Oggi ricorre il trentesimo anniversario della barbara uccisione di Pio La Torre e Rosario Di Salvo. Di entrambi ho un nitido ricordo. Rosario, di qualche anno più grande di me, era l’autista del comitato regionale del PCI. L’ho incontrato molte volte, a Palermo quando andavo per qualche riunione di partito, o a Siracusa, in corso Matteotti, dove c’era la sede della Federazione provinciale del partito e Rosario accompagnava qualche dirigente regionale, o a Lentini, in almeno due occasioni: nell’estate del 1975 quando Rosario accompagnò Achille Occhetto, allora segretario regionale, per partecipare all’assemblea degli iscritti di Lentini dopo la sconfitta elettorale del partito alle amministrative di quell’anno e, un’altra volta, probabilmente nel 1981, quando Pio La Torre partecipò ad un congresso della sezione di Lentini.

Rosario non era solo l’autista del partito, era un militante serio, appassionato, allegro, con una grande voglia di vivere.

Il destino lo portò, il 30 aprile del 1982, ad incontrare la morte insieme a PioLa Torre, in una stradina che conduceva alla sede del partito di Palermo.La Fiat132, sulla quale viaggiavano, fu affiancata da un’auto e due moto di grossa cilindrata alle 9.20. I killer armati di pistole e mitragliette spararono decine di colpi controLa Torree Di Salvo.

Rosario ebbe il tempo di estrarre la pistola e sparare alcuni colpi in un estremo tentativo di difesa, ma non ebbero scampo. Entrambi furono barbaramente trucidati.

La vittima predestinata era, ovviamente, Pio La Torre. Nell’autunno del 1981 Enrico Berlinguer lo volle segretario regionale del PCI per rinvigorire un partito, che mostrava segni di appannamento, e per combattere con più determinazione il fenomeno mafioso, che, in quegli anni, era in forte crescita. Era già iniziata l’ascesa dei corleonesi. Riina aveva allestito una struttura di rara efficacia e un gruppo di fuoco di grandissima efficienza con i quali avviò la scalata ai vertici di Cosa Nostra. Il 23 aprile del 1981, i corleonesi ammazzano prima Stefano Bontate e poi l’11 maggio Totuccio Inzerillo, il gotha della mafia palermitana. E comincia, con la vittoria di Riina, la dittatura più lunga della storia della mafia.

Già negli anni immediatamente precedenti, la mafia aveva alzato il tiro anche contro i rappresentanti dello Stato e delle istituzioni. Il 9 marzo del 1979 fu ucciso il segretario provinciale della DC palermitana, Michele Reina, il 21 luglio 1979 Boris Giuliano, capo della mobile, il 25 settembre 1979 Cesare Terranova, capo dell’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, il 6 gennaio 1980 Piersanti Mattarella, presidente DC della Regione, il 4 maggio 1980 Emanuele Basile, capitano dei carabinieri, il 6 agosto del 1980 Gaetano Costa, procuratore capo di Palermo. Un impressionante rosario di delitti eccellenti. Mancava solo un rappresentante del PCI. Pio La Torre ne era, in qualche modo, consapevole tant’è vero che, passeggiando a Roma con il suo amico Emanuele Macaluso, gli disse: <<Ora tocca a noi>>.

La Torre fu uno straordinario dirigente politico, di quelli che seppero coniugare la teoria con il lavoro concreto, l’impegno instancabile e il coraggio di sfidare il pericolo. Era un uomo di combattimento. Lo era stato fin da giovane. Nel 1945, adiciotto anni, s’iscrisse al Pci e cominciò il suo impegno per organizzare il movimento contadino nella lotta contro il latifondo e la riforma agraria. I cosiddetti decreti Gullo[1] (imponibile di manodopera, ripartizione dei prodotti e assegnazione delle terre incolte) fornirono al movimento contadino meridionale gli strumenti elementari ma efficacissimi per il suo sviluppo.

Fu arrestato l’11 marzo del 1950 per avere partecipato all’occupazione dei quasi2000 ettaridi terreno del feudo Santa Maria del Bosco nel territorio del comune di Bisacquino.

<< Io guidavo quel mattino il corteo di Bisacquino. Alla testa del corteo c’era anche la bandiera bianca, con le donne democristiane, una cosa che faceva impressione. Il corteo era lungo quattro o cinque chilometri, c’erano cinque o seimila persone che marciavano come un esercito pacifico, ma fermo nelle intenzioni. Arrivati sul feudo con il metro del falegname si misurava il terreno, si faceva la lottizzazione (un ettaro a testa), si fissavano i limiti, e si andava avanti così per giorni e giorni>>[2].

Rimase in carcere all’Ucciardone un anno e mezzo: dall’11 marzo 1950 al 23 agosto 1951.

Uno straordinario impegno egli dedicò alla lotta alla mafia, lotta che condusse in modo intransigente, in particolare da quando, nel 1972, eletto deputato nazionale, fece parte della Commissione Antimafia. Col democristiano Virginio Rognoni presentò il disegno di legge che prevedeva l’inserimento nel codice penale del reato di associazione di tipo mafioso e la confisca dei beni dei mafiosi. I piccioli erano, come ricorda Roberto Leone su la Repubblica di ieri, la cosa a cui maggiormente tenevano le cosche mafiose, che, proprio in quegli anni, tra traffico di droga, estorsioni e appalti pubblici, stavano accumulando un’enorme ricchezza.

Pio La Torre individuò subito, appena tornato in Sicilia nel 1981, nella lotta per la pace uno dei punti cardini del lavoro da compiere nel partito. Intraprese una lotta tenace e incessante contro l’installazione di missili Nato nella base militare di Comiso. Comprese che, con l’installazione dei missili, si sarebbero accentuati tutti i processi degenerativi delle istituzioni autonomistiche siciliane. La Torre lanciò la proposta di raccogliere un milione di firme per la pace e contro i missili a Comiso da consegnare al presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini. Fu una straordinaria mobilitazione, di cui La Torre fu infaticabile organizzatore. Tempestava quasi quotidianamente di telefonate le Federazioni provinciali e le sezioni più importanti del Pci per sollecitare la raccolta di firme ed avere il quadro aggiornato della situazione.

Il 4 aprile del 1982 si svolse a Comiso una manifestazione straordinaria che vide la partecipazione di almeno 100 mila persone, soprattutto giovani. Pio non stava nella pelle per la gioia. Era felicissimo, come tutti quelli che vi hanno partecipato, di quella straordinaria mobilitazione di popolo.

Ventisei giorni dopo fu ucciso. La Sicilia perse uno dei suoi figli migliori.

I diversi processi e i vari gradi di giudizio hanno individuato con certezza esecutori e mandanti, senza però accertare il movente che armò la mano degli assassini. C’è ancora bisogno di scavare più a fondo.

 

 

 


[1] Fausto Gullo fu ministro dell’agricoltura fino al 1946 nel secondo governo De Gasperi.

[2] Pio La Torre, Comunisti e movimento contadino in Sicilia, Editori Riuniti, 1980.

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