Non è facile, durante i giorni di festa, trovare la giusta concentrazione per scrivere su uno dei tanti temi che la cronaca quotidiana ci mette davanti.

Tuttavia, chiedendo venia ai miei lettori per il sovrappiù di manchevolezza, affronterò un tema parecchio ostico, approfittando della migliore predisposizione d’animo del periodo pasquale.

Il tema è tipico dei radicali. E, tuttavia, da quando Daniele Capezzone li ha lasciati, mi sono meno antipatici, fino al punto di condividere la loro proposta per l’amnistia.

Non c’è, del resto, un modo diverso, e immediato, di affrontare la scandalosa situazione delle carceri italiane. Il tasso di sovraffollamento è oggi del 150%. Sessantottomila detenuti stipati in carceri che ne potrebbero contenere al massimo 45 mila. Nel 2011 sono morti suicidi 66 detenuti la cui età media era di 38 anni. E i suicidi si verificano, soprattutto, nelle carceri dove maggiore è il sovraffollamento. Genova Marassi: 3 suicidi (760 presenti, 170% affollamento); Bologna: 2 suicidi (1.150 presenti, 220% affollamento); Torino: 4 suicidi (1.650 presenti, 146% affollamento) e così negli altri penitenziari. Quarantaquattro si sono suicidati per impiccagione, 12 inalando gas (da una bomboletta di butano), 6 per avvelenamento (con farmaci, droghe, detersivi, ecc.), 4 per soffocamento (sacchetto di plastica infilato in testa o in altro modo). Di questi, 28 erano stati condannati con sentenza definitiva,27 inattesa di giudizio, 3 condannati in primo grado, 8 sottoposti a misura di sicurezza. Gli italiani erano 45, gli stranieri 21. Due le donne. I suicidi nel 2012, fino al 7 aprile scorso, sono stati 16.

È il risultato di una giustizia che non funziona, che è diventata una macchina ormai ferma, bloccata, schiacciata dal peso di milioni di processi pendenti: quasi 10 tra civili e penali. Per arrivare alla fine di un processo penale ci vogliono mediamente ben 1753 giorni. L’Italia ha subito innumerevoli condanne per la violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Essa si colloca al secondo posto, su 47 paesi membri del Consiglio d’Europa, dopo la Turchia e prima della Russia per numero di ricorsi. Ma è al  primo posto per numero di condanne subite a causa dell’eccessiva durata dei processi.

Hanno, dunque, ragione i radicali quando dicono che l’amnistia è l’unico strumento tecnico, previsto dalla Costituzione (art. 79), <<in grado di riportare la Giustizia italiana nel perimetro della legalità>>. Ed anche lo strumento per sconfiggere l’amnistia di fatto (e di classe) che vede andare in fumo ogni giorno 500 processi per prescrizione dei termini. A vantaggio esclusivo di chi può contare su bravi avvocati e molti soldi (Berlusconi docet).

L’alternativa è quella di costruire nuove carceri. Ma è un’alternativa immediata? Ci sono i soldi? Ma, poi, è un’alternativa giusta? Oggi in carcere vanno a finire quasi esclusivamente i poveri disgraziati. Più carceri, più guardie, più poliziotti, più tribunali, più giudici: è questa la risposta migliore al crescente disagio sociale della società italiana? Basta la repressione?

Servono altre risposte, sul piano giudiziario e sul piano sociale: il potenziamento delle pene alternative al carcere, un’incisiva depenalizzazione dei reati, ma, soprattutto, maggiori interventi sociali. Insomma, più educatori ed assistenti sociali e meno carabinieri. Ma è una strada difficile da imboccare. Mancano idee e coraggio.

Il 25 aprile prossimo sarò, purtroppo solo idealmente, presente alla marcia per l’amnistia, la giustizia e la libertà promossa a Roma dai radicali.

 

 

Annunci