Archive for aprile 2012

aggiornamento del 30 aprile

FILIPPO MOTTA: Gli asini di Vizzini, e consigli per la salute –

GUGLIELMO TOCCO: Il fratello più piccolo di B&B –

ELIO MAGNANO: Quel 30 aprile di trent’anni fa –

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Gli asini di Vizzini, e consigli per la salute, di Filippo Motta.


Se vai per Vizzini, poco dopo il bivio sulla Ragusana, trovi sulla sinistra un ampio piano limitrofo alla strada provinciale, recintato in legna alla maniera antica, declinante verso un bosco che gli fa da sfondo sempreverde.

Specialmente nelle terse giornate primaverili, si intravede per un lato la cima dell’Etna, e da un altro, tra bosco e vulcano, la lunga discesa versola Pianae il mare, quella che compare Alfio percorreva per andare a comprare il vino a Francofonte lasciando commare Lola nelle grinfie di compare Turiddu. Vizzini rimane ancora nascosta, ma già avverti sentore di ricotta.

In quel piano recintato pascolano pacifici e sereni cavalli, muli, una nutrita compagnia di asini e qualche pony; tutti pascolano tranquillamente mangiando per conto proprio quel che si trova, a nessuno viene in mente di togliere erba agli altri e accumularla per sé, né il cavallo dà del “bastardo” al mulo, né il mulo dà del “nano” al pony, e tanto meno gli asini approfittano del fatto di essere in maggioranza.

Certo, sono “solo” animali; ma la buonanima di Orwell ne potrebbe trarre utili trame per racconti paradigmatici. A guardarli, infatti, difficilmente si può fare a meno di riceverne una sorta di terapia rilassante e rinfrancante, fino quasi a dimenticare quanto avviene tra gli esseri umani, e in particolar modo quanto sta avvenendo in Italia.

Tralascio di approfondire il discorso sugli allevamenti di cani finalizzati al loro massacro “scientifico” con esperimenti di vivisezione, e sulla quantità e gravità di denunce scaraventate addosso a chi ha cercato di liberarli; tralascio di pigolare su un ceto politico che aggira i referendum, ruba sui “rimborsi”, dice e contraddice, arraffa e denuncia gli altri che arraffano,  promette progetta proclama professa ma poi in realtà semplicemente profitta pro domo sua.

Ma come si fa a tralasciare il confronto tra la saggezza di asini e muli, e l’insipienza di un governo “tecnico” italiano che tra banali errori di conteggio, improvvisazioni dissennate, tasse e auto blu che compaiono e scompaiono sta ammazzando l’Italia?

Confesso di nutrire una più spiccata sensibilità per le difficoltà dei lavoratori che per quelle degli imprenditori; ma il suicidio e la disperazione di tanti imprenditori non costituiscono più soltanto un problema “umano” e psicologico, ma un problema politico ed economico che riguarda tutti.

E invece tutte le attenzioni sono per l’imprenditore-a-contributo-pubblico “ciuffettino” Montezemolo, che ha inaugurato la sua bella ferrovia privata Milano- Napoli (più giù, no! perché rischiava di sporcarsi le scarpettine griffate; e poi l’aveva detto anche Levi che a Eboli ….), nella quale ha ripristinato – che idea geniale ! – la prima, seconda e terza classe. Neanche la sensibilità di metterci anche il carro-bestiame per qualche viaggiatore da Vizzini o dai paraggi!

E in questa tragica Italia, di misteri irrisolti e tragedie impenetrabili, di indagini dilettantesche e di sentenze contraddittorie, di furbi che arraffano e di evasori totali, di partiti incapaci di elaborare proposte politiche e dediti solo alla ricerca di alleanze sulla base di imperscrutabili accordi, di ammuffita nobiltà e di incipiente miseria, di famiglie in dissesto anche morale, adesso pare diventare cronico e strutturale un altro fenomeno negativo: uomini che uccidono donne, mariti e fidanzati che spezzano la vita alle compagne che dicono di amare.

