Archive for giugno 2012

AGGIORNAMENTO DEL 25/6


ELIO MAGNANO: Parliamo di scuola. Solo (pro)fumo e niente arrosto –

FILIPPO MOTTA: “Bella Italia, amate sponde …”

GUGLIELMO TOCCO: Nonno Silvio e zio Umberto

 

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Parliamo di scuola. Solo (pro)fumo e niente arrosto di Elio Magnano


Si può dire che il «pacchetto merito» del ministro Francesco Profumo è una castroneria? Capisco che non è un linguaggio garbato, ma non se ne può più di essere presi per i fondelli.

Conosce il nostro ministro in quale effettiva situazione si trova oggi la scuola italiana? Sa che quasi la metà delle scuole, dove ogni giorno si recano 9 milioni di persone, tra docenti, personale amministrativo e studenti, è a rischio sismico? Che c’è stato un taglio spaventoso delle risorse destinate alla scuola, che ha prodotto meno insegnanti, meno servizi di supporto, meno attrezzature didattiche, minore qualità dell’insegnamento? Che sono cresciute le classi pollaio, in cui vengono ammassati soprattutto i bambini della scuola primaria? Che nell’ultimo anno sono diminuite del 10% le immatricolazioni all’Università, invertendo una tendenza, che durava da oltre 10 anni, che ci faceva sperare di poter colmare lo storico divario del numero di laureati, circa la metà rispetto all’Europa? Che abbiamo, rispetto alla popolazione, il più basso numero di ricercatori della comunità europea?

Come vedete, i problemi non mancano e, sicuramente, altri se ne potrebbero aggiungere. Ci sarebbe un bel daffare per un ministro volenteroso che volesse riparare una parte dei torti inferti dai suoi predecessori alla scuola italiana.

E invece, l’esimio ministro, immagina di affrontare i problemi con alcune amenità dal pensiero debole come l’«alunno dell’anno», l’«Olimpiade degli studenti» e, nei mesi scorsi, l’abolizione del valore legale del titolo di studio e, persino, l’abolizione dell’italiano dall’insegnamento universitario da sostituire con l’inglese. Più che argomenti con i quali confrontarsi, sembrano pretesti per distrarre l’opinione pubblica dai nodi veri che sono sottesi ad una riforma vera della scuola pubblica.

Profumo è, forse, l’esempio più evidente (ma altri ministri non scherzano) che la tecnocrazia, cioè quella forma di governo in cui le decisioni politiche vengono prese dai «tecnici», non funziona.

Le scelte non sono mai neutre, presuppongono punti di vista chiari. E a me sembra che dietro alcune scelte del ministro ci sia la solita ideologia liberista, che ha finora prodotto solo danni. L’idea fissa del ministro è che la scuola debba servire a creare delle élite, appunto i più bravi, per il mercato. E il resto? Il resto si arrangi. E’ evidente che così la scuola, anziché diventare un fattore di promozione per tutti (o almeno per molti), diventa il modo per ratificare le disuguaglianze esistenti nella società capitalistica odierna. Esattamente l’opposto di ciò che sta scritto nella nostra Costituzione: «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». E ancora «La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso» (art. 34). È compito dei governi, sempre secondo la nostra Costituzione, «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana (…)» (art. 3). Con queste finalità fu realizzata nel 1962 la scuola media unificata. L’art. 1 della legge istitutiva (la n. 1859/1962) al comma 2 così recita: «La scuola media concorre a promuovere la formazione dell’uomo e del cittadino secondo i principi sanciti dalla Costituzione e favorisce l’orientamento dei giovani ai fini della scelta dell’attività successiva».

