità è che l’abolizione dell’art. 18 è il tentativo di produrre un’ulteriore svalutazione del lavoro dipendente. Ha scritto Eugenio Scalfari su la Repubblica di ieri che l’art. 18 è pressoché irrilevante. Lo è, probabilmente, sul piano strettamente economico, nel senso che <<in vigenza di quell’articolo gli investimenti, i profitti, il livello dei salari, le esportazioni, i consumi sono andati bene o male per cause completamente diverse>>. È, infatti, del tutto evidente che ad un imprenditore cinese o russo o indiano che voglia investire in Italia non gliene frega nulla dell’art. 18. Nel suo giro in Asia, il presidente Monti non convincerà nessuno ad investire nel nostro Paese sulla base di questo risibile argomento. Gli investitori sono interessati ad altre cose: infrastrutture, tempi della burocrazia, presenza della criminalità organizzata, disponibilità di manodopera qualificata, costi energetici, efficienza dei servizi.

L’art. 18  garantisce un diritto, il diritto del lavoratore a non essere licenziato a piacimento del <<padrone>>. La sua cancellazione, oltre a ledere questo importante diritto, rende, all’interno del posto di lavoro, assolutamente squilibrato il rapporto tra imprenditore e lavoratore dipendente. È per questo che larga parte dell’opinione pubblica ritiene che il governo abbia sbagliato. I due terzi degli italiani vogliono mantenere in vita l’art. 18 perché i lavoratori non siano una merce, di cui ci si possa liberare in ogni circostanza, senza troppi problemi. Non si può, perciò, rinunciare alla possibilità, che in caso di licenziamento illegittimo, il lavoratore debba essere, se vuole, reintegrato nel posto di lavoro. La lotta per ottenere questo risultato è assolutamente sacrosanta e va combattuta.

 

Che fine ha fatto Cappuccetto Rosso?, di Filippo Motta


Già nei lontanissimi tempi della mia infanzia mi chiedevo quale potesse essere il prosieguo della favoletta di Cappuccetto Rosso.

La morte del lupo cattivo, grazie al provvidenziale intervento del Cacciatore, avrebbe dovuto inaugurare il regno della bontà e della sicurezza, senza più lupi cattivi, con nonne un poco più avvedute e meno imbolsite, e con cappuccetti rossi resi forti ed esperti dallo scampato pericolo.

Naturalmente la lettura “ingenua”, lineare e sequenziale, della fiaba dovette presto lasciare il passo a quella “simbolica”, quindi circolare ed evocativa: le nonne fanno sempre la stessa fine, i lupi non finiscono mai, e i cappuccetti rossi continueranno sempre ad essere insidiati in tutti i modi.

Chi è – oggi – Cappuccetto Rosso? Ovviamente, la parte più debole della popolazione, i non garantiti e non raccomandati, i giovani che non riescono a superare le difficoltà,  quelli che il geniale sottosegretario tecnico professore  Martone chiama “gli sfigati”, quelli che a cinquant’anni si ritrovano disoccupati “per motivi economici”, quelli che nelle città muoiono affogati nel benzene e nel particolato, quelli che l’amianto non lo hanno digerito per bene, quelli che per superare la crisi non si accontentano di avere – regalato dal governo “tecnico” – il conto corrente ( e quanto “corrente”!) in banca e cercano di sgraffignare qualcosa al supermercato, quelli che per la sola colpa di essersi imbattuti nel magistrato sbagliato si vedono riconosciuti innocenti dopo vent’anni, quelli che le  sproporzionate tasse le devono pagare fino all’ultimo soldo e in anticipo, quelli che la vita devono rincorrerla e afferrarla con le unghia e con i denti per non perderla.

E il “lupo cattivo”? Ciascuno di noi ha il suo lupo cattivo, ciascuno vi intravede una sagoma personalizzata. Ma, per restare nell’attualità, vero o falso che sia, a torto o a ragione, non c’è dubbio che agli occhi di molti il prototipo del moderno “lupo cattivo” sia il cav. Berlusconi; il quale però è stato convinto a dimettersi ( per “generosità”) non tanto dalla veemenza dell’opposizione o dall’intervento del Cacciatore, quanto piuttosto dai consigli dei suoi fidati amministratori di Banca Mediolanum (nella quale il Cav. ha una “grossa partecipazione”, per dirla con un eufemismo).

