Archive for maggio 2012

Aggiornamento del 28 maggio

Guglielmo Tocco: Frasi (che diventeranno) celebri –

Elio Magnano: Il risveglio delle coscienze –

Filippo Motta: E venne il giorno del grande annuncio,,,

Frasi (Che Diventeranno) Celebri, Di Guglielmo Tocco

La più bella l’ha detta Angelino Alfano: “Bisogna cambiare l’offerta politica”

Ho un amico che aveva una pizzeria. Con il tempo le cose andavano sempre peggio. Adesso ha aperto  un bar. Non è che gli stia andando benissimo, ma almeno ha tentato.

Berlusconi, quando era solo un imprenditore,  cambiò perché intuì che con le televisioni private si poteva guadagnare di più. E cambiò anche se con l’edilizia le cose non gli andavano male.

Con gli affari è così: non bisogna affezionarsi troppo: vai dove ti porta il guadagno. Sii sempre pronto a cambiare offerta. O, per dirlo meglio, a riciclarti.

Angelino è molto giovane: dategli il tempo ed imparerà anche lui che i partiti e le “offerte politiche” dovrebbero nascere dai bisogni di una parte della popolazione, per rappresentare esigenze materiali o ideali. Il poco tempo che ha avuto a disposizione e le frequentazioni gli hanno consentito di imparare qualcosa solo sulle aziende. Così dopo la batosta delle amministrative vedrà cosa proporre agli azionisti: buttiamoci a sinistra, apriamo una sezione di Scientology, facciamoci crescere i capelli e suoniamo le chitarre o inventiamo il partito dei dama-scacchisti, che ancora manca. Insomma, in un modo o in altro bisognerà tornare a vendere. Forse si daranno alla moda.

Anche il Trota non è andato male: ha detto ce lui di quella laurea non sapeva niente, che non conosce neanche una parola di albanese e che a Tirana non ha mai messo piede.

Dopo i compratori  clandestini di case, che rovinarono Scajola, e i restauratori della notte, che misero in cattiva luce Bossi padre, ecco la Spectre delle lauree false, pericolosa organizzazione segreta internazionale nata al solo scopo di far fare brutta figura alla Lega con il vile strumento dei titoli scolastici .

Maroni, il segretario in pectore della Lega ha dichiarato che forse i deputati e i senatori leghisti lasceranno il Parlamento. Si dedicheranno solo a rendere più ricca, più libera, più bella la nazione mai nata della Padania (con esclusione di Milano, Torino, Genova, Parma e tutte le altre città di un certo peso). Così i terrun di Bologna. Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo capiranno quant’è dura vivere senza di loro. Speriamo di farcela, ma temo che senza Gemonio e Pontedilegno il turismo crollerà.

L’Incantatore di Serpenti,  il Grande Imbonitore è arrivato ultimo in ordine di tempo e forse anche come fantasia.

Mentre in Italia si parla di crisi, di disoccupazione, di fallimenti e suicidi, di Rizzotto e di Falcone, di attentati e morte nelle scuole e di nuovo terrorismo, di costi della politica, lui che a tutt’oggi è il capo del maggior partito italiano, di cosa parla? Di un’altra storia, interessante ma che non c’entra niente, una storia che lui per primo sa che non c’entra proprio. Ha parlato di “semiprenzialismo alla francese a doppio turno”. Spettacolare. Giornali e TV convocati apposta per non ascoltare niente. Ma intanto devono comunicare al mondo la vera notizia: il negozio è ancora aperto. Aspettiamoci un invito per la sfilata sella collezione estate-autunno 2012. Loro sono immortali, come i Forrester di Beautiful.