Quella riforma fu approvata durante il IV governo Fanfani e ministro della Pubblica Istruzione non era un pericoloso bolscevico, ma l’on. Luigi Gui, democristiano. E servì ad introdurre la «scuola di tutti», una scuola non più basata sulla selezione ma sull’inclusione. Oggi si vorrebbe realizzare il rovesciamento di quei principi. Per ottenere che cosa? Per premiare lo «studente dell’anno» e segnalare alle imprese gli studenti più bravi? Il problema fondamentale della nostra scuola è la dispersione, l’abbandono, gli scarsi livelli cogniti acquisiti nel resto della scuola, che non siano i licei. E chi non frequenta i licei appartiene per il 90% alle classi sociali più umili. Ed è questa la ragione per cui «la mobilità sociale fornita dalla scuola italiana è negli ultimi posti della scala Ocse Europea». In fondo alla scala ci siamo noi e la Bulgaria. Come si può prescindere, per qualunque seria valutazione, dalle situazioni di partenza? Come si fa a non capire che le situazioni di disagio economico e di precarietà lavorativa creano nelle famiglie profonde sofferenze di cui i bambini e gli adolescenti diventano termometri sensibilissimi, sofferenze che non restano fuori dai cancelli delle scuole ma spesso si traducono in svogliatezza, fuga dall’impegno scolastico, rabbia ed antagonismo verso la scuola e le istituzioni in generale. Diventa allora fondamentale – come sottolinea su Il Manifesto di qualche settimana fa Simonetta Salacone, dirigente scolastica in pensione – «investire di più nel diritto allo studio, nell’edilizia scolastica, nelle aule attrezzate, nei laboratori, nei sussidi didattici, negli spazi esterni alle scuole. Vivere in ambienti gradevoli, attrezzati ed esteticamente curati è fondamentale per chi a casa non ha spazi propri di vita, perché magari condivide 60 metri quadrati con genitori, fratelli, spesso anche nonni».

Sarà retorico, ma vorrei chiudere quest’articolo ricordando ai giovani ciò che aveva scritto Antonio Gramsci nel 1919: «Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza». Anche per avere ministri della pubblica istruzione di ben altro spessore.

 

“Bella Italia, amate sponde …” di Filippo Motta


 

Ieri abbiamo persino battuto gli inglesi ( con il pallone, però!): cosa possiamo chiedere di più? Ci fosse un altro Vincenzo Monti, altrettanto fine rimatore e abile doppiogiochista, potrebbe poetare declamando le lodi dell’imperituro Bel Paese.

Oppure, consolando gli inglesi, si potrebbe ricorrere ad un nuovo Skakespeare che, nonostante … “la tempesta “… in cui l’Italia si trova, faccia rinnovellare per noi le parole di Miranda: “ Oh mirabile e ignoto mondo che possiedi abitanti così piacevoli!”

Gli occhi d’artista possono fare miracoli. Agli altri comuni mortali tocca invece guardare a fatti e cose con prosaico realismo.

Ed ecco allora succedersi le immagini rimandate dalle news dei media, dalle quali emerge un Paese che non riesce a smaltire tutta la spazzatura, a far funzionare decentemente le ferrovie, a completare la Salerno – Reggio Calabria, a organizzare il sistema sanitario senza truffe e ruberie.

Un Paese pieno di debiti, che continua a spendere dissennatamente per mantenere partiti che non sono democratici nella loro organizzazione interna,  che usano senza reali controlli soldi pubblici ricevuti come “rimborso spese” nonostante un referendum abbia negato il finanziamento pubblico ai partiti, che nelle regioni continua ad assumere dirigenti e a pagare “ambasciate” all’estero, e che quando deve risparmiare trova il modo di tagliare i fondi ai servizi essenziali.

Un Paese dove i profitti sono organizzati secondo il modo di produzione capitalista, cioè a vantaggio di pochi, mentre le perdite vengono distribuite secondo il modo di redistribuzione socialista, cioè pagano tutti quelli a reddito fisso.

Un Paese a democrazia parlamentare, dove il Parlamento non elegge il governo e può solo traccheggiare per far finta di condizionarlo; dove una ministra prima piange come una sensibile vergine in fiore, poi si mette a fare la maschilista con i modi tipici del peggior “machismo”; dove di sufficientemente democratico sono rimasti soltanto i sindacati e una buona parte dei sindaci comunali, mentre a comandare davvero sono banchieri, funzionari ministeriali e corporazioni.