È infatti accaduto che nel bosco si aggirava una Bestia peggiore di qualsiasi lupo, ovvero una crisi finanziaria internazionale che prediligeva come obiettivo l’Euro. Gli speculatori, che per definizione sono sempre “esterni” anche se così non fosse, scommettevano sulla crisi dell’euro per il semplice fatto che questa moneta non ha veramente una banca alle sue spalle che la difenda; per cui il rischio di crollo investiva i paesi con più debiti, e segnatamente le loro banche.

A questo punto arriva il Cacciatore, che vedrei nelle vesti candide ed onorevoli del Presidente Napolitano: il Governo non c’è più, ma si può fare un “Governo del Presidente” formato, per salvare le banche italiane e quindi l’Italia, da banchieri e da loro affidatari.

Il lupo si mette anche lui con le spalle al sicuro, e ci sta, seppure malvolentieri; la vecchia nonna ( nella parte ci vedrei bene il PD ) si sbarazza finalmente del lupo e contemporaneamente si risparmia i rischi della lotta controla Bestiadel bosco, e quindi rinuncia a reclamare nuove elezioni, e ci sta. I tre dell’Ave Maria ( Casini, Fini e Rutelli), che non erano nella fiaba, riescono finalmente a entrarci e ad avere anche loro una casetta nel bosco, e ci stanno a cuor contento, anche se con qualche disavventura ( a Rutelli qualcuno ha rubato il cestino con la marmellata).

Ora qualcuno dice che i “tecnici” hanno sconfittola Bestiadel bosco, qualcun altro dice che invece essa si aggira ancora nelle vicinanze. Rimane però il fatto che a Cappuccetto Rosso mancano ormai sia la focaccia della mamma sia quelle quattro fragoline che aveva raccolto, perché  per allontanarela Bestia– e salvare le banche e con esse tutta l’Italia – sono state usate anche le briciole di ciò che teneva per alimentarsi.

Adesso Cappuccetto Rosso è orgogliosa di aver salvato l’Italia e tutto il bosco, ma da mangiare non ha più niente. E nel frattempo, tutti gli altri abitanti del bosco si stanno affannando per capire come possono aiutarla a … vivere senza mangiare, a mangiare senza lavorare, a lavorare dopo essere stata licenziata; ovviamente, “per motivi economici” e per salvare la patria.

Probabilmente, Cappuccetto Rosso, prima di fare una brutta fine non le resta che appellarsi nuovamente al Buon Cacciatore, alla enorme riserva di credibilità e onorabilità di cui giustamente gode  il presidente Napolitano.

A questo proposito tuttavia, se potessimo, vorremmo rivolgere al Presidente una domanda: probabilmente è stato giusto il Suo intervento per consigliare il Governo a partecipare alla guerra di Libia; probabilmente è stato utile il Suo intervento volto a costituire un governo al limite della legittimità Costituzionale; ma con il Suo intervento, seppure attraverso il “bel gesto” di favorire una rappresentante del mondo femminile, per indicare persino il Suo successore, non Le sembra di esagerare un pochino e di mettere a rischio una pur piccola porzione della Sua credibilità?

 

 

Redazionale: Tesi di Luciella Failla su Turi Vasile

La nostra giovane e splendida concittadina Luciella Failla  il 19 marzo ha conseguito la laurea in Scienze della Comunicazione. Le inviamo le nostre congratulazioni e i più sentiti auguri di una luminosa carriera. Ne parliamo qui anche perché la Tesi che ha discusso (relatore la professoressa Sarah Muscarà Zappulla) riguarda un personaggio caro a tutti i Lentinesi, il concittadino onorario (e figlio di un lentinese) Turi Vasile, autore e regista teatrale, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, scrittore e giornalista. Nella sua Tesi Luciella illustra con puntualità, inaspettato senso critico, molte testimonianze e innumerevoli rivelazioni la vita intensa e sempre creativa del poliedrico artista-intellettuale. Purtroppo non siamo in grado di pubblicare l’intera tesi, ma le conclusioni del lavoro, tracciate dalla stessa Luciella, daranno al lettore un quadro completo, anche se estremamente sintetico, della personalità del Maestro. Lasciamo dunque la parola  a Luciella Failla.

 

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI CATANIA

FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA

Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione-Editing

 

LUCIELLA FAILLA

 

TURI VASILE FRA NARRATIVA, TEATRO E CINEMA

Tesi di Laurea

Relatrice:

Ch. ma Prof.ssa  SARAH MUSCARÀ

Anno Accademico 2010-2011

 

 

 

CONCLUSIONI 

Il presente lavoro ha mirato alla ricostruzione della variegata e multiforme attività artistica di Turi Vasile, analizzando le principali opere teatrali, cinematografiche e narrative prodotte nel corso della sua carriera.