Non fu sempre così: non solo nella tradizione della legge “dell’onore”, ma anche nella cultura classica non l’uomo, ma la donna uccideva: Agamennone non uccide Elena,  semplicemente la riconduce al suo “possesso”; è Giasone che tradisce, mentre Medea è invasa dal furore vendicativo; analogamente alle donne verghiane, seppur in modo assai diverso, anche in Ibsen la donna è “depressa e confusa” piuttosto che consapevole della propria autonomia, mentre l’uomo è comunque il vero regista e “motore” dell’azione.

Evidentemente, come ritengono alcuni interpreti, l’evoluzione della donna da un lato, dall’altro il cambiamento della società in una struttura complessa ma “liquida” che rende meno utile l’approccio “muscolare”, hanno contribuito a demolire l’idea di “possesso” della donna da parte dell’uomo; cosa che le donne ormai percepiscono compiutamente, gli uomini non ancora, o non del tutto. E di fronte all’autonomia decisionale della donna reagiscono con la violenza, a volte con la violenza estrema.

Se così fosse, il fenomeno andrebbe trattato non solo con i tradizionali strumenti repressivi o intimidatori, non solo come problema “etico” con il quale infiorare l’eloquio e quietare la coscienza, bensì come un serio problema politico.

Ma sarebbe, la politica, capace di tanto slancio? È lecito dubitarne: è più importante trovare il modo di salvare le Province e i rimborsi elettorali, di pagare i debiti del paese senza intaccare i grandi patrimoni, di tassare tutto il tassabile tranne le transazioni finanziarie. Lavoro difficile, ma sicuramente fruttuoso. Per alcuni.

Ma non bisogna cedere. Dentro ogni partito, o in qualunque altro luogo di comunicazione e dibattito, si possono e si devono cercare spazi di interlocuzione e di elaborazione e confronto delle opinioni. E spingere affinché il sistema politico italiano si liberi finalmente non solo del ciarpame disonesto, ma soprattutto dei residui di autoritarismo e corporativismo postfascista.

Tanto, nei momenti di stanchezza, si può sempre andare a fare una visitina agli asini di Vizzini, e trarne motivi di rasserenamento, di speranza e di conforto.

 

Il fratello più piccolo di Berlusconi e Bossi, di Guglielmo Tocco

Dopo 19 anni di berlusconismo e bossi-leghismo c’era da credere che gli italiani si fossero stancati dei capi carismatici, dei tribuni, dei capi senza controllo.

E non soltanto per noia, solo perché diciannove anni sono lunghi e si può avere voglia di cambiare, ma anche perché è sotto gli occhi di tutti la fine che normalmente fa che non ha contraddittorio interno, chi non ascolta nessuno, chi per paura o per pochezza della  sua corte incassa solo approvazioni e complimenti.

A Bossi e Berlusconi sicuramente avrebbero fatto bene delle critiche, delle correzioni, dei suggerimenti, di tanto in tanto. E facendo bene a loro avrebbero fatto bene anche all’Italia. Ma i capi non gradiscono.

È accaduto così che un cosa seria come il governo di una Nazione è stata guidata e interpretata come una “burlesque”, per dirla con una parola diventata di moda in questi giorni.

I capi non governano seguendo canoni oggettivi rigidi, sulla base della conoscenza dei problemi e della ricerca delle possibili soluzioni, in base alla conoscenza della storia, della società, dell’economia, ma secondo caratteristiche soggettive, inventiva e improvvisazione, dove la cifra personale supera tutte le altre.

I guai in cui ci ha portato l’esserci affidato ai grandi capi senza partito alle spalle sono vivissimi sulla nostra pelle. Ancora i due rais sono caldi caldi che già molti italiani si stanno innamorando follemente di un altro rais, un altro capo incontrastato e incontrastabile, ad un altro taumaturgo: Beppe Grillo.

E chi è costui? Cos’ha fatto, cos’ha studiato, cos’ha inventato? Dice cose già sentite proprio dalla rinomata ditta B&B: “tutti rubano”, “tutti ladri”, “il teatrino della politica”, “i professionisti della politica” e così via irridendo.

Quelli in cambio ci hanno dato scenette da avanspettacolo: fondazione di nuovi partiti col piede sul predellino, riti pagani alle fonti del Po, l’invenzione di nemici nuovi e vecchi, l’apertura al linguaggio delle taverne.

