Anche se recentemente si sono verificati ancora due casi clamorosi e mortali di aggressioni canine, anche se episodi minori costellano le cronache di località di tutta l’Italia, anche se i cani in branchi inselvatichiti sono ormai stimati in almeno 600.000, è tuttavia scontato che non si tratta, per fortuna,  di un’emergenza nazionale. Ne abbiamo di ben altre.

Rimane tuttavia la sensazione che, a fronte di un problema che si presenta crescente in quantità e gravità, se ne parli poco o, peggio ancora, se ne parli con incosciente superficialità.

Che il cane sia da millenni il “miglior amico dell’uomo” è talmente scontato da risultare banale (anche se qualcuno potrebbe disquisire sull’utilità e “amicizia” plurisecolare di cavalli, buoi e … maiali!); il gatto tende a farsi i fatti suoi, tiene lontani i topi se gli va, ma in compenso al massimo si limita a graffiare mani e divani.

Ma non serve a nulla tentare di nobilitare presunte gerarchie: il fatto concreto è dato dalla percezione del “senso comune”, dalla presenza del cane nelle trasmissioni televisive e nei traffici di contrabbando dall’Est europeo, nei film e nel commercio, nell’elevato numero di “abbandoni”  estivi  e nelle adozioni, nelle liti condominiali e nelle legislazione contro ogni forma di crudeltà e di abuso.

Insomma, questo è il punto: il cane è in qualche modo soggetto agente e interagente nella nostra società, è “uno di noi”, uno del quale ci sforziamo di capire e soddisfare non solo i diritti, ma anche i desideri e i bisogni; non è più soltanto un ausilio nella caccia o nella difesa, nella pastorizia o nel supporto alla disaffettività, uno strumento vivente di supporto alle attività umane: può esserlo anche, ma nella maggior parte dei casi è uno di noi, non solo “mezzo” ma anche “fine in sé”.

Potrebbe essere interessante, anche in chiave sociologica o filosofica, approfondire cause e contesto di tale evoluzione, ma non è questo il luogo.

Qui si vuole mettere in rilievo il fenomeno, se tale veramente è; se non lo è, mi assumo la responsabilità di aver fatto perdere un po’ di tempo allo sciagurato lettore di queste righe. Ma se lo è, allora bisogna chiedersi perché in tanti continuano a non capire.

Mi riferisco a quei commentatori televisivi che, di fronte all’ennesimo episodio di assassinio commesso da cani, si buttano a dar consigli tipo: “rimanete fermi e non muovetevi”; oppure: “non guardateli negli occhi, la vivono come una sfida”; oppure: “ non è colpa loro, devono aver avuto brutte esperienze con gli umani”.

Sono le stesse scemenze che si possono dire con riferimento a un branco di ubriachi, o di teppisti infoiati, o di “tifosi” inferociti, e sempre scemenze sono, nel senso che si pongono deliberatamente ad un livello troppo basso di senso e di significatività rispetto alle dimensioni del fenomeno e alla tragicità di alcuni eventi.

Non meno perniciosamente “fuori contesto” appaiono tutti quelli che danno luogo a comportamenti apparentemente contraddittori e squinternati, ma forse semplicemente incivili: pronti a innalzare ipocritamente la bandiera dei diritti canini, dimenticano che i diritti non possono essere disgiunti da un contesto di doveri, ché altrimenti la società sarebbe soltanto una selva di vocianti dediti all’esercizio dell’arbitrio e del sopruso; per cui, mentre nessuno si sognerebbe di portare i propri bambini a fare i bisogni per strade e piazze, o di concedere “sconti” ad anziani con problemi di prostata, si ritiene “normale” che i nostri amici cani sporchino ovunque senza che “l’accompagnatore/trice” si attrezzi per ripulire, oppure educhi il suo “piccolo” ad eseguire in appositi spazi domestici.

Ancora: non di rado si assiste all’incontro di grossi cani da lotta-difesa-battaglia senza  museruola con bambini o donne spaventate, fors’anche eccessivamente (?); ma quanta proterva inciviltà, quanta arrogante disumanità, quanta scellerata indifferenza ai diritti degli altri nell’esibito sorriso di ebete compiacimento dell’accompagnatore che, con aria di esperta superiorità, assicura che il suo cagnetto, con quella bocca, mostra i denti solo per … sorridere.

Il cane, com’è ovvio, ha una sua “idea” del territorio e della difesa: dovrebbe essere altrettanto ovvio che bisogna renderla compatibile con quella “umana”. Per non dire che, se c’è un aumento del randagismo, evidentemente parecchi di questi signori a un certo punto si sono stancati di badare a una cane, e finiscono con l’abbandonarlo, spesso condannandolo a un destino di vagabondaggio e inselvatichimento.

Poi, c’è l’allegra legione dei “buoni” e delle anime belle: quelli che danno da mangiare ai cani randagi, alimentando di fatto il randagismo e certe sue conseguenze, insozzando con rifiuti e piatti di plastica cortili e angoli di strada, ma che si guardano bene dal portarselo a casa il cane randagio, affidarlo alle appropriate cure di un veterinario, liberarlo da zecche e cimici, dargli amore vero invece che elemosina di scarto e carità pelosa.

Anche riguardo ai felici “proprietari” di un cane, sarebbe interessante sapere quanti di loro hanno provveduto a dotare il loro amico del microchip previsto dalla legge.

Sarà bene che l’argomento cominci a diventare materia di riflessione seria: il cane è uno di noi, e come tale deve essere trattato, nel rispetto delle sue peculiarità, ma anche delle buone pratiche sociali: se qualcuno ama i cani perché odia gli uomini, c’è qualcosa che non va e ci sono tanti specialisti pronti a dare aiuto. Bisogna invece  che ogni Comune abbia la disponibilità di un canile, mantenuto dai proventi derivanti dalle multe a chi sporca e dalla tassa di possesso, e che sui randagi si intervenga con efficacia, togliendo alibi alle crudeltà: se un Ente Locale è responsabile degli incidenti causati da buche e irregolarità del manto stradale, perché dovrebbe non essere responsabile dei danni causati da cani randagi?

Ma anche sul fronte “privato”, penso che sarebbe bene che ogni possessore di animali fosse in qualche modo preparato e “accompagnato” nelle sua esperienza con appositi corsi, magari gestiti dall’Ente Locale e dall’ASL con l’ausilio di esperti e veterinari, in modo da sottrarre il più possibile la scelta di avere un animale da compagnia al ghiribizzo infantile, all’ottundimento senile o all’esibizionismo di ogni età e farne una scelta meditata e consapevole.

Ma , al solito, l’intervento pubblico latita e i privati si comportano secondo atavico opportunismo; e, al solito, ci rimettono i più deboli, esseri umani o animali che siano.

Filippo Motta

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