Dopo un attento vaglio delle opere, supportato dal dibattito critico prodotto sull’attività di Vasile, è emerso un elemento fondamentale che si ripete costantemente nella sua produzione, soprattutto teatrale e narrativa, ovvero l’importanza delle origini siciliane, della memoria e del passato, su cui forgiare la propria vita e il proprio lavoro.

Un altro dato che emerge dal presente studio è poi la capacità dell’autore di evolversi nella sua scrittura, adeguandosi sempre al contesto storico e sociale in cui opera, dimostrando così di possedere un importante elemento di attualità.

Per quanto riguarda il teatro, dallo studio critico delle principali opere è emersa la costante evoluzione delle tematiche e dell’ambientazione, dapprima quasi esclusivamente regionali per poi divenire più attuali, nazionali, in linea con i cambiamenti storico-sociali avvenuti nel periodo storico in cui si inseriscono, ovvero quello della Seconda Guerra Mondiale e del dopoguerra. Le sue opere sono quindi testimonianza, specchio di una società in profondo cambiamento e mutano al mutare delle condizioni del Paese in cui l’autore vive e opera, fermo restando il suo grande interesse per la realtà siciliana, da cui proviene e di cui continua a scrivere.

Anche nell’ambito del cinema Vasile è un autore che riesce a stare al passo coi tempi, lavorando con i più grandi cineasti italiani, dagli anni ’40 del Novecento ai giorni nostri. Da questa trattazione emerge l’importanza che l’autore ha rivestito in particolare nel cinema italiano del dopoguerra e degli anni ’60, scrivendo soggetti e sceneggiature e producendo numerosi film per registi come De Sica, Fellini, Germi, Comencini, Risi, Visconti, Zampa, Antonioni, Rossellini, Brusati e De Filippo, anche in questo caso evolvendosi costantemente, fino a lavorare, a partire dalla fine degli anni ’80, ad importanti serie televisive di successo con registi come Lizzani, Corbucci, Tessari e Izzo.

Vasile è anche regista, oltre che autore e produttore, e ha diretto sei film tra il 1956 e il 1960, che si inseriscono nel filone del cosiddetto “Neorealismo rosa”, corrente nata proprio in quegli anni. Il regista in questi film dà una visione un po’ leggera ma attuale e reale della società dell’epoca, descrivendo scorci di vita vera ma forse poco trattati. Tra questi spicca Gambe d’oro, del1958, in cui Vasile descrive in modo lucido, precorrendo i tempi, un tema molto attuale ai giorni nostri, il calcio professionistico e l’aspetto economico ad esso connesso, che arriva a guastare i rapporti d’amicizia tra i giocatori e a snaturare la sua vera essenza, quella di gioco appunto. Questo film si distingue anche per la presenza di Totò, che però Vasile tratteggia in modo insolito, perché veste i panni di un cinico e spietato presidente che mira solo ad arricchirsi, ma di cui alla fine vengono messe in evidenza le caratteristiche bonarie e positive.

Anche in questo caso dunque emergono l’aspetto di attualità di Vasile e il suo evolversi e adeguarsi ai tempi in cui opera.

Infine, per quanto concerne la narrativa, il presente lavoro ha cercato di evidenziare il tema fondamentale che si ritrova nelle raccolte di racconti e nel romanzo, che si ricollega anche con le opere di teatro, cioè quello della memoria, dell’infanzia, degli affetti familiari, del passato, dell’importanza delle origini da cui trarre linfa vitale per il presente. È poi emersa una costante della produzione di Vasile, quasi un filo rosso che attraversa tutte le sue opere: il binomio Sicilia-Roma, l’importante rapporto  tra passato e presente, tra infanzia e maturità, tra gli affetti del passato, primo fra tutti il padre, e quelli del presente, l’amatissima moglie, i figli e i nipoti.

Con la presente tesi si è cercato di dare il giusto rilievo al lavoro di un importante autore siciliano che ha dato tanto al teatro, al cinema, alla narrativa del nostro Paese con l’ingegno, la personalità e l’originalità che lo rendono unico nel panorama artistico italiano.

Beddu Spicchiu Di Mennula Amara, Di Filippo Motta

Si usava quest’espressione, quando ancora si usava la lingua siciliana, per indicare con implicita ironia un mascalzone traditore, una “mandorla amara” che si era presentato sotto le mentite vesti di mandorla “dolce”, e ad esse frammisto.