E cos’hanno fatto i due ex compari per cambiare le cose negli ultimi diciannove anni? Altri giochi di prestigio: il ponte sullo stretto, L’Aquila ricostruita, centrali nucleari ogni tre passi, i ministeri a Monza… per non dire della barzelletta dell’Italia uscita dalla crisi e per giunta meglio degli altri Paesi Europei, degli aerei e dei ristoranti sempre pieni, ecc. Teatro di periferia, farsa, burlesque, appunto.

Certo, Se loro non ci sono riusciti, direte voi, Grillo potrebbe riuscirci. Ma a cambiare che cosa? Ma governare vuol dire cambiare? Governare vuol dire governare. E non si può né cambiare  né governare se non si ha in testa cosa fare, dove andare, con chi.

Tutti in Italia diciamo no all’IMU. Basta per dire che tutti siamo in grado di governare?

Perché mai per insegnare il latino e per curare i denti c’è bisogno di studiare pe anni, per fare il parrucchiere o il sarto c’è bisogno di anni di apprendistato mentre per governare un Paese di 60 milioni di abitanti dovrebbe essere sufficiente sapere urlare, avere una barca di soldi, avere la faccia tosta?

Ricordo come negli anni ’70-’80 si ripeteva in tutte le salse al PCI che non poteva governare in Italia perché al suo interno vigeva il centralismo democratico e da un partito che si autogovernava con quella regola ci si doveva aspettare che appena giunto al potere quella regola l’avrebbe imposta a tutti gli italiani.

La regola di autogoverno del movimento di Grillo è quella del capo che parla, critica, urla, incita, inveisce e dei seguaci-fans che hanno la sola facoltà di applaudirlo. Di nuovo un’Italia così? Questa è roba buona per protestare o per distrarsi po’, non per governare.

Intanto il Beppe di moda ha cominciato a mettere le Cose in chiaro. Se il fratello Silvio diceva che il mafioso Mangano era un eroe, lui ha affermato che la mafia alla fin fine si limita a “chiedere” il pizzo, mica strangola le sue vittime come fa lo Stato. Mangano Eroe, mafia da preferire allo Stato. Se il fratello Umberto rischia di perdere un mare di voti dopo gli scandali che lo riguardano, il fratellino Beppe ha dichiarato che andrà lui a recuperare quei voti (evidentemente promettendo ciò che prima ha promesso Umberto). E d’altra parte Silvio, che è sveglio, qualche anno fa lo dichiarò chiaro e tondo: “Grillo è il mio miglire alleato”. Va bene così, in democrazia si può fare. Il guaio è che i “sedotti” di Grillo oo convinti che finalmente con il fraello più piccolo di Berlusconi e Boss arriverà la novità.

Quel 30 aprile di trent’anni fa, di Elio Magnano


 

Oggi ricorre il trentesimo anniversario della barbara uccisione di Pio La Torre e Rosario Di Salvo. Di entrambi ho un nitido ricordo. Rosario, di qualche anno più grande di me, era l’autista del comitato regionale del PCI. L’ho incontrato molte volte, a Palermo quando andavo per qualche riunione di partito, o a Siracusa, in corso Matteotti, dove c’era la sede della Federazione provinciale del partito e Rosario accompagnava qualche dirigente regionale, o a Lentini, in almeno due occasioni: nell’estate del 1975 quando Rosario accompagnò Achille Occhetto, allora segretario regionale, per partecipare all’assemblea degli iscritti di Lentini dopo la sconfitta elettorale del partito alle amministrative di quell’anno e, un’altra volta, probabilmente nel 1981, quando Pio La Torre partecipò ad un congresso della sezione di Lentini.

Rosario non era solo l’autista del partito, era un militante serio, appassionato, allegro, con una grande voglia di vivere.

Il destino lo portò, il 30 aprile del 1982, ad incontrare la morte insieme a PioLa Torre, in una stradina che conduceva alla sede del partito di Palermo.La Fiat132, sulla quale viaggiavano, fu affiancata da un’auto e due moto di grossa cilindrata alle 9.20. I killer armati di pistole e mitragliette spararono decine di colpi controLa Torree Di Salvo.

Rosario ebbe il tempo di estrarre la pistola e sparare alcuni colpi in un estremo tentativo di difesa, ma non ebbero scampo. Entrambi furono barbaramente trucidati.

