Il 10 marzo del 1948 un eroico sindacalista di Corleone venne ucciso perché predicava l’occupazione delle terre incolte da parte dei contadini. Il capo della mafia corleonese al servizio dei latifondisti, il medico Michele Navarra ne decretò la morte (e fece uccidere, con una puntura, dentro l’ospedale di cui era primario, l’unico testimone del delitto, una ragazzino figlio di un pastore). Il corpo del sindacalista, Placido Rizzotto fu scaraventato dentro un foiba di Rocca Busambra, una montagna vicina a Corleone. Non per paura che si potesse risalire agli assassini (la mafia vuole che la gente sappia, perché possa temerla di più) ma per negargli anche la possibilità che gli si erigesse una tomba dove si potesse portare un fiore Perché non nascesse mai un piccolo monumento per un eroe. Per anni è il corpo di Placido è stato cercato ed ogni volta si scoprivano cadaveri di vittime della stessa cosca mafiosa. A nessuno questi poté mai essere dato un nome. Finalmente, dopo 64 anni meno due giorni, l’8 di marzo del 2012, grazie alle comparazioni del DNA, il corpo di Placido Rizzotto è stato individuato. Rizzotto al momento del suo assassinio aveva 34 anni. Adesso finalmente avrà un sepolcro. Rizzotto, come Salvatore Carnevale, come Nicolò Azoti e tanti altri, non fu “vittima” dei mafiosi o dei latifondisti che difendevano il “diritto” di lasciare i loro feudi incolti. Lui e gli altri furono eroi che sfidarono consapevolmente latifondisti e mafiosi sapendo che quelli sparavano senza rimorsi né pietà e loro erano disarmati. E sapevano che ogni loro sacrificio sarebbe stato una piccola spinta per portare un po’ più avanti la Sicilia. E non lottavano per loro ma per i loro compaesani contadini senza terra, senza lavoro e senza pane. Non furono eroi per caso. Operavano in paesi piccoli, dove la sera ci si incontrava tutti in piazza. Placido sentiva addosso gli sguardi minacciosi e beffardi dei vari Michele Navarra, Luciano Liggio, Totò Riina, Binnu Provenzano, li vedeva sputare per terra quando passava lui, vedeva i suoi amici squagliarsi quando incrociavano qualcuno di loro, sapeva chi erano e di chi che erano al servizio. E sapeva che le loro minacce erano condanne. Lo stesso accadeva agli altri eroi del lavoro e della giustizia sociale. Tutti quanti, Nunzio Sansone di Villabate, Epifanio Li Puma di Petralia Sottana; Calogero Cangelosi di Camporeale, Gaetano Guarino di Favara, Nunzio Passafiume di Trabia, Pino Camilleri di Naro, Andrea Raia di Casteldaccia, Giuseppe Spagnolo di Cattolica Eraclea, Giovanni Castiglione di Alia, Girolamo Scaccia di Alia, Giuseppe Bilardo di Santa Ninfa, Giuseppe Maniaci di Santa Ninfa, Vito Pipitone di Marsala, Giuseppe Scalia di Cattolica Eraclea, Giuseppe Pitterello di Ventimiglia (cito solo quelli uccisi tra il 1945 e il 1950), tutti quanti sapevano che un giorno o l’altro sarebbero stati uccisi in piazza o in campagna, di notte o sotto il sole per quella straordinaria battaglia che stavano conducendo: la battaglia per le terre ai contadini. Sapevano che erano condannati, ma non si fermavano, perché era giusto e perché anche lo Stato aveva dato loro ragione, con il decreto Gullo del ’44. che stabiliva che le terre abbandonate, incolte e mal coltivate andassero ai contadini e ai braccianti riuniti in cooperative. Ma spesso i contadini avevano paura e così si decise che a fare i presidenti delle cooperative fossero i segretari delle Camere del Lavoro. A volte capitava che il segretario della Camera del Lavoro non fosse bracciante o contadino. E quando assumeva la carica di presidente della cooperativa sapeva bene che non avrebbe ricavato nessun vantaggio personale, mentre il bersaglio del fuoco mafioso sarebbe stato personalmente lui. Nicolò Azoti, il primo morto per mano mafiosa in quella “guerra per la terra”, era un falegname. Ed anche musicante nella banda del paese, Baucina. Quando gli chiesero di fare il Segretario della Camera del Lavoro avrebbe potuto rifiutare senza perdere la faccia: lui era artigiano, cosa c’entrava con i braccianti? Invece accettò e divenne presidente della cooperativa dei braccianti. qualcuno doveva farlo e lui aveva la coscienza politica ed il coraggio per farlo. Gli mandarono a dire che era meglio lasciar perdere, ma lui sapeva che l’emancipazione della Sicilia e dei suoi compaesani passava anche per queste vie difficili e pericolose. Proseguì senza esitazioni. E senza esitazioni i mafiosi di Baucina, al servizio del barone del luogo lo uccisero. Era l’antivigilia di Natale. Nel 1955 a Sciara (PA) fu ucciso Salvatore Carnevale (32 anni). Conosciuto da molti e indimenticabile è il Lamentu ppi la morti di Turiddu Carnivali, di Ignazio Buttitta, portato su tutte le piazze da grandi cantastorie come Cicciu Busacca e Nonò Salomone. (Ancilu era e nun avia ali nun era santu e miraculi facìa, ‘n cielu acchianava senza cordi e scali e senza appidamenti nni scinnia; era l’amuri lu so’ capitali e ‘sta ricchizza a tutti la spartìa: Turiddu Carnivali nnuminatu ca comu Cristu nni muriu ammazzatu. ……………………………………………………. ……………………………………………………) Questi versi valgono per tutti quanti martiri di quella epopea. Noi siciliani del 2012 siamo lontani da quegli anni e da quella Sicilia. Ma abbiamo un grande debito verso quegli eroi, eroi di tutti e non solo del sindacato o della sinistra o delle loro città. E le loro storie personali hanno tanto da insegnarci. Sarebbe giusto dedicare loro un monumento o una via in ogni comune siciliano per mantenerne viva la memoria.

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