Poco più di sessant’anni fa, sotto l’urto della guerra, dello sbarco angloamericano e della caduta del fascismo, in Sicilia molti contadini e qualche intellettuale ritrovavano la forza e la voglia di alzare la voce contro chi rubava con mani sporche di sangue nel piatto dei poveri.

I decreti Gullo del ’44, con la concessione ai contadini delle terre incolte dei latifondisti, avevano invaso con aria fresca e nuova la morta gora del mondo agricolo, e i contadini ne respiravano a pieni polmoni, occupando le terre laddove la legge non veniva applicata.

Renato Guttuso iniziava allora la sua luminosa carriera di artista con dipinti che già nel titolo disegnavano la consapevolezza di un mondo nuovo: “Contadino che zappa” (1947), “Bracciante siciliano” (1949)”, “Occupazione delle terre” (esposto alla Biennale di Venezia nel 1950); Elio Vittorini preparava il suo “Uomini e no”, probabilmente designabile come il primo romanzo della Resistenza; Salvatore Quasimodo evocava un quadro drammatico della sua “Terra impareggiabile” con “ La vita non è sogno” e “Lamento per il Sud).

Placido Rizzotto, Epifanio Li Puma, Salvatore Carnevale, Pio La Torre, insieme ad altri giovani sindacalisti, socialisti e comunisti misero la forza della loro coscienza civile al servizio delle istanze dei più poveri; ma nel 1948 si affermano nuovi scenari: in Aprile la Democrazia Cristiana stravince le elezioni, e De Gasperi manda la sinistra all’opposizione, ricominciando a interpretare i problemi sociali in termini di “ordine pubblico” con il valido ausilio della “Celere” istituita dal siculo Scelba; Gullo non è più ministro, ed è stato sostituito dal ricco latifondista sardo Antonio Segni; e dopo le prove generali di Portella della Ginestra, replica sofisticata della strage di Palermo del ’44, Li Puma e Rizzotto vengono uccisi per mano mafiosa. Carnevale e La Torre seguiranno più tardi.

Mafia e miseria riprendono ad accompagnare la vita quotidiana del popolo siciliano, ad affaticare il suo respiro, ad inquinare i suoi progressi.

Vent’anni fa, ancora e sempre altri delitti. La mafia non è più, prevalentemente, quella dei latifondi; e nemmeno quella del sacco edilizio degli anni ’60-’80, perché appalti e investimenti richiedono ormai diversificazione, mentre la grande nuova è la droga: leggera, impalpabile, desiderata dai deboli, crudele come una metafora sadomasochista; ma soprattutto, capace di conferire un inimitabile valore aggiunto all’investimento iniziale.

Due magistrati capiscono che il tradizionale metodo investigativo non è funzionale allo smantellamento della mafia; che la mafia è una struttura organizzata, con una “cupola” di comando; che la mafia non si combatte con la retorica dell’educazione morale e con la chiamata alle armi di inermi cittadini e di bambini delle elementari, ma con l’attacco scientifico agli interessi economici, al possesso di beni, alle interazioni finanziarie.

I due magistrati ottengono clamorosi successi sul piano investigativo e processuale, non altrettanti sul piano dei riconoscimenti da parte dello Stato. Chi non c’era, o chi non ricorda, può andare a rileggere i principali quotidiani dell’epoca per rendersi conto delle critiche velenose, dei distinguo ponziopilateschi, delle ironie “Ben-Altriste”, degli ostacoli alla carriera e al lavoro di cui Falcone e Borsellino vennero fatti segno anche da parte di politici insospettabili, di eccelsi giornalisti e di alcuni settori della Magistratura.

Infine, debitamente isolati ed emarginati, andarono a mischiare le loro ceneri con quelle di Rizzotto, Li Puma, La Torre, Dalla Chiesa e tanti altri.

Sono passati vent’anni, e ancora i polsi fremono di sdegno e collera impotente, onusto l’animo di vergogna per l’ignominia che ancora infanga la nostra terra e la nostra gente.

Sono passati vent’anni, ma non invano; altri magistrati, altri poliziotti, altri carabinieri hanno continuato la lotta, spesso accompagnati dalla complice mobilitazione della scuola e della società civile. E soccorre la consapevolezza che molta strada utile è stata percorsa, certamente più di quella che ancora manca; per cui, ricordare oggi Rizzotto, Falcone e Borsellino non serve a pletoriche celebrazioni, bensì a trarre nuove energie per continuare, e per trasmettere alle nuove generazioni la trama ed il senso di una battaglia che conferisce onore all’individuo e al popolo che ne regga l’impegno.

La Sicilia che verrà, purtroppo, non sarà certo nobilitata dalle nuove elezioni che si preannunciano: troppe infamie, troppi saccheggi, troppi errori sono stati commessi in nome dell’autonomia siciliana, e ne paghiamo tutti il prezzo.

Ma è importante che, anche attraverso nuove elezioni oltre che in tutte le forme in cui sia possibile la testimonianza , le nuove generazioni vogliano e sappiano unirsi a chi ha contribuito in qualsiasi modo ed entità a salvaguardare la dignità dei lavoratori e del popolo siciliano, a consolidare la memoria dei sacrifici compiuti, a porre le condizioni per poter gridare: la Sicilia siamo noi!

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