La vittima predestinata era, ovviamente, Pio La Torre. Nell’autunno del 1981 Enrico Berlinguer lo volle segretario regionale del PCI per rinvigorire un partito, che mostrava segni di appannamento, e per combattere con più determinazione il fenomeno mafioso, che, in quegli anni, era in forte crescita. Era già iniziata l’ascesa dei corleonesi. Riina aveva allestito una struttura di rara efficacia e un gruppo di fuoco di grandissima efficienza con i quali avviò la scalata ai vertici di Cosa Nostra. Il 23 aprile del 1981, i corleonesi ammazzano prima Stefano Bontate e poi l’11 maggio Totuccio Inzerillo, il gotha della mafia palermitana. E comincia, con la vittoria di Riina, la dittatura più lunga della storia della mafia.

Già negli anni immediatamente precedenti, la mafia aveva alzato il tiro anche contro i rappresentanti dello Stato e delle istituzioni. Il 9 marzo del 1979 fu ucciso il segretario provinciale della DC palermitana, Michele Reina, il 21 luglio 1979 Boris Giuliano, capo della mobile, il 25 settembre 1979 Cesare Terranova, capo dell’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, il 6 gennaio 1980 Piersanti Mattarella, presidente DC della Regione, il 4 maggio 1980 Emanuele Basile, capitano dei carabinieri, il 6 agosto del 1980 Gaetano Costa, procuratore capo di Palermo. Un impressionante rosario di delitti eccellenti. Mancava solo un rappresentante del PCI. Pio La Torre ne era, in qualche modo, consapevole tant’è vero che, passeggiando a Roma con il suo amico Emanuele Macaluso, gli disse: <<Ora tocca a noi>>.

La Torre fu uno straordinario dirigente politico, di quelli che seppero coniugare la teoria con il lavoro concreto, l’impegno instancabile e il coraggio di sfidare il pericolo. Era un uomo di combattimento. Lo era stato fin da giovane. Nel 1945, adiciotto anni, s’iscrisse al Pci e cominciò il suo impegno per organizzare il movimento contadino nella lotta contro il latifondo e la riforma agraria. I cosiddetti decreti Gullo[1] (imponibile di manodopera, ripartizione dei prodotti e assegnazione delle terre incolte) fornirono al movimento contadino meridionale gli strumenti elementari ma efficacissimi per il suo sviluppo.

Fu arrestato l’11 marzo del 1950 per avere partecipato all’occupazione dei quasi2000 ettaridi terreno del feudo Santa Maria del Bosco nel territorio del comune di Bisacquino.

<< Io guidavo quel mattino il corteo di Bisacquino. Alla testa del corteo c’era anche la bandiera bianca, con le donne democristiane, una cosa che faceva impressione. Il corteo era lungo quattro o cinque chilometri, c’erano cinque o seimila persone che marciavano come un esercito pacifico, ma fermo nelle intenzioni. Arrivati sul feudo con il metro del falegname si misurava il terreno, si faceva la lottizzazione (un ettaro a testa), si fissavano i limiti, e si andava avanti così per giorni e giorni>>[2].

Rimase in carcere all’Ucciardone un anno e mezzo: dall’11 marzo 1950 al 23 agosto 1951.

Uno straordinario impegno egli dedicò alla lotta alla mafia, lotta che condusse in modo intransigente, in particolare da quando, nel 1972, eletto deputato nazionale, fece parte della Commissione Antimafia. Col democristiano Virginio Rognoni presentò il disegno di legge che prevedeva l’inserimento nel codice penale del reato di associazione di tipo mafioso e la confisca dei beni dei mafiosi. I piccioli erano, come ricorda Roberto Leone su la Repubblica di ieri, la cosa a cui maggiormente tenevano le cosche mafiose, che, proprio in quegli anni, tra traffico di droga, estorsioni e appalti pubblici, stavano accumulando un’enorme ricchezza.

