Sabato mattina, stavo scrivendo di Rita Atria, quando ho saputo la notizia dell’orrendo attentato avvenuto nella scuola Morvillo Falcone di Brindisi. Sono rimasto sgomento e senza parole. È difficile immaginare che degli esseri umani possano concepire un delitto così mostruoso. Ho pensato subito alle ragazze colpite, a Melissa Bassi, che ha perso la vita ad appena 16 anni, a Veronica Capodieci, rimasta gravemente ferita, che sta lottando tra la vita e la morte, alle altre studentesse, Selene, Azzurra, Alessandra, Nicoletta, Sabrina, che non sono fortunatamente in pericolo di vita. Ho pensato allo strazio indicibile dei genitori di Melissa, che era la loro unica figlia.

Altro in questo momento non saprei dire. So che di questa tragedia tremenda dovremo parlarne più avanti, appena il dolore e lo sgomento lasceranno spazio ad un minimo di riflessione. E dobbiamo parlarne perché bisognerà trovare la forza e la lucidità per reagire. Perché il terrorismo, qualunque siano la sua matrice e i suoi obiettivi, non deve vincere, né impedirci di pensare a un’Italia migliore.

Di Rita Atria ne voglio, però, scrivere lo stesso. Perché era anche lei una ragazzina innocente, di poco più grande di Melissa, che è stata uccisa, sia pure indirettamente, dalla mafia vent’anni fa.

Rita è nata a Partanna, in provincia di Trapani, il 24 settembre 1974. Apparteneva ad una famiglia mafiosa. Suo padre aveva un ruolo importante nel suo paese; era, come si dice, uno ‘ntisu. Anche il fratello faceva parte di Cosa nostra. Rita sapeva e non sapeva, perché era ancora una bambina e viveva come tutte le bambine. A Partanna, ad un certo punto, scoppia la guerra di mafia. Da una parte, la famiglia degli Ingolia, dall’altra, quella degli Accardo, detti i Cannata. Si contendono il dominio mafioso della valle del Belice. I Cannata sono i più forti, sono gli alleati dei corleonesi. E alla fine vincono loro, lasciando sulle strade di Partanna e dintorni decine di morti, tra il 1987 e il 1991. Tra questi morti c’è don Vito, il padre di Rita. Viene ucciso due giorni dopo il matrimonio di suo figlio Nicola, il quale giura vendetta e va gridando ai quattro venti che punirà gli assassini del padre. Nicola non ha il tempo di fare nulla. Il 24 giugno 1991, due killer armati di fucili a canne mozze irrompono nella sua casa e lo uccidono.

Rita è profondamente colpita dalla morte del fratello, al quale era molto legata. Nel suo diario scrive le sue angosce e le sue sofferenze, con parole disperate che parlano di una vita che non le piace e che le sembra senza via d’uscita. Poi, però, succede qualcosa. Piera, la vedova di suo fratello Nicola, ha cominciato a collaborare con la giustizia. C’è un giudice, il magistrato Paolo Borsellino, che è bravo e le dà sicurezza. Anche Rita decide di collaborare. Non è facile per una ragazzina di 17 anni prendere quella decisione. Ad un certo punto, però, decide di rompere il muro dell’omertà. Il 5 novembre 1991, anziché andare a scuola, prende la corriera e va a Sciacca ad incontrare il giudice Borsellino. “Mi chiamo Rita Atria, dichiara, e mi presento alla Signoria Vostra per fornire notizie e circostanze legate alla morte di mio fratello e all’uccisione di mio padre”. Rita parla e dice un sacco di cose interessanti, perché in quell’ambiente, l’ambiente di cosa nostra, c’è nata e cresciuta. Sono molti i mafiosi di Partanna che vanno a finire in galera.

Paolo Borsellino fa trasferire Rita a Roma assieme alla cognata Piera, inserendola in un programma di protezione. Qui non si sente a suo agio. Rita non si è mai mossa da Partanna e si sente spaesata in una grande città come Roma. E, soprattutto, si sente sola. Avrebbe bisogno di sua madre, ma sua madre per lei non c’è, di quella figlia che sta parlando con gli sbirri non ne vuole sapere. Anzi ha addirittura denunciato il giudice Borsellino per sottrazione di minore.

“L’unica speranza è non arrendersi mai”, scrive ancora Rita nel suo diario. Testimonia nei vari processi che man mano vengono celebrati, sostenuta dal grande affetto del giudice Borsellino, con il quale si crea un legame fortissimo.

Poi succede il dramma. Il 23 maggio 1992 c’è la strage di Capaci in cui muoiono il giudice Falcone, la moglie Francesca Morvillo (a lei è intitolata la scuola di Brindisi) e gli uomini della sua scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Il 19 luglio, 55 giorni dopo, vengono uccisi anche Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu Antonino Vullo). Rita apprende la notizia dalla televisione. Rimane impietrita. Per lei Paolo Borsellino era diventato come un padre. Lo scrive anche nel suo diario: “Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita”. Il 26 maggio 1992 Rita Atria si uccide, gettandosi dal settimo piano di un palazzo rosa che si trova a Roma in via Amelia. Qualche tempo dopo, a Partanna, la madre prende un martello e fracassa la lapide sulla sua tomba.

È la mafia, è l’ombra di Cosa nostra che arriva dappertutto, anche nelle famiglie, anche nei rapporti tra una madre e una figlia.

La storia di questa coraggiosa ragazza è stata magistralmente raccontata da Marco Amenta nel suo film del 2009, La Siciliana ribelle, che merita di essere visto e discusso.

Bisognerà trovare il modo più appropriato di ricordare, il 26 luglio 2012, la morte di questa straordinaria ragazza siciliana, che ha saputo ribellarsi alla mafia e alle sue regole inumane.

 

 

 

 

 

 

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