C’era una volta il “vento del Nord”, secondo la celebre espressione di un uomo politico italiano del dopoguerra che è morto non ricco: prometteva progresso e libertà, giustizia e democrazia che dal nord d’Italia si sarebbe diffuso anche nelle regioni meridionali.

Si rivelò un venticello, certo non un uragano. Ma non si può disconoscere che passi avanti significativi sono stati fatti; che la società italiana, e persino quella meridionale, pur in mezzo a mille contraddizioni e punti oscuri, a drammi e violenze, a malversazioni ed a ritardi, dopo la guerra e la fine del fascismo è stata connotata da un indiscutibile progresso, per quanto lento, fragile e colmo di punti oscuri.

Ai giorni nostri,la Primaverastenta ancora a sbocciare pienamente: si affaccia e poi svanisce in una grandinata, sembra esplodere nel cielo azzurro  e poi implode nel grigiore umido di correnti sciroccali, ci illude con un luminoso mattino ma presto ci delude in piovose oscurità: anche prevedendo la fine commerciale che faranno i frutti, non ci resta che sperare in una buona fioritura di zagare. Ormai … sono così le “mezze stagioni”!

Ma nel “sovramondo” politico le cose stanno ancora peggio: il dibattito delle idee quasi non esiste più, i partiti sono ridotti in maggioranza a congreghe affaristiche a conduzione familiare o comunque personale, le storie generalizzate di corruzione e correlati “io-non-sapevo” persino negli stretti rapporti tra assessore e Sindaco, Dirigente e braccio destro, … padre e figlio, riempiono le cronache dei media e deprimono il cittadino almeno quanto le storie di nuovo e grave disagio sociale.

Mentre sporcizia e malaffare trasudano dai palazzi della “Cosa Pubblica”; mentre l’intercettazione della menzogna svela loschi maneggi e “…di che lacrime grondi e di che sangue” il Potere, ormai riducibile all’ordinaria follia di un ceto politico senza controllo; mentre algidi “tecnici” hanno buon gioco nel presentarsi come salvatori della patria e si sostituiscono a vecchi e consunti burattini e burattinai della politica italiana e con esperta procedura da banchieri trasferiscono sulle famiglie e sui lavoratori italiani il peso dei debiti dello Stato e delle banche; mentre continua a lacerarsi ogni sentimento di solidarietà e coesione sociale perché troppo chiara è ormai la differenziazione tra chi ruba, chi approfitta e chi è semplicemente derubato, si va consolidando forse il fenomeno peggiore: un vento gelido frange le menti e gli animi, mortifica lo spirito civico, immobilizza il desiderio di partecipazione; è il vento dell’antipolitica, del disincanto, dell’abbandono fatalistico.

Come uno spettro sembra aggirarsi per l’Italia, e non è certo il “comunismo” di marxiana memoria: è la collera muta, la rassegnazione impotente, l’umiliazione di fronte al diktat del “paga e taci”.

Nel traffico delle città avvelenate dalla mal – aria e congestionate dal dominio di burocrati corrotti e amministratori votati al disservizio pubblico + interesse personale, un refolo di quel vento sembra accompagnare la domanda: Libertà, dove sei?

Negli stanzoni delle banche, nelle aziende che chiudono, nelle case oppresse dai pagamenti sempre più onerosi, quel refolo di vento sembra accompagnare la domanda: Giustizia, dove sei?

Nel cuore di chi ha creduto, di chi ha lottato, di chi si è speso per l’interesse comune, e oggi vede i partiti alla deriva ela Costituzionesospesa … “ temporaneamente, giusto il tempo di risolvere la crisi”, quel vento alimenta la domanda: Democrazia, dove sei?

Eppure ci sono anche i segni favorevoli: improvvisamente ( e sicuramente non per effetto dei nostri precedenti, e preveggenti?, articoli su questa rivista) tutti sembrano d’accordo sulla necessità di rendere pubblici e trasparenti per legge i bilanci dei partiti; inoltre, per quante critiche si possano rivolgere ai sindacati, è stato possibile confermare che in Italia c’è ancora qualcuno che la ritiene una “Repubblica fondata sul lavoro” e non un Paese di mercanti di forza-lavoro.

Valga comunque, su tutte, una considerazione: senza i partiti, i “tecnici” non sarebbero né migliori né più onesti dei “politici”, perché ciò che corrompe è il Potere in quanto tale; a fronte della qual cosa, come è noto nelle democrazie più avanzate e meno ipocrite, l’unico rimedio non consiste nell’untume del moralismo parolaio, bensì nella divisione dei poteri, nel loro equilibrio, e soprattutto nella reale possibilità del controllo popolare.

Pertanto, il disinteresse e l’indifferenza nei confronti della politica costituiscono una risposta sotto ogni aspetto sbagliata e controproducente; l’antipolitica, il lasciare l’amministrazione delle cose e l’elaborazione dei progetti nelle mani “di lor signori” , è esattamente quanto si augura la parte peggiore della nazione; il non mollare come popolo sovrano, la cittadinanza attiva, il continuare a martellare affinché i partiti siano realmente democratici e non pallide copie del partito nazionale fascista, il pressare affinché amministrazione e composizione degli interessi siano attività corrette e nobili sia a livello locale che nazionale sono, anche al di là delle naturali divergenze di opinione, le risposte politiche individuali più utili e giuste all’attuale crisi.

 

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