Pio La Torre individuò subito, appena tornato in Sicilia nel 1981, nella lotta per la pace uno dei punti cardini del lavoro da compiere nel partito. Intraprese una lotta tenace e incessante contro l’installazione di missili Nato nella base militare di Comiso. Comprese che, con l’installazione dei missili, si sarebbero accentuati tutti i processi degenerativi delle istituzioni autonomistiche siciliane. La Torre lanciò la proposta di raccogliere un milione di firme per la pace e contro i missili a Comiso da consegnare al presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini. Fu una straordinaria mobilitazione, di cui La Torre fu infaticabile organizzatore. Tempestava quasi quotidianamente di telefonate le Federazioni provinciali e le sezioni più importanti del Pci per sollecitare la raccolta di firme ed avere il quadro aggiornato della situazione.

Il 4 aprile del 1982 si svolse a Comiso una manifestazione straordinaria che vide la partecipazione di almeno 100 mila persone, soprattutto giovani. Pio non stava nella pelle per la gioia. Era felicissimo, come tutti quelli che vi hanno partecipato, di quella straordinaria mobilitazione di popolo.

Ventisei giorni dopo fu ucciso. La Sicilia perse uno dei suoi figli migliori.

I diversi processi e i vari gradi di giudizio hanno individuato con certezza esecutori e mandanti, senza però accertare il movente che armò la mano degli assassini. C’è ancora bisogno di scavare più a fondo.

 

 

 


[1] Fausto Gullo fu ministro dell’agricoltura fino al 1946 nel secondo governo De Gasperi.

[2] Pio La Torre, Comunisti e movimento contadino in Sicilia, Editori Riuniti, 1980.

Aggiornamento del 23 aprile

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Elio Magnano: Di Caltavuturo e di Claudio –

Filippo Motta; Perplessi, attoniti sotto un cielo di bugie –

Guglielmo Tocco: Il Circolo “Alfio Scrofani” –

Di Caltavuturo e di Claudio di Elio Magnano


 

Ero indeciso su cosa scrivere per l’edizione di oggi della Rivista del Lunedì. Sono tanti gli avvenimenti che stuzzicano la nostra attenzione. Ma due fatti mi hanno aiutato a scegliere. Il primo è stato un vecchio articolo di giornale, capitatomi casualmente tra le mani, che parlava della strage di San Sebastiano avvenuta a Caltavuturo, un piccolo comune in provincia di Palermo, il 20 gennaio 1893. Siamo al tempo dei Fasci Siciliani, quando prese corpo, tra il 1891 e il 1893, un grande movimento popolare, democratico e socialista, che raccoglieva settori di proletariato urbano, minatori, operai, ma soprattutto braccianti agricoli e contadini poveri, che cominciarono ad organizzarsi e a lottare per ottenere migliori condizioni di vita. Questa povera gente chiedeva al sindaco di Caltavuturo di dividere tra i contadini affamati le terre che il duca di Ferrandina aveva ceduto al comune per estinguere i cosiddetti “usi civici”, cioè il diritto che, per secoli, avevano avuto gli abitanti del paese di recarsi sui feudi per raccogliere legna e verdura. Quei terreni comunali, circa250 ettariubicati in contrada San Giovannello, furono, invece, concessi a gabella ed in affitto a prestanome di grossi proprietari ed addirittura, senza bisogno di prestanome, direttamente al segretario comunale di Caltavuturo, Antonio Oddo. La rabbia e i soprusi subiti spinsero i contadini ad occupare all’alba del 20 gennaio prima i terreni di San Giovannello e, poi, a tarda mattinata, a protestare in massa davanti al Municipio, chiedendo di parlare col sindaco. Né il sindaco né alcuno degli amministratori si fecero trovare e così i braccianti decisero di tornare ad occupare i terreni comunali. A quel punto, in pieno centro, senza tanti preamboli, i soldati e i carabinieri spararono sulla folla, uccidendo tredici braccianti e ferendone altri ventisei. Fu una tragedia immane, che ebbe vastissima eco in tutto il Paese. Da allora sono passati 119 anni, ma non è un buon motivo per dimenticare.

