Questo monologo di Guglielmo Tocco è ispirato dal libro di Antonella Azoti “A voce alta”. Il 7 maggio nella’aula consiliare sarà recitato da Katia Cava.

Io mi chiamo Antonella Azoti, sono di Baucina. Sono figlia di Nicola Azoti, ucciso dai mafiosi del mio paese.

Se piango qua, insieme a tutti voi, le mie lacrime si uniranno alle altre, almeno questo è ciò che sogno, e si trasformeranno in un fiume d’acqua pulita che laverà molte macchie di questa nostra Sicilia.

Ciò che sto per raccontarvi potrebbe essere utile a tutti i siciliani onesti, agli uomini e alle donne buoni d’animo, e a tutti quelli che credono che la mafia non li tocca e che sconfiggerla è compito esclusivo delle forze dell’ordine e dalla magistratura.

Quand’ero piccola, ad appena quattro anni, persi il padre.

Era il periodo di Natale del 1946.

Io e mio fratello Pinuccio, di un anno più piccolo di me, eravamo particolarmente felici perché la mamma ci aveva preannunciato che la notte di Natale Gesù bambino ci avrebbe portato dei regali. In realtà tutte le sere, appena noi bambini andavamo a letto, lei da un canestro tirava fuori della stoffa e davanti al braciere, alla luce del lume a petrolio, un po’ alla volta realizzava un cappottino rosso per me ed un baschetto blu per Pinuccio.

Io una sera me ne accorsi, ma alla mamma non dissi niente. Era troppo bello pensare che davvero fosse Gesù bambino a portarci i regali. Però non resistetti a mantenere il segreto con Pinuccio. Non scorderò mai la tenerezza che provai quando, una sera, lo invitai a sbirciare dalla fessura della porta. Alla luce tremula del lume la mamma sembrava una fatina, e in quel momento stava proprio dando gli ultimi punti al baschetto di Pinuccio. Dovetti trattenerlo a forza perché non andasse ad abbracciare la mamma e mette così fine al gioco.

In una serata come questa, quando ci eravamo addormentati col sorriso sulle labbra per avere guardato di nascosto la mamma e visto che anche il mio cappottino cresceva, accadde la tragedia che segnò la vita di tutti e tre.

Le immagini ed i rumori di che ho di quella notte non hanno un ordine temporale. Le rivedo, da anni, come se rappresentassero fatti accaduti contemporaneamente

Due spari, l’urlo spaventato di mia madre, il rumore delle sedie per terra, la voce strozzata di mio padre fuori dalla porta, il pianto disperato di Pinuccio, mio padre a terra e il suo sangue sulle basole bagnate, i vicini che s’avvicinavano con lumi, lucerne e candele.

E poi mio padre pallido e rigido sul letto, la paura che m’incuteva quel volto immobile, il vestito nero e la camicia bianca dal collo troppo largo.

E infine lo zio che comunica che in chiesa il papà non poteva andarci perché morto ammazzato.

Poi il funerale. Mia madre che a stento si reggeva in piedi, mio fratello con il baschetto nuovo, gli occhi sbarrati e muto-muto. Io col mio cappottino che di gran fretta qualcuno aveva tinto di nero, da rosso che era prima.

Man mano che crescevo cominciavo a registrare parole, oltre che immagini. Parole che non facevano buchi, come il piombo sul corpo di mio padre, ma laceravano l’anima. Spesso erano parole rubate dalle labbra di vicini e parenti che parlavano sottovoce per non farmele sentire, altre volte erano parole che non potevo fare a meno di sentire, perché dette a voce troppo alta, per ostentare compassione o per non nascondere un qualche perfido compiacimento.

Parole del tipo: “male non fare, paura non avere” o “l’albero pecca e il ramo piange” oppure “Nicola nun si sappi fari i fatti soi!”. Insomma tutto ciò che ci circondava ci faceva credere che la lupara negli anni ’40 nel palermitano fosse lo strumento punitivo di una giustizia implacabile ma riconosciuta ed accettata.

Nel nostro ambiente, fino ai quindici, sedici anni, non sentii mai una parola di condanna contro chi aveva sparato, ma solo sospetti su chi era stato ucciso.

Crescemmo tra stenti e vergogna, addirittura con un certo senso di colpa per essere figli di un uomo che era stato sparato.

Con gli anni ho capito che la mafia è così difficile da sradicare anche per questo. L’ignoranza, il pregiudizio, la paura, la rassegnazione, il conformismo, le frasi fatte sono tutti alleati della mafia. E sono alleati potenti. Sono come rifugi in cui nascondersi e stare al sicuro.

Sono qui per salvare la memoria e l’onore di mio padre, Nicola Azoti, ma anche con la speranza di essere utile per il riscatto del popolo siciliano e per sconfiggere la mafia.

Mio padre aveva 36 anni, quando morì. Faceva il falegname e suonava nella banda del paese. Faceva anche il segretario della Camera del Lavoro, perché glielo avevano chiesto.

Fondò la cooperativa dei braccianti sapendo quanto fosse rischioso. Lui era falegname e musicante. Se mai le terre fossero state concesse le avrebbero lavorate braccianti e contadini, non lui.

Parlava di giustizia, di solidarietà, di sacrifici da fare per costruire una società migliore.

E quella notte fu ucciso, mentre tornava dalla Camera del Lavoro, quando era quasi giunto a casa.

La settimana prima era stato avvicinato e minacciato da un campiere del Feudo Traversa, quello che aveva richiesto la cooperativa

Tutto era chiaro, eppure dissero subito che fu delitto passionale! Ma certo! Per quale altra ragione si uccidevano i sindacalisti in Sicilia nel dopoguerra? Ma la mafia non si limita ad uccidere, vuole anche sfregiare, disonorare, macchiare la memoria dei suoi nemici. E sa imporre la sua verità.

Io, Pinuccio e mia madre vivemmo tutte le tragedie della famiglia di un morto ammazzato: il prete che non lo accoglie neppure in chiesa, la gente che si volta dall’altra parte, la miseria più nera e, per giunta, la vergogna di essere rimasti soli per colpa di un padre infedele.

Solo diversi anni dopo è emersa la verità: mio padre fu un eroe, non ci lasciò soli perché inseguiva donne, ma per una scelta eroica.

Ed io vi ringrazio per avere ricordato anche lui questa sera.

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