Ma è il nostro Paese, e lo amiamo comunque, come si amano la mamma e i nonni, arrivando persino a scherzare sui loro difetti. Infatti, i leader politici più in voga sono quelli che fanno ridere, e quelli che più facilmente ci ricordano la nostra infanzia. Ogni tanto si brontola o si alza la voce, ma più che altro per animare i dibattiti o per dimostrare che si esiste.

Se questo è il “mondo nuovo”, è molto simile al “Brave New World” descritto da Huxley, dove il controllo mentale dei cittadini è assicurato attraverso reti televisive e giornali quasi tutti in mano ai peggiori imprenditori e finanzieri in circolazione.

A volte sembra appunto di vivere dentro un romanzo di fantascienza di genere distopico, tante sono le cose orrende cui siamo  ormai assuefatti.

Chi è cresciuto con l’idea di giustizia piantata nella coscienza è costretto ad assistere ad un uso talora spregiudicato del diritto-dovere di indagare sui reati, con indagini cha partono in modo clamoroso (e tutt’altro che riservato) per poi finire via via per assottigliarsi come la coda di un topo, e non di rado concludersi con un nulla di fatto che però non ripaga mai chi si è visto infamato per anni da accuse ingiuste.

Chi è cresciuto con l’idea che la Chiesa sia espressione – vera o presunta – del divino, è costretto ad assistere a vicende vaticane che sembrano far riemergere peccati e intrighi dei secoli più bui.

Chi è cresciuto con l’idea della politica come impegno civico alimentato da una ispirazione  a valori diversi ma non contrapposti alla morale, con l’idea dell’azione politica come prefigurazione del fine nel mezzo, è costretto ad assistere ad un dibattito politico miserevole , a gesti politici finalizzati alla personalizzazione del fine, alla strumentalizzazione del mezzo.

Eppure, chi è cresciuto con l’idea che l’umanità, tra prove ed errori, tra progressi ed arretramenti, ha sempre finito con il fare dei passi avanti e così continuerà a fare, chi è cresciuto contestando il pessimismo paralizzante di conservatori e tradizionalisti, sicuramente saprà scorgere i segni positivi che possono far pensare a tempi migliori, se riescono ad unirsi le energie di chi ha esperienza e di chi ha entusiasmo.

… “Amate sponde”…, quest’estate il mare è un poco più  sporco; ma lo ripuliremo; siamo pieni di debiti ma, in fondo, le “cambiali” le hanno inventate gli italiani già tanti secoli fa … e a ottobre, forse, si potrà dare un primo colpo alla botte con le elezioni in Sicilia. Bisogna provarci.

 

 

Nonno Silvio e zio Umberto

A me cominciano a fare tenerezza.

Assomigliano a quei nonni sempre tra i piedi, che dicono sempre le stesse cose e che tutti, amorevolmente, correggono, spingono dove non li sente nessuno, accontentano.

Ma un nonno è un nonno. Bisogna avere considerazione delle sue amnesie e delle ripetizioni, della perdita del senso della realtà e delle beffe che a volte si fanno di noi.

Sto parlando di Silvio e Umberto (Gianni e Pinotto? Stanlio e Onlio? Franchi e Ingrassia?).

Ogni tanto appaiono su un palco e ne sparano qualcuna delle loro. Fuori dal tempo e dalla realtà.

Silvio ogni giorno dichiara qualcosa, senza tenere in nessun conto o dimenticando quello che ha detto la sera prima.

Le ultime raffiche sono recenti, di pochi giorni fa.

In un convegno di giovani pidiellini ha detto che potremmo uscircene dall’area euro oppure cacciarne via la Germania.

E che ci vuole? Come quella volta che sul Monte Grappa da solo catturò novanta soldati nemici, due tenenti. dodici caporali e quaranta muli, compresi moschetti e baionette.

Poi disse pure che il leader dei moderati resta lui (e chi se non l’uomo più moderato d’Italia?)

Infine disse che, visto che loro, i giovani pidiellini, lo pregavano così tanto per ricandidarsi, sempre loro, i giovani piediellini, dovevano garantirgli il 51% dei voti. Non dei loro voti ma di quelli di tutti gli italiani.

Lui, a sua volta, garantì il voto entro ottobre.