Questa seconda parte del mio articolo nasce da una precisa richiesta di Guglielmo Tocco, che sono andato a trovare ieri sera. Appena arrivato, mi ha subito chiesto dell’iniziativa, organizzata da Salvatore Amore e Giuseppe Cardello, <<Conta la musica, viaggio letterario musicale con Claudio Buccheri>>, che si è svolta venerdì scorso al Sant’Alphio Palace Hotel di Lentini. Gli ho riferito le mie impressioni, più che entusiastiche. Lo “spettacolo”, perché è stato anche questo, mi è piaciuto molto. Ed è stato un viaggio letterario e musicale denso di emozioni e di talento, che mi ha coinvolto moltissimo. L’intervento conclusivo di Claudio è stato, a mio giudizio, una grande lezione di vita. La chiacchierata con Guglielmo è, però, servita anche a riflettere su questa nostra città, che vive, sicuramente, un momento difficile, ma non è per niente una città morta, come spesso viene dipinta. Anzi, sta dimostrando una vivacità culturale davvero sorprendente, che fa emergere personalità e talenti a volte sconosciuti o trascurati, che devono essere valorizzati. E il comune di Lentini sta dimostrando, su questo versante, una grande sensibilità. Concordavamo con Guglielmo sul fatto che l’impegno di Nuccia Tronco come assessore alla cultura si sta rivelando prezioso. Sono numerose le iniziative patrocinate ed organizzate dal nostro Comune negli ultimi mesi. Ne cito alcune, chiedendo scusa per quelle che sicuramente dimentico: la Festa del libro del 10 novembre scorso promossa da Guglielmo Tocco, che ha visto la partecipazione della compagnia Encelado Superbo; la conferenza del 23 gennaio durante la quale vi è stata la scopertura degli altorilievi in bronzo raffiguranti i filosofi Gorgia e Socrate, realizzati da Nella Pizzo e donati al comune, e la proiezione del film “La verità è donna” tratto da una pièce teatrale di Maria Marino; il San Valentino in poesia di Guglielmo Tocco al Cine Teatro Lo Presti – Odeon; la presentazione del libro di Graziella Priulla, “L’Italia dell’ignoranza”, del 2 marzo; lo spettacolo teatrale “Casa di bambola” di Ibsen, con l’adattamento e la regia di Mariella Peligra del 7 marzo, l’incontro del 12 aprile con Marco Leonzio, autore del libro “L’Etna, il vino, i mercanti”; le esibizioni fantastiche dell’Orchestra giovanile Vittorio Veneto del 1° Istituto comprensivo di Lentini, che abbiamo ascoltato in varie occasioni e che avremo il piacere di ascoltare ancora in piazza Duomo per la Festa di Sant’Alfio. Insomma, non è poco per una città moribonda. E ci sono molte altre iniziative organizzate dalle tante Associazioni che costantemente operano nella nostra città. È questa la Lentini che bisogna incoraggiare.

Perplessi, attoniti sotto un cielo di bugie, di Filippo Motta


C’è un tratto comune nel modo con cui la “gente”, da qualche tempo, scambia pareri e osservazioni sulla cronaca politica o commenta le ultime notizie sulle sovrane stanze dei bottoni riportate dai media (intendo i bottoni dei pulsanti dell’arché, del potere,  non quelli coinvolti nei giochini del “burlesque”).

Non è solo l’atavica sfiducia o acrimonia verso “quelli che comandano”; c’è qualcosa di più e di diverso, conferito da una sorta di smarrimento per eccesso di notizie, di turbamento per la loro gravità, di confusione per la loro contraddittorietà, di patimento per la perdita di certezze e punti di riferimento.

Ci eravamo abituati a una certa aggressività, a volte anche solo apparente, della stampa e di alcune trasmissioni televisive nei confronti di decisioni dei governanti; adesso la “tassa per l’ingresso nelle piccole isole” e le accise sulla benzina in previsione “delle future disgrazie” non riescono più nemmeno a fare ridere.

Eravamo abituati a grandi titoli di rimbrotto etico-politico, e a dibattiti televisivi con severe implicazioni socio-filosofiche, per locuzioni improprie o veri e propri incidenti verbali dei governanti; adesso le confusioni, gli errori, le sparate della Ministra Fornero sugli “esodati”, o del Premier sul “posto fisso”, o di improvvisati sottosegretari vengono accolti appena con rassegnata inerzia.