Il risveglio delle coscienze di Elio Magnano


“È stato giusto tornare al punto di partenza e il punto di partenza è Portella della Ginestra, il punto di partenza è Corleone, la terra di Placido Rizzotto”. È questa la frase forse più significativa pronunciata a Corleone dal Presidente Napolitano. Mi è dispiaciuto non esserci stato il 24 maggio scorso per partecipare ai funerali di Stato di Placido Rizzotto. Erano, però, presenti molti cittadini lentinesi. Studenti, insegnanti, semplici lavoratori. E c’erano il sindaco di Lentini, Alfio Mangiameli, e il Gonfalone della mia città, amministratori e consiglieri comunali. C’è stata una grande partecipazione popolare, commossa e consapevole. E c’è stata, purtroppo, la nota stonata dell’arcivescovo di Monreale, Salvatore Di Cristina, che ha celebrato la messa senza chiamare al suo fianco, come prevedeva il cerimoniale del Quirinale, don Luigi Ciotti, e senza mai pronunciare, durante l’omelia, la parola <<mafia>>. Né ha voluto ricordare i tanti sindacalisti uccisi dalla mafia del latifondo siciliano, prima e dopo di Rizzotto, perché impegnati a guidare le lotte per la terra ai contadini, per il pane e il lavoro, per la giustizia e la libertà. Capisco perciò l’amarezza di Giuseppe Casarubbea, illustre storico siciliano, nipote di Giuseppe Casarubbea, dirigente sindacale, morto il 22 giugno 1947 durante l’assalto, con armi da fuoco e bombe a mano, alla sezione del PCI di Partinico. <<Quello che doveva essere un evento di Stato, laico e riparatore – scrive Casarubbea – è stato una cerimonia quasi privata, con scarsi riferimenti a ciò che rappresentò Cosa Nostra in quegli anni di piombo e di terrorismo, quando si tentò di bloccare la democrazia con la decapitazione del movimento contadino>>. Non condivido del tutto questo giudizio. Questo evento non si è esaurito con l’omelia dell’arcivescovo di Monreale. I funerali di Stato hanno, comunque, rappresentato l’occasione per una straordinaria mobilitazione di popolo non solo in Sicilia, ma in tutto il Paese.

Essi sono stati preceduti in tanti posti da momenti importanti di riflessione, che si sono intrecciati con il ricordo della strage di Capaci, dell’uccisione di Pio La Torre e Rosario Di Salvo, di Paolo Borsellino e degli uomini delle scorte. Ho avvertito, in queste settimane, un forte risveglio della coscienza civile del Paese, che sta coinvolgendo soprattutto i giovani, e che ci fa ben sperare per il prossimo futuro. Lentini è stata un bell’esempio. Un filo rosso ha tenuto insieme le iniziative di queste settimane: la Targa del Comune in memoria di Placido Rizzotto e di tutte le vittime della mafia del latifondo siciliano; l’incontro degli studenti del Polivalente di Lentini con don Tonio Dell’Olio presidente di Libera International; l’inaugurazione della “Mostra fotografica sulla vita di Pio La Torre” nei locali dell’ex Pescheria; la fiaccolata in ricordo delle vittime della mafia organizzata dalla Chiesa Madre di Lentini, dalla Chiesa Evangelica Battista, dal Comune e da tante altre associazioni cittadine; la deposizione dei fiori ai piedi dell’<<Albero Falcone>> per il XX anniversario della strage di Capaci; la mobilitazione dei giovani e delle scuole in varie occasioni, l’ultima, sabato scorso alla villa Gorgia.

Questo impegno deve proseguire. Dobbiamo trovare occasioni e strutture permanenti per andare più a fondo, per tenere viva la memoria e per capire come sono cambiate le mafie ai giorni nostri. C’è il rischio, come ricordava don Dell’Olio in un’intervista a Sat Sicilia, che noi facciamo la lotta alle mafie con una foto ingiallita delle mafie stesse. C’è, perciò, bisogno di aggiornare la nostra analisi della realtà lentinese per non correre il rischio di apprezzare certi dati (la mancanza di omicidi di mafia) e di sottovalutarne altri, soprattutto ciò che avviene nel mondo economico. Per sconfiggere le mafie non bisogna dimenticare, come insegna Giovanni Falcone, di seguire l’odore dei soldi.

È anche questo il compito di un’antimafia sociale, che vuole non solo sostenere la memoria e l’educazione alla legalità, ma anche conoscere sempre meglio l’avversario da combattere, affinando analisi conoscitive e strumenti di intervento.

 

E venne il giorno del grande annuncio…, di Filippo Motta

E venne il giorno del grande annuncio…

Monti e il suo governo, di tedeschi se ne intendono. Tanto che hanno persino voluto, in una delle loro “performances” di tecnici esperti, imitare il grande Nietzsche; in “Also sprach Zarathustra” ( “Così parlò Zarathustra”, per gli incolti e gli inesperti che ancora non parlano correntemente il tedesco), il Profeta – dopo avere tanto meditato sopra un “pizzo” di montagna – si risolve infine a ridiscendere tra i mortali, addirittura nel mercato, per dare agli umani il “grande annuncio” che doveva portare alla comprensione della “questione capitale”: in grossolana ma rapida sintesi, il presente e il futuro dell’umanità.

