Non vi nascondo che ho nutrito nei confronti del governo Monti un’iniziale simpatia, dovuta, probabilmente, all’evidente differenza di stile, di cultura, di preparazione, rispetto al precedente governo Berlusconi. Ho ritenuto necessari provvedimenti che mi danneggiavano anche personalmente, come la riforma delle pensioni, l’inasprimento delle tasse, il congelamento dei rinnovi contrattuali del pubblico impiego. L’immagine della Grecia era lì a ricordarci che cosa potesse significare il default dell’Italia, a quali conseguenze si potesse esporre il nostro Paese a seguito dell’aggravarsi dei conti pubblici. Il rigore e i sacrifici sono apparsi pertanto necessari. Il problema della finanza pubblica è, infatti, ineludibile. Siamo troppo deboli rispetto a chi controlla il nostro debito. Certo, al rigore si doveva accompagnare maggiore equità. Ma capisco anche le difficoltà. Il governo Monti non è un esecutivo progressista. È troppo condizionato dalle forze di centrodestra. Anche un governo di centrosinistra, sia chiaro, non avrebbe potuto evitare sacrifici per gli italiani. Avrebbe, però, potuto bilanciarli diversamente. Ciò che, comunque, voglio dire è che i provvedimenti richiamati (riforma delle pensioni e interventi di finanza pubblica, il c.d. decreto <<Salva Italia>>, per intenderci) avevano una loro giustificazione, introducono elementi di stabilità nel traballante sistema finanziario italiano. Aiutano a rendere l’Italia più credibile nel panorama europeo e mondiale. Servono, insomma, a mantenere in pista il Paese.

Si può dire la stessa cosa dell’art. 18? È necessaria la sua abolizione per qualche valida ragione? Francamente, non mi sembra. Non ho sentito da parte del governo, dalla Fornero a Monti, nessuna seria argomentazione di ordine economico che giustificasse la scelta adottata.

Si dice: il governo sostiene l’interesse generale del Paese, mentre il sindacato, e in primo luogo la Cgil, un interesse corporativo e, comunque, parziale. È un’affermazione che non spiega nulla. Da un governo <<tecnico>> ci si aspetta cifre, studi, evidenze empiriche.

C’è bisogno della riforma del mercato del lavoro. Ma per fare che cosa? Innanzitutto, per rendere meno precario il lavoro, quello dei giovani e delle donne in primo luogo. E per assicurare strumenti di sostegno, efficaci e finalmente universalistici, a chi il lavoro non lo trova o l’ha perduto. Ci sono novità positive nelle proposte del governo, anche se non tutte convincenti. Alcune di queste novità più significative troveranno attuazione soltanto nel 2017. Ciò che, invece, va cambiato subito, anche senza il consenso di tutti, è l’art. 18. Non è una forzatura? Perché questa scelta dovrebbe favorire l’occupazione? O ridurre il divario tra precari e <<supergarantiti>>? E chi sarebbero i supergarantiti? Lo vogliamo dire una volta per tutte? Gli operai che in vent’anni hanno visto ridotto il loro salario, a prezzi attuali, da 1.600 euro dell’inizio degli anni ’90 a 1.400 euro di oggi? O che possono andare, quando va bene, in cassa integrazione con 800 euro al mese?

La verità è che l’abolizione dell’art. 18 è il tentativo di produrre un’ulteriore svalutazione del lavoro dipendente. Ha scritto Eugenio Scalfari su la Repubblica di ieri che l’art. 18 è pressoché irrilevante. Lo è, probabilmente, sul piano strettamente economico, nel senso che <<in vigenza di quell’articolo gli investimenti, i profitti, il livello dei salari, le esportazioni, i consumi sono andati bene o male per cause completamente diverse>>. È, infatti, del tutto evidente che ad un imprenditore cinese o russo o indiano che voglia investire in Italia non gliene frega nulla dell’art. 18. Nel suo giro in Asia, il presidente Monti non convincerà nessuno ad investire nel nostro Paese sulla base di questo risibile argomento. Gli investitori sono interessati ad altre cose: infrastrutture, tempi della burocrazia, presenza della criminalità organizzata, disponibilità di manodopera qualificata, costi energetici, efficienza dei servizi.

L’art. 18  garantisce un diritto, il diritto del lavoratore a non essere licenziato a piacimento del <<padrone>>. La sua cancellazione, oltre a ledere questo importante diritto, rende, all’interno del posto di lavoro, assolutamente squilibrato il rapporto tra imprenditore e lavoratore dipendente. È per questo che larga parte dell’opinione pubblica ritiene che il governo abbia sbagliato. I due terzi degli italiani vogliono mantenere in vita l’art. 18 perché i lavoratori non siano una merce, di cui ci si possa liberare in ogni circostanza, senza troppi problemi. Non si può, perciò, rinunciare alla possibilità, che in caso di licenziamento illegittimo, il lavoratore debba essere, se vuole, reintegrato nel posto di lavoro. La lotta per ottenere questo risultato è assolutamente sacrosanta e va combattuta.

 

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