Ci si era ormai abituati, e talvolta quasi affezionati, alle continue contestazioni di qualunque provvedimento governativo per “manifesta incostituzionalità”; ci ritroviamo con un governo manifestamente incostituzionale, per giunta anche pasticcione e parolaio, che attacca programmaticamente i consumi necessari, il reddito da lavoro e il piccolo risparmio, esonerando da qualunque serio onere la rendita finanziaria e i beni di lusso.

E poi: hai fatto carriera amministrando le Poste Italiane, fulgido esempio di inappuntabile azienda di deprecabili servizi, e in una grande banca in grande crisi? Bene! Fai il ministro dello Sviluppo (sviluppo italiano, non sviluppo dell’Intesa)!

Hai fatto carriera facendo il consulente di politici di destra, sei il Rettore di un’università privata, sei stato a lungo impelagato in una grande finanziaria internazionale di dubbia reputazione e di accertato fallimento? Bene! Sei un uomo di sicuro affidamento anche perla Sinistrae per tutto il popolo italiano!

Sei tra quelli che stanno facendo piangere i tifosi della Ferrari e ti stai mettendo a fare treni ad alta velocità in concorrenza con le Ferrovie dello Stato che non ti fanno concorrenza, anzi ti spianano vergognosamente la strada? Bene! Sei una possibile riserva della Repubblica e della Politica italiana, in caso di bisogno! E via tutti a battere le mani a “ciuffettino”Montezemolo.

E come se tutto questo non bastasse, addosso a colpire l’esterrefatta persona media del popolo italiano con argomenti da contorsionismo cerebrale: l’Italia non è comela Spagna, che è molto meglio della Grecia; però può finire peggio della Grecia … Ci sarà la ripresina nel 2012, però la situazione rimarrà grave fino alle elezioni del 2013 …  Saremo in recessione fino al 2020, però dopo le elezioni del 2013, se si rifarà questo governo, ci sarà lo sviluppo (e così avrà finalmente un senso avere un “Ministro dello Sviluppo”).

In ogni caso, si evita di dire le cose più semplici: c’è la crisi, certo; ma perché le risorse per farvi fronte devono essere attinte solo dal pozzo del reddito dei lavoratori e non essere invece “equamente” condivise con rendita finanziaria e grandi proprietari, ovvero tratte anche da riduzioni di spesa “politica” sempre annunciate e mai realizzate?

Certo, in economia capitalista un’azienda può trovarsi nella necessità di ricorrere a licenziamenti; ma perché deve essere considerata “giusta causa economica” di licenziamento prendere soldi pubblici e poi scappare con i profitti per andare a “dislocare” altrove senza reale necessità e senza adeguati ammortizzatori sociali, solo per realizzare sogni alla Marchionne, come nella fantasia della Fornero in versione “imitazione-Thatcher”?

Certo, bisogna pagare le tasse; ma perché lo ripetono sempre a chi le tasse le paga già e continua ad essere sovraccaricato del più alto onere fiscale mondiale, per giunta senza alcun riferimento con la qualità dei servizi?

Domande senza risposta. Pensieri che finiscono per vagare nell’universo come asteroidi senza sede e senza meta, destinati a infrangersi su mondi deserti; deserti come le sedi di partito.

Il mondo della politica riesce a cercare di rispondere solo nel tentativo di dar conto del maltolto, individuale o di gruppo; oppure per condannare l’antipolitica, o meglio la finta antipolitica di chi si vuol proporre come futura guida della nazione; oppure per proclamare la nascita di nuove sigle e nuove bandiere.

Eliminazione dei “rimborsi”? Contributi volontari e bilanci integralmente pubblici? Organizzazione di partito conforme per legge ad un modello democratico e non ad un modello fascista?   Vedremo … forse … però  … le lobbies … un giorno, chissà …

Che pena! C’è solo da sperare che i giovani sappiano discernere e che riescano a maturare una nuova coscienza dell’impegno politico e sociale. Uno scrittore cattolico e progressista, George  Bernanos, diceva che è la febbre dei giovani che mantiene il mondo alla temperatura normale: si potrebbe aggiungere che gli altri, quelli che giovani non sono più, ma che non hanno smarrito con la luminosità della pelle anche la luminosità dell’anima, hanno il dovere di offrire il contributo prezioso che può venire dalle battaglie perdute.