Ma con il giudizio di fatto e con l’ironia per contrasto emerge nell’espressione anche, per la magia che a volte si sprigiona dalle parole, il forte senso di una tragica delusione.

Non è certo una novità: l’impasto di tragedia, delusione e ironia costituisce una delle cifre più significative  dell’archetipo siciliano, frutto della storia e di tante storie, di illusioni e tradimenti, di speranze e di sconfitte.

Oggi, però, dalla lettura dei quotidiani e segnatamente delle cronache politico-giudiziarie  pare evidente che con questo pennello si possa colorare davvero tutta l’Italia, tante sono le vicende ed i personaggi della sfera politica che hanno alto titolo per rientrare nella tipologia del … “beddu spicchiu di mennula amara”.

Non è di conforto constatare il coinvolgimento quasi universale in indagini dalle quali sembra trasparire una qualità complessiva della classe dirigente assai inferiore al livello che era lecito attendersi (senza neanche troppe speranze); semmai è di sconforto dover annoverare tra le cattive mandorle anche tanti di quelli che della moralità in politica avevano fatto una loro bandiera.

A conferma, è la mia modesta opinione, della scarsa rilevanza dei buoni propositi moralistici strombazzati sui giornali e in tv e, invece, della necessità della riforma legislativa dei partiti, con la regolamentazione dei processi di democrazia interna e con la revisione della legge sui “rimborsi  elettorali” al fine di renderla realmente controllabile e, come si suol dire, trasparente.

Sarebbero  sufficienti solo questi due provvedimenti per evitare che un qualunque tesoriere di un qualunque partito, e peggio ancora di un ex partito, possa avere nella disponibilità personale un’ingente quantità di denaro pubblico da riservare a  … esigenze individuali.

Certo, “beddu spicchiu” lui, se tutto viene confermato; ma “beddu spicchiu” anche Rutelli, al quale non si sa se augurare di non rimanere coinvolto nelle presunte ruberie perché avvenute “a sua insaputa”, o invece di risultare in qualche modo complice: in questo  secondo caso, sarebbe un gaglioffo lestofante come tanti altri, e prima o poi tornerebbe nelle stanze nobili della politica; ma nel primo caso, più che una colonna del “terzo polo” sarebbe un “terzo pollo”, e la sua carriera politica sarebbe davvero irrimediabile: nel caso che il terzo polo dovesse dare anche lui come ministro di un governo post-Monti o Monti-bis, dove lo metteremmo uno che si fa fregare i soldi da sotto il naso in questa maniera? ministero delle finanze? o dell’economia? del Commercio estero? o della Funzione pubblica? o a capo dei servizi segreti? In un paese normale, il futuro di Rutelli potrebbe essere solo alla cassa di un circo equestre.

La compagnia non gli mancherebbe: Errani, presidente dell’Emilia-Romagna, ha dichiarato che “ho saputo solo a distanza di anni che quel finanziamento era destinato alla coop di mio fratello” ( Corrieredel 18 marzo). Che beddu spicchiu!

A Bari, il Sindaco Emiliano rischia di strozzarsi con le spine delle spigole mentre, tra intercettazioni e altre indagini, dovrà dar conto delle procedure adottate per appalti e varianti al piano regolatore; a Milano c’è un’indagine per turbativa d’asta nei confronti della nuova Giunta; in Toscana si parla di un contributo regionale milionario per un raccordo autostradale mai più costruito; a Imperia il povero Scajola, precursore e creatore dell’  “a mia insaputa”, è costretto a spiegare l’inesistenza della “truffa di proporzioni gigantesche” ipotizzata dai magistrati a proposito di un porto turistico costruito dall’imprenditore Francesco Bellavista Caltagirone, attualmente in carcere ( “Bellavista” : che cognome stupendo per un costruttore edile!).

Come dar torto al Presidente Napolitano quando reclama “più moralità e più qualità” in politica? Piuttosto, si potrebbe legare la sua indicazione all’analisi di Vendola, questa volta sufficientemente concreta:  l’indebolimento dei partiti ha indebolito la politica, e ciò ha consentito un’invasione di politici-imprenditori pronti a mischiare interesse pubblico e interesse privato; indietro non si torna, ma la politica deve “separarsi dai soldi imponendo per legge un limite alle spese elettorali”.

Se ne dovrebbe poter parlare: ma i partiti, tutti i partiti, saranno capaci di capire che senza democrazia interna e senza trasparenza amministrativa i cittadini onesti avranno sempre maggiori difficoltà e ritrosie ad offrire il proprio contributo?

