Sul Corriere della Sera, il sociologo scontento di tutti i sistemi elettorali tranne il suo, Giovanni Sartori, si augura che “i tecnici” vadano presto a ravvicinate elezioni con una loro lista che dovrebbe sbaragliare tutti i partiti; il pechinese Monti, in visita di Stato, si monta la testa rivendicando a sé il merito di aver risolto tutti i problemi italiani e, salvo poi correggersi precipitosamente, tratta i partiti repubblicani come inutile zavorra di incompetenti; la ministra Fornero si dà le arie di quella tosta e dura, mentre considera tutti i suoi predecessori come “quelli che distribuivano caramelle”.

Sono segnali; e non sono buoni segnali. Monti evidentemente non si rende conto di essere diventato senatore a vita quasi come il cavallo di Caligola, dove il “quasi” va riferito soltanto ai pregressi meriti del Presidente Napolitano; così come è di tutta evidenza il trattamento di favore che la grande stampa (per lo più confindustriale, di dritta o di sponda) sta riservando a dei “tecnici” che, finora, hanno messo in cantiere tra gaffes e pasticci solo riforma delle pensioni e tentativi arroganti di riforma del mercato del lavoro: decisamente, niente con cui passare alla storia. Basta riandare con la memoria a tempi e situazioni più o meno recenti, per ricordare che, per molto meno, ministri e sottosegretari sono stati costretti alle dimissioni da furiose campagne di stampa.

Sua-Eccellenza-Il-Professore-Americano Giovanni Sartori scambia questo trattamento di favore della grande stampa per consenso degli italiani: ma consenso di chi? Degli imprenditori che si suicidano e degli operai che si danno fuoco? Delle imprese che falliscono e di un ceto medio che è il più tar-tassato del mondo? Di quei lavoratori che si vedono costretti al pensionamento ma senza il diritto di riscuotere la pensione? Di quei cittadini che devono garantire la “tracciabilità” dei cinquecento euro mentre non esiste alcuna tracciabilità delle grandi transazioni finanziarie? Dei lavoratori precari che si devono sentir dire che per avere più lavoro bisogna poter licenziare di più?

In realtà, a fronte di una crisi finanziaria europea di cuila Germaniaha impedito una soluzione “normale”, cioè con l’intervento di un fondo salva-stati garantito dalla Banca europea, come invece avvenuto all’interno dello stesso stato tedesco; a fronte di una “dittatura del mercato” avallata e assecondata dagli speculatori italiani ed esteri e dai loro rappresentanti politici; a fronte di una serie di debolezze strutturali dell’economia e dei processi decisionali delle maggiori istituzioni italiane; a fronte di tutto ciò, politicamente stiamo pagando il prezzo della caduta del berlusconismo.

Nei paesi europei coinvolti, e con problemi maggiori e di superiore gravità rispetto al nostro, come Spagna, Portogallo, Irlanda e la stessa Grecia, di fronte alla crisi si è fatto ricorso alle elezioni e ad un nuovo governo che potesse assumersi in pieno tutte le responsabilità delle decisioni necessarie.

In Italia, invece, con tipica procedura di ipocrisia “bizantina”, si è rinunciato alle elezioni e si è inventato il governo “tecnico”, cioè un governo non legittimato, che non risponde agli elettori, e che sopravvive in Parlamento solo perchéla Destrasi è scrollata di dosso una brutta gatta da pelare, mentrela Sinistra(insieme a molti cittadini esasperati dal degrado dei comportamenti) ha tirato un sospiro di sollievo perché non ha più Berlusconi in mezzo ai piedi.

Certo, molti cittadini di ogni o nessuna parte politica, provarono un senso di sollievo quando le cronache governative non furono più riempite da storie di “escort”, di faccendieri, di mezzani e ruffiani, di vecchi zii e giovani nipotine. Ma il prezzo da pagare è un governo, data la procedura anomala con cui è stato messo in piedi, nel quale quelli che prima erano fra i consiglieri dei politici, oggi fanno i politici senza consiglieri.

E ci prendono tanto gusto da pensare di poter stravincere delle elezioni: bene, che ci provino allora. Facciano un altro partito senza storia e senz’anima, mettano insieme un programma chiaro e credibile, si organizzino con i dovuti riferimenti sul territorio, si facciano rappresentare localmente da direttori di agenzia e da promotori finanziari, e poi vedremo di quanto consenso saranno circondati.

Ma visto che di elezioni democratiche, almeno per ora, non si parla, pensino a fare decentemente ciò che devono, senza atteggiarsi come quella mosca che, essendosi posata sulla testa del cocchiere, diceva di esser lei a guidare i cavalli e tutta la carrozza.

Nessuno può chieder loro di risolvere i profondi problemi dell’Italia che, come magistralmente hanno scritto recentemente da par loro Giuseppe Giarrizzo e Pietro Barcellona, attengono a una profonda crisi etica e sociale che, a mio modesto parere, può essere efficacemente affrontata solo dal rinnovamento dei partiti in senso realmente democratico, cioè fondati su finanziamenti trasparenti e pubblicamente rendicontati, e con procedure decisionali interne diverse, anzi opposte, rispetto all’attuale modello chiaramente ispirato a quello del Partito Nazionale Fascista, ossia verticistiche e autoritarie.

Si può però, anzi si deve chiedere, che l’azione di governo stia attenta a non inasprire ulteriormente gli animi, che non sottovaluti il grado di scollamento fra le diverse componenti sociali, che non sia sorda all’esasperazione di cui si cominciano a cogliere i primi segnali. Non tutto si può pagare con l’effimera moneta del disarcionamento di Berlusconi.

 

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