In quel caso, il zoroastriano se la prendeva con Dio e gli gufava contro, dicendo a tutti che era “morto” anche se nessuno se ne accorgeva; vabbè, fatti suoi.

I Nostri invece, che sono profeti zoroastriani del prendere e del dare ( in verità, più del prendere che del dare), in un colpo solo hanno dato l’annuncio di come risolvere il problema dello Sviluppo Economico, il problema del Futuro dei Giovani Italiani, e il problema dell’Efficienza della Scuola.

Di quella italiana, per cominciare; ma se il mondo ci imiterà, i Tecnici al governo sicuramente si offriranno generosamente a tutto il pianeta ( naturalmente, dietro adeguato compenso).

Ebbene: qual è allora il provvedimento che salverà economia e cultura, giovani e vecchi, scuola e mercato, capre e cavoli? Il premio al miglior alunno dell’anno!

La terra ha tremato, dopo l’annuncio, muta pensando allo sforzo che deve aver compiuto la squadra di governo per elaborare l’idea fatale.

Come hanno potuto, altri, pensare che si migliora la scuola creando per tutti le condizioni economiche e sociali per studiare serenamente e proficuamente?

Come hanno potuto affermare che bisogna migliorare il sistema di selezione, reclutamento e formazione in servizio dei docenti per avere una scuola decorosamente efficace? E come sarà venuto in mente a qualche sprovveduto che per avere efficienza ci vuole efficacia, e cioè un sistema moderno di valutazioni e verifiche del lavoro svolto dagli operatori scolastici tutti, dal personale ausiliario ai dirigenti scolastici?

Il premio al migliore alunno dell’anno! Ecco cosa consentirà di motivare i giovani, di dar loro una speranza e il piacere di imparare ed essere culturalmente autonomi, di formare competenze solide e aggiornate.

E con quella borsetta di studio, il giovane premiato potrà percorrere i sentieri del futuro come i pagani beati saggiavano con sereni passi i giardini dei Campi Elisi, cittadino modello e solidale, di esempio a tutti gli altri attardati alle sue spalle.

Diciamo la verità: qualunque altro governo, dopo un annuncio simile, sarebbe stato azzannato alla gola, giustamente, da singoli e da gruppi, da associazioni e da partiti, da indignati e da moralisti; ma questo governo si nasconde dietro il Presidente Napolitano, e quindi…; e poi, questo governo ci ha consentito di non avere più Berlusconi, e quindi …; e poi, questo governo ci ha consentito di non correre il “pericolo” di elezioni, e quindi …

Del resto, dopo l’annuncio di una riforma delle pensioni che ha provocato il disgraziato fenomeno degli “esodati”; dopo la tassa sulle disgrazie e sull’ingresso nelle piccole isole; dopo una lotta all’evasione fiscale fatta con sceneggiate teatrali per giustificare l’assalto ai pensionati, ai malati, e ai redditi dei lavoratori; dopo l’annuncio che bisogna poter licenziare tutti i dipendenti statali ( tranne quei magistrati che litigano tra di loro per accaparrarsi le inchieste più importanti, e poi non risolvere niente o far scadere i termini di detenzione di criminali e mafiosi), cosa ci si poteva aspettare?

Molti hanno tardato a riconoscere tempestivamente la vera natura di questo governo, e qualcuno ancora si attarda in tatticismi e “alleanzite” cronica e perniciosa; c’è anche chi prende in considerazione persino “ciuffettino” Montezemolo in attesa spasmodica che la Ferrari vinca una corsa per candidarsi a Primo Ministro.

Ci volevano le elezioni francesi per ricordare cosa significa “essere di sinistra”, e che ancora un significato c’è, al di là di ogni trasformismo e camuffamento.

Rispetto per tutti, ma ci sono valori che non si possono barattare, e sono i valori fondanti della democrazia libertaria e liberale e del socialismo: la tensione verso l’uguaglianza delle opportunità, la giustizia sociale, i diritti inviolabili del cittadino e i suoi doveri sono gran parte della nostra identità nazionale, codificata nella Costituzione.