Il vecchio modello di partito è ormai moribondo, affogato e avvelenato in mezzo alle mandorle amare; senza una sostanziale reinvenzione del rapporto tra dirigenza politica e cittadini si rischia davvero la fine della democrazia, malcelata dietro una sempre più insistente richiesta di “tecnici” (v. editoriale de “La Sicilia” del 18-3).

Ma i “tecnici” sono in sé una bugia: la società è un composto di interessi, talora convergenti, talora divergenti; chiunque abbia potere decisionale, decide per gli uni o per gli altri, o ne tenta la sintesi, e qualunque sia la sua origine o professione di fede ideologica, compie una scelta che è inevitabilmente politica; per intenderci, di fronte a una crisi economica non si tratta di risolverla con equazioni matematiche o a colpi di neutrini, ma di decidere chi e come deve pagare per ritrovare l’equilibrio di mercato.

Non a caso, in questi giorni, l’economista bocconiano ed editorialista del Corriere della Sera prof. Mario Monti sta polemizzando, con garbo serafico ma con durezza sostanziale, con l’economista bocconiano ed editorialista del Corriere della Sera prof. Giavazzi che gli imputa ritardi eccessivi nelle liberalizzazioni e nell’azione di governo: due economisti, due professori, due uomini di destra; a conferma, se ce n’era bisogno, che una “tecnica” neutrale e scientifica in politica non esiste, se non come bugia.

A proposito: anche Monti, che beddu spicchiu! Non aveva di meglio da fare che sostenere Marchionne e la FIATaffermando che hanno il “diritto” di investire e spostarsi dove vogliono? E allora quali sono, di grazia, i doveri di un’azienda che almeno dal fascismo in poi è stata di fatto un’azienda assistita periodicamente con i soldi degli italiani?


L’esempio di George Clooney e un sit-in per la Siria, di Guglielmo Tocco

La notizia dell’arresto di George Clooney mentre partecipava ad un sit-in per ricordare il dramma del Darfur ha fatto il giro del mondo.

In poche ore milioni e milioni di persone sono venute a conoscenza di questa regione di confine tra il Sudan e il Sud Sudan e della morsa della fame e della sete in cui è stretta dal Sudan. E la conoscenza dell’esistenza di un dramma è il primo passo versò a sensibilizzazione e la mobilitazione.

Il bravo, fascinoso e popolare attore è stato arrestato a Washington, sotto l’ambasciata del Sudan, assieme ad altri militanti, tra cui il padre Rick, noto giornalista da sempre impegnato nelle battaglie per i diritti civili e a favore degli oppressi.

Pochi giorni prima del suo clamoroso arresto Clooney aveva incontrato il presidente Obama ela Segretariadi Stato Hillary Clinton, il che la dice lunga sulla credibilità acquisita nel tempo dall’attore in questo campo.

Speriamo che qualcuno dei volti noti nostrani ne voglia seguire l’esempio, anziché limitarsi a lunghe prediche dai mille incomprensibili obbiettivi.

Io, da parte mia, pur non essendo un volto noto né un giornalista letto e ascoltato, provo un po’ di vergogna.

È da troppo tempo che sento parlare della Siria, delle decine di migliaia di cittadini massacrati dal loro stesso esercito per ordine dl loro stesso presidente e non ho mai scritto un rigo.

L’esempio di George Clooney è prezioso ed io voglio seguirlo senza esitazioni.

Credo sia giusto cogliere al volo le lezioni che vengono da altri, vicini o lontani, importanti o umili, popolari o poco noti.

Nel mio piccolo cercherò di tenere accesa una lucina sulla Siria più che altro per adempiere ad un dovere, a prescindere dei risultati che possono essere raggiunti. Ma se saremo in tanti, anche se tutti piccoli come me, a parlarne, a ricordarlo ai nostri amici, a tenerci informati e ad informare, sarà come se facessimo un sit-in virtuale a favore del popolo siriano.

Nessuno di noi sarà arrestato per questo e, comunque, nessuno di noi è tanto famoso da fare parlare l’intero mondo.

Ma prima o poi qualcuno si accorgerà di noi. Prima o poi qualcuno più importate di noi si vergognerà un poco e si siederà accanto a noi. Prima o poi l’opinione pubblica, la coscienza pubblica, la solidarietà pubblica cominceranno a pesare e forse l’Italia, l’Europa, il mondo Occidentale proveranno a disarmare il criminale Assad, massacratore del suo stesso popolo, e salvare migliaia di vite umane e la speranza di un mondo migliore.