1. Il Pdci si tira fuori dal sostegno alla giunta Mangiameli. Il motivo? Non sono stati mantenuti gli impegni assunti alla vigilia del secondo turno delle amministrative dell’anno scorso. Sono chiamati in causa sia il sindaco Mangiameli che il PD. Non spetta a me entrare nel merito della vicenda. Tuttavia, credo che gli amici del Pdci abbiano sottovalutato il dato, a mio giudizio, più rilevante. La vittoria di Alfio Mangiameli, anche grazie al loro apporto (senza tuttavia dimenticare che oltre il 50% dei consensi alla lista è venuto da candidature indipendenti), aveva aperto la possibilità, per un soggetto politico largamente minoritario come la Federazione della Sinistra (Pdci e Rifondazione = 4,5% dei voti), di svolgere, in una realtà difficile come la nostra, un ruolo importante. Ad una condizione, però. Quella di non pensare, già pochi giorni dopo il voto amministrativo, alla sostituzione dell’assessore Zagami, ma di misurarsi, invece, in maniera convinta ed unitaria, con i problemi concreti della città, cercando di tessere legami attivi con la società lentinese. Le rubriche assessoriali affidate all’architetto Fabio Zagami per conto della Federazione della Sinistra non sono rubriche di poco conto. Comprendono settori rilevanti come: Sviluppo Economico – Attività Produttive – Commercio – Agricoltura – Artigianato – Annona – Associazionismo – Ecologia.

Non c’era, e forse non c’è ancora, attorno a questi temi un grande spazio per costruire iniziative politiche utili, momenti di studio e di approfondimento, proposte amministrative concrete, legami fruttuosi con settori importanti della società e così qualificare il ruolo della Federazione? Non è questo il compito vero della politica?

Dentro un percorso di questo tipo, c’è spazio per discutere anche di avvicendamenti amministrativi senza farsi prendere dall’ansia e senza ultimatum poco convincenti. Nessuno, del resto, può pensare che un assessore, chiunque esso sia, non debba godere anche della fiducia del sindaco, che è il solo a poter giudicare il momento più adatto per eventuali cambi di guardia.


2. Straordinaria partecipazione di popolo alla 17a Giornata della Memoria e dell’Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie, organizzata da Libera a Genova. Una manifestazione coloratissima, che ha visto la presenza di oltre 100 mila persone, in gran parte giovanissimi, provenienti da tutta Italia. La memoria non si cancella, c’è scritto in un cartellone sostenuto da giovani studenti. Ed è questo il senso della manifestazione. Non dobbiamo dimenticare. Lo dice don Ciotti parlando di fronte agli oltre 400 familiari delle vittime delle mafie, riuniti al teatro Carlo Felice di Genova. E ricorda la frase di Saveria Antiochia, madre di Roberto, il poliziotto che fu massacrato dai killer di Totò Riina e Bernardo Provenzano mentre cercava di salvare Ninni Cassarà. “Quando ti uccidono un figlio, sparano anche su di te”, aveva detto Saveria poco prima di morire. “E così – dice don Ciotti – è necessario che tutti sentano sulla pelle quei colpi di pistola, perché venga mantenuta alta la memoria e perché la lotta alla mafia non si fermi”.

Sono partito da Genova per arrivare a Lentini e dire quanto sia stato importante che Guglielmo Tocco abbia chiesto ai cittadini lentinesi un supplemento di memoria per ricordare le vittime della mafia del latifondo siciliano, a cominciare da Placido Rizzotto, i cui resti sono stati ritrovati nei giorni scorsi, 64 anni dopo il suo assassinio per mano di Luciano Liggio e Michele Navarra.

Quella che si combatté tra la fine degli anni ’40 e ’50 è stata l’unica grande epopea della Sicilia moderna, che ha visto una straordinaria mobilitazione popolare contro il latifondo, i proprietari delle terre incolte e abbandonate e per la distribuzione delle terre alle cooperative di braccianti e di contadini poveri. Alla testa di questo movimento, vi furono decine e decine di uomini semplici e di intellettuali che decisero di diventare organizzatori e dirigenti di cooperative, di leghe sindacali, di sezioni di partito, cui dedicarono la loro esistenza con abnegazione e fedeltà assolute, mettendo spesso a rischio la loro libertà e talvolta persino la vita.

Questa storia va ricordata e fatta conoscere alle nuove generazioni.

È stato, perciò, importantissimo che il Consiglio dei Ministri, nella seduta del 16 marzo scorso, su proposta del Presidente Mario Monti, abbia deciso «l’assunzione a carico dello Stato delle spese per i funerali del sindacalista Placido Rizzotto, figura emblematica della lotta contro la mafia».

Sono convinto che, su questo tema, alla nostra città non mancheranno sensibilità e spirito di iniziativa.

Mi piace chiudere questa breve riflessione con la gioiosa poesia di Lucia Mezzasalma, poetessa siciliana e sindacalista, che di quelle lotte contadine fu diretta protagonista:

Da piccola guardavo il mio mare

il mio mare era la terra

preziosa terra da coltivare

per non avere più fame.

Erano i pascoli dei padroni sazi

era l’erba della terra incolta.

Ma nel mio cuore un segreto nascosto:

nessuno si tolga il berretto

per salutare: «Servo suo, padrone».

Lottare voglio assieme agli altri

contadini, braccia forti e mente fina

sulle spalle la zappa e l’aratro pronto

per fare nella terra solchi profondi,

seminare il grano

nei feudi abbandonati.

Erano i leggendari anni cinquanta.

Gli sfruttati dai visi lunghi

scavati da stenti secolari

capirono che la terra è bene per tutti.

I contadini non erano più soli.

Donne, anziani, bambini

«Pane e Lavoro!» gridavano forte.

In Sicilia era la guerra al latifondo,

tutti ad occupare le terre incolte

con canti e suoni di liberazione

e con bandiere sventolanti di vittoria.

Anche la terra era in festa.

 

 

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