Non si può, in virtù delle tattiche parlamentari e delle presunte convenienze partitiche, lasciar completare impunemente l’opera di corruzione morale dei nostri giovani incentivando l’arrivismo personale mentre gli edifici e gli operatori scolastici vengono abbandonati a se stessi, all’incuria e all’inefficienza in nome di presunti risparmi, che spesso tali non sono.

Già per i nostri giovani sono tempi difficili: tra famiglie anomiche, governanti pomicioni e “strafallari”, vescovi e onorevoli che rubano, magistrati che si riempiono la bocca con Falcone e Borsellino ma in realtà mirano a fare i politici, politici che prima affondano Cuffaro e poi vanno a braccetto con Lombardo, non è facile accompagnare positivamente i loro processi di crescita e formazione.

Se poi viene creata attorno a loro, con tecnica esperta, una “società della paura”, la situazione si aggrava ulteriormente: da qualche tempo, non passa giorno che vertici della polizia e della politica non ci avvertano  – loro, a noi! –  che in giro ci sono presunti anarchici assetati di sangue; che organi di stampa non amplifichino sapientemente il contenuto di volantini con stelle o strisce di nuovo o vecchio conio; che attentati e attentatori imprevedibili e imprendibili non provvedano a seminare insicurezza.

Del resto, con un governo che si deve scusare con Berlusconi ogni volta che dice una parola in più, ed è sostanzialmente appeso solo al sopracciglio del Presidente Napolitano, l’insicurezza non può che tendere a diventare sistemica.

Forse è ora che i veri uomini politici di razza, e ancora ce n’è qualcuno in grado di essere una guida per il Paese, la smettano di trastullarsi con i “grillini” e di inginocchiarsi alla Merkel, e consegnino all’elettorato una proposta chiara e forte sulla quale chiedere il consenso.

Semplicemente.

Aggiornamento del 21 maggio 2012

Gli angeli picciriddi, di Elio Magnano –

La Sicilia che fu, la Sicilia che sarà, di Filippo Motta –

Panoramica, di Guglielmo Tocco –

Gli angeli picciriddi di Elio Magnano

Sabato mattina, stavo scrivendo di Rita Atria, quando ho saputo la notizia dell’orrendo attentato avvenuto nella scuola Morvillo Falcone di Brindisi. Sono rimasto sgomento e senza parole. È difficile immaginare che degli esseri umani possano concepire un delitto così mostruoso. Ho pensato subito alle ragazze colpite, a Melissa Bassi, che ha perso la vita ad appena 16 anni, a Veronica Capodieci, rimasta gravemente ferita, che sta lottando tra la vita e la morte, alle altre studentesse, Selene, Azzurra, Alessandra, Nicoletta, Sabrina, che non sono fortunatamente in pericolo di vita. Ho pensato allo strazio indicibile dei genitori di Melissa, che era la loro unica figlia.

Altro in questo momento non saprei dire. So che di questa tragedia tremenda dovremo parlarne più avanti, appena il dolore e lo sgomento lasceranno spazio ad un minimo di riflessione. E dobbiamo parlarne perché bisognerà trovare la forza e la lucidità per reagire. Perché il terrorismo, qualunque siano la sua matrice e i suoi obiettivi, non deve vincere, né impedirci di pensare a un’Italia migliore.

Di Rita Atria ne voglio, però, scrivere lo stesso. Perché era anche lei una ragazzina innocente, di poco più grande di Melissa, che è stata uccisa, sia pure indirettamente, dalla mafia vent’anni fa.

Rita è nata a Partanna, in provincia di Trapani, il 24 settembre 1974. Apparteneva ad una famiglia mafiosa. Suo padre aveva un ruolo importante nel suo paese; era, come si dice, uno ‘ntisu. Anche il fratello faceva parte di Cosa nostra. Rita sapeva e non sapeva, perché era ancora una bambina e viveva come tutte le bambine. A Partanna, ad un certo punto, scoppia la guerra di mafia. Da una parte, la famiglia degli Ingolia, dall’altra, quella degli Accardo, detti i Cannata. Si contendono il dominio mafioso della valle del Belice. I Cannata sono i più forti, sono gli alleati dei corleonesi. E alla fine vincono loro, lasciando sulle strade di Partanna e dintorni decine di morti, tra il 1987 e il 1991. Tra questi morti c’è don Vito, il padre di Rita. Viene ucciso due giorni dopo il matrimonio di suo figlio Nicola, il quale giura vendetta e va gridando ai quattro venti che punirà gli assassini del padre. Nicola non ha il tempo di fare nulla. Il 24 giugno 1991, due killer armati di fucili a canne mozze irrompono nella sua casa e lo uccidono.

