Si usava quest’espressione, quando ancora si usava la lingua siciliana, per indicare con implicita ironia un mascalzone traditore, una “mandorla amara” che si era presentato sotto le mentite vesti di mandorla “dolce”, e ad esse frammisto.

Ma con il giudizio di fatto e con l’ironia per contrasto emerge nell’espressione anche, per la magia che a volte si sprigiona dalle parole, il forte senso di una tragica delusione.

Non è certo una novità: l’impasto di tragedia, delusione e ironia costituisce una delle cifre più significative  dell’archetipo siciliano, frutto della storia e di tante storie, di illusioni e tradimenti, di speranze e di sconfitte.

Oggi, però, dalla lettura dei quotidiani e segnatamente delle cronache politico-giudiziarie  pare evidente che con questo pennello si possa colorare davvero tutta l’Italia, tante sono le vicende ed i personaggi della sfera politica che hanno alto titolo per rientrare nella tipologia del … “beddu spicchiu di mennula amara”.

Non è di conforto constatare il coinvolgimento quasi universale in indagini dalle quali sembra trasparire una qualità complessiva della classe dirigente assai inferiore al livello che era lecito attendersi (senza neanche troppe speranze); semmai è di sconforto dover annoverare tra le cattive mandorle anche tanti di quelli che della moralità in politica avevano fatto una loro bandiera.

A conferma, è la mia modesta opinione, della scarsa rilevanza dei buoni propositi moralistici strombazzati sui giornali e in tv e, invece, della necessità della riforma legislativa dei partiti, con la regolamentazione dei processi di democrazia interna e con la revisione della legge sui “rimborsi  elettorali” al fine di renderla realmente controllabile e, come si suol dire, trasparente.

Sarebbero  sufficienti solo questi due provvedimenti per evitare che un qualunque tesoriere di un qualunque partito, e peggio ancora di un ex partito, possa avere nella disponibilità personale un’ingente quantità di denaro pubblico da riservare a  … esigenze individuali.

Certo, “beddu spicchiu” lui, se tutto viene confermato; ma “beddu spicchiu” anche Rutelli, al quale non si sa se augurare di non rimanere coinvolto nelle presunte ruberie perché avvenute “a sua insaputa”, o invece di risultare in qualche modo complice: in questo  secondo caso, sarebbe un gaglioffo lestofante come tanti altri, e prima o poi tornerebbe nelle stanze nobili della politica; ma nel primo caso, più che una colonna del “terzo polo” sarebbe un “terzo pollo”, e la sua carriera politica sarebbe davvero irrimediabile: nel caso che il terzo polo dovesse dare anche lui come ministro di un governo post-Monti o Monti-bis, dove lo metteremmo uno che si fa fregare i soldi da sotto il naso in questa maniera? ministero delle finanze? o dell’economia? del Commercio estero? o della Funzione pubblica? o a capo dei servizi segreti? In un paese normale, il futuro di Rutelli potrebbe essere solo alla cassa di un circo equestre.

La compagnia non gli mancherebbe: Errani, presidente dell’Emilia-Romagna, ha dichiarato che “ho saputo solo a distanza di anni che quel finanziamento era destinato alla coop di mio fratello” ( Corrieredel 18 marzo). Che beddu spicchiu!

A Bari, il Sindaco Emiliano rischia di strozzarsi con le spine delle spigole mentre, tra intercettazioni e altre indagini, dovrà dar conto delle procedure adottate per appalti e varianti al piano regolatore; a Milano c’è un’indagine per turbativa d’asta nei confronti della nuova Giunta; in Toscana si parla di un contributo regionale milionario per un raccordo autostradale mai più costruito; a Imperia il povero Scajola, precursore e creatore dell’  “a mia insaputa”, è costretto a spiegare l’inesistenza della “truffa di proporzioni gigantesche” ipotizzata dai magistrati a proposito di un porto turistico costruito dall’imprenditore Francesco Bellavista Caltagirone, attualmente in carcere ( “Bellavista” : che cognome stupendo per un costruttore edile!).

Come dar torto al Presidente Napolitano quando reclama “più moralità e più qualità” in politica? Piuttosto, si potrebbe legare la sua indicazione all’analisi di Vendola, questa volta sufficientemente concreta:  l’indebolimento dei partiti ha indebolito la politica, e ciò ha consentito un’invasione di politici-imprenditori pronti a mischiare interesse pubblico e interesse privato; indietro non si torna, ma la politica deve “separarsi dai soldi imponendo per legge un limite alle spese elettorali”.

Se ne dovrebbe poter parlare: ma i partiti, tutti i partiti, saranno capaci di capire che senza democrazia interna e senza trasparenza amministrativa i cittadini onesti avranno sempre maggiori difficoltà e ritrosie ad offrire il proprio contributo?

Il vecchio modello di partito è ormai moribondo, affogato e avvelenato in mezzo alle mandorle amare; senza una sostanziale reinvenzione del rapporto tra dirigenza politica e cittadini si rischia davvero la fine della democrazia, malcelata dietro una sempre più insistente richiesta di “tecnici” (v. editoriale de “La Sicilia” del 18-3).

Ma i “tecnici” sono in sé una bugia: la società è un composto di interessi, talora convergenti, talora divergenti; chiunque abbia potere decisionale, decide per gli uni o per gli altri, o ne tenta la sintesi, e qualunque sia la sua origine o professione di fede ideologica, compie una scelta che è inevitabilmente politica; per intenderci, di fronte a una crisi economica non si tratta di risolverla con equazioni matematiche o a colpi di neutrini, ma di decidere chi e come deve pagare per ritrovare l’equilibrio di mercato.

Non a caso, in questi giorni, l’economista bocconiano ed editorialista del Corriere della Sera prof. Mario Monti sta polemizzando, con garbo serafico ma con durezza sostanziale, con l’economista bocconiano ed editorialista del Corriere della Sera prof. Giavazzi che gli imputa ritardi eccessivi nelle liberalizzazioni e nell’azione di governo: due economisti, due professori, due uomini di destra; a conferma, se ce n’era bisogno, che una “tecnica” neutrale e scientifica in politica non esiste, se non come bugia.

A proposito: anche Monti, che beddu spicchiu! Non aveva di meglio da fare che sostenere Marchionne e la FIATaffermando che hanno il “diritto” di investire e spostarsi dove vogliono? E allora quali sono, di grazia, i doveri di un’azienda che almeno dal fascismo in poi è stata di fatto un’azienda assistita periodicamente con i soldi degli italiani?


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