Rita è profondamente colpita dalla morte del fratello, al quale era molto legata. Nel suo diario scrive le sue angosce e le sue sofferenze, con parole disperate che parlano di una vita che non le piace e che le sembra senza via d’uscita. Poi, però, succede qualcosa. Piera, la vedova di suo fratello Nicola, ha cominciato a collaborare con la giustizia. C’è un giudice, il magistrato Paolo Borsellino, che è bravo e le dà sicurezza. Anche Rita decide di collaborare. Non è facile per una ragazzina di 17 anni prendere quella decisione. Ad un certo punto, però, decide di rompere il muro dell’omertà. Il 5 novembre 1991, anziché andare a scuola, prende la corriera e va a Sciacca ad incontrare il giudice Borsellino. “Mi chiamo Rita Atria, dichiara, e mi presento alla Signoria Vostra per fornire notizie e circostanze legate alla morte di mio fratello e all’uccisione di mio padre”. Rita parla e dice un sacco di cose interessanti, perché in quell’ambiente, l’ambiente di cosa nostra, c’è nata e cresciuta. Sono molti i mafiosi di Partanna che vanno a finire in galera.

Paolo Borsellino fa trasferire Rita a Roma assieme alla cognata Piera, inserendola in un programma di protezione. Qui non si sente a suo agio. Rita non si è mai mossa da Partanna e si sente spaesata in una grande città come Roma. E, soprattutto, si sente sola. Avrebbe bisogno di sua madre, ma sua madre per lei non c’è, di quella figlia che sta parlando con gli sbirri non ne vuole sapere. Anzi ha addirittura denunciato il giudice Borsellino per sottrazione di minore.

“L’unica speranza è non arrendersi mai”, scrive ancora Rita nel suo diario. Testimonia nei vari processi che man mano vengono celebrati, sostenuta dal grande affetto del giudice Borsellino, con il quale si crea un legame fortissimo.

Poi succede il dramma. Il 23 maggio 1992 c’è la strage di Capaci in cui muoiono il giudice Falcone, la moglie Francesca Morvillo (a lei è intitolata la scuola di Brindisi) e gli uomini della sua scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Il 19 luglio, 55 giorni dopo, vengono uccisi anche Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu Antonino Vullo). Rita apprende la notizia dalla televisione. Rimane impietrita. Per lei Paolo Borsellino era diventato come un padre. Lo scrive anche nel suo diario: “Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita”. Il 26 maggio 1992 Rita Atria si uccide, gettandosi dal settimo piano di un palazzo rosa che si trova a Roma in via Amelia. Qualche tempo dopo, a Partanna, la madre prende un martello e fracassa la lapide sulla sua tomba.

È la mafia, è l’ombra di Cosa nostra che arriva dappertutto, anche nelle famiglie, anche nei rapporti tra una madre e una figlia.

La storia di questa coraggiosa ragazza è stata magistralmente raccontata da Marco Amenta nel suo film del 2009, La Siciliana ribelle, che merita di essere visto e discusso.

Bisognerà trovare il modo più appropriato di ricordare, il 26 luglio 2012, la morte di questa straordinaria ragazza siciliana, che ha saputo ribellarsi alla mafia e alle sue regole inumane.

 

 

 

 

 

 

La Sicilia che fu, e quella che verrà. di Filippo Motta


Poco più di sessant’anni fa, sotto l’urto della guerra, dello sbarco angloamericano e della caduta del fascismo, in Sicilia molti contadini e qualche intellettuale ritrovavano la forza e la voglia di alzare la voce contro chi rubava con mani sporche di sangue nel piatto dei poveri.

I decreti Gullo del ’44, con la concessione ai contadini delle terre incolte dei latifondisti, avevano invaso con aria fresca e nuova la morta gora del mondo agricolo, e i contadini ne respiravano a pieni polmoni, occupando le terre laddove la legge non veniva applicata.

Renato Guttuso iniziava allora la sua luminosa carriera di artista con dipinti che già nel titolo disegnavano la consapevolezza di un mondo nuovo: “Contadino che zappa” (1947), “Bracciante siciliano” (1949)”, “Occupazione delle terre” (esposto alla Biennale di Venezia nel 1950); Elio Vittorini preparava il suo “Uomini e no”, probabilmente designabile come il primo romanzo della Resistenza; Salvatore Quasimodo evocava un quadro drammatico della sua “Terra impareggiabile” con “ La vita non è sogno” e “Lamento per il Sud).

Placido Rizzotto, Epifanio Li Puma, Salvatore Carnevale, Pio La Torre, insieme ad altri giovani sindacalisti, socialisti e comunisti misero la forza della loro coscienza civile al servizio delle istanze dei più poveri; ma nel 1948 si affermano nuovi scenari: in Aprile la Democrazia Cristiana stravince le elezioni, e De Gasperi manda la sinistra all’opposizione, ricominciando a interpretare i problemi sociali in termini di “ordine pubblico” con il valido ausilio della “Celere” istituita dal siculo Scelba; Gullo non è più ministro, ed è stato sostituito dal ricco latifondista sardo Antonio Segni; e dopo le prove generali di Portella della Ginestra, replica sofisticata della strage di Palermo del ’44, Li Puma e Rizzotto vengono uccisi per mano mafiosa. Carnevale e La Torre seguiranno più tardi.

Mafia e miseria riprendono ad accompagnare la vita quotidiana del popolo siciliano, ad affaticare il suo respiro, ad inquinare i suoi progressi.

Vent’anni fa, ancora e sempre altri delitti. La mafia non è più, prevalentemente, quella dei latifondi; e nemmeno quella del sacco edilizio degli anni ’60-’80, perché appalti e investimenti richiedono ormai diversificazione, mentre la grande nuova è la droga: leggera, impalpabile, desiderata dai deboli, crudele come una metafora sadomasochista; ma soprattutto, capace di conferire un inimitabile valore aggiunto all’investimento iniziale.

Due magistrati capiscono che il tradizionale metodo investigativo non è funzionale allo smantellamento della mafia; che la mafia è una struttura organizzata, con una “cupola” di comando; che la mafia non si combatte con la retorica dell’educazione morale e con la chiamata alle armi di inermi cittadini e di bambini delle elementari, ma con l’attacco scientifico agli interessi economici, al possesso di beni, alle interazioni finanziarie.

I due magistrati ottengono clamorosi successi sul piano investigativo e processuale, non altrettanti sul piano dei riconoscimenti da parte dello Stato. Chi non c’era, o chi non ricorda, può andare a rileggere i principali quotidiani dell’epoca per rendersi conto delle critiche velenose, dei distinguo ponziopilateschi, delle ironie “Ben-Altriste”, degli ostacoli alla carriera e al lavoro di cui Falcone e Borsellino vennero fatti segno anche da parte di politici insospettabili, di eccelsi giornalisti e di alcuni settori della Magistratura.

Infine, debitamente isolati ed emarginati, andarono a mischiare le loro ceneri con quelle di Rizzotto, Li Puma, La Torre, Dalla Chiesa e tanti altri.

Sono passati vent’anni, e ancora i polsi fremono di sdegno e collera impotente, onusto l’animo di vergogna per l’ignominia che ancora infanga la nostra terra e la nostra gente.

Sono passati vent’anni, ma non invano; altri magistrati, altri poliziotti, altri carabinieri hanno continuato la lotta, spesso accompagnati dalla complice mobilitazione della scuola e della società civile. E soccorre la consapevolezza che molta strada utile è stata percorsa, certamente più di quella che ancora manca; per cui, ricordare oggi Rizzotto, Falcone e Borsellino non serve a pletoriche celebrazioni, bensì a trarre nuove energie per continuare, e per trasmettere alle nuove generazioni la trama ed il senso di una battaglia che conferisce onore all’individuo e al popolo che ne regga l’impegno.

La Sicilia che verrà, purtroppo, non sarà certo nobilitata dalle nuove elezioni che si preannunciano: troppe infamie, troppi saccheggi, troppi errori sono stati commessi in nome dell’autonomia siciliana, e ne paghiamo tutti il prezzo.

Ma è importante che, anche attraverso nuove elezioni oltre che in tutte le forme in cui sia possibile la testimonianza , le nuove generazioni vogliano e sappiano unirsi a chi ha contribuito in qualsiasi modo ed entità a salvaguardare la dignità dei lavoratori e del popolo siciliano, a consolidare la memoria dei sacrifici compiuti, a porre le condizioni per poter gridare: la Sicilia siamo noi!