L’indomani, davanti alla stessa platea, Alfano ha precisato che nel PDL si faranno le primarie e che si andrà a votare nel 2013. Il nonno lasciatelo stare, sapete com’è!

Il fratello del nonno, zio Umberto, dopo qualche settimana di silenzio è tornato a parlare in un sezione della Lega in quel di Brebbia, ridente paesino di ,3.360 abitanti in provincia di Varese

Davanti ad un pubblico che immaginiamo straripante, in un bel saloncino di 4 metri per 6, ha scaldato gli animi (c’era un freddo cane) parlando di secessione. Poi, sottolineando la frase con il gesto che lo contraddistingue (e viene il sospetto che sia sponsorizzato da una fabbrica di ombrelli), ha detto “Roma di merda, Italia di merda, magistrati di merda, ci hanno teso una trappola per distruggerci!”. Si riferiva alle note vicende Belsito – ndrangheta – Tanzania – diamanti – lingotti – Trota – lauree albanesi.

Il nonno e suo fratello, sono così: cercano sempre di spararle uno più grossa dell’altro.

Simpaticoni!

Aggiornamento del 17 giugno

GUGLIELMO TOCCO: Vuoi che ti voti la legge anticorruzione? E tu cosa mi dai? –

ELIO MAGNANO: Due donne (quasi quattro) –

FILIPPO MOTTA: Stamaledetta Università

Vuoi che ti voti la Legge anti corruzione? E tu cosa mi dai? di Guglielmo Tocco

 

Le parole usate nella “trattativa” non sono state esattamente queste, ma la sostanza è proprio questa.

La “trattativa” (la parola è tra virgolette perché riporta in mente altre “trattative” di cui si riparla in questi giorni, per esempio quella tra mafia e Stato), la trattativa, dicevo, si è svolta apertamente e senza censure Da una parte c’era l’onorevole Fabrizio Cicchitto a nome del PDL, partito di maggioranza relativa che sostiene il Governo Monti, e dall’altra e la Ministra Severino in rappresentanza del Governo, il PD e l’UDC.

“Noi giudichiamo questa legge iniqua, ingiusta, sbagliata, cattiva, da Stato di polizia e non ci piace.” Sosteneva Cicchitto  “Ma noi ve la votiamo. Al Senato, però, dove i nostri voti saranno decisivi, ve la bocceremo. A meno che non ci date qualcosa in cambio: una legge che voi non vorreste ma a noi piace, quella della responsabilità civile dei giudici. Decidete voi cosa fare.”

Un proposta così, in qualsiasi posto si fosse svolto, l’avremmo definito tentativo di ricatto, proposta di voto di scambio, dialogo tra ladroni, camarilla, inciucio e chi più ne ha più ne metta, ma qua eravamo a Montecitorio, il luogo dove i riuniscono gli “onorevoli”.

Quindi si trattava solo di una trattativa onorevole.

E poi, si stava trattando della legge anticorruzione. Non è educato da parte nostra dire qualcosa del tipo “Cominciamo bene” oppure “Ma questi da dove ci sono piovuti (in corretto lentinese di unni ni ghioppunu)?”

Passasse questa legge “liberticida” sapete quanti deputati e senatori non potrebbero più essere ricandidati e andrebbero a finire in galera per i reati più diversi?

Pensate solo a Dell’Utri. Come farebbe l’Italia senza un senatore di quel calibro?

I suoi appassionati interventi, le sue proposte di legge, le sue ferme prese di posizione quando li farà  se non in una delle prossime legislature? In quelle passate è stato impegnato in trattative di altro tipo e problemi con la giustizia.

E senza Cosentino, Romano, Lusi, Belsito, Milanese ecc., tutti galantuomini senza macchia di cui l’Italia ha estre,o bisogno. Come faremmo?

Ravo Cicchitto, hai fatto bene; se vogliono una legge che chiuda le porte del Parlamento a questi e ad alcune altre decine di eroi (se lo era Mangano, perché non dovrebbero essere eroi anche questi?), almeno facciamo pagare giudici e PM che hanno loro rovinato la reputazione!

Di Pietro r i leghisti hanno votato contro.

Il primo ha scoperto che il grillismo porta visibilità sui media e voti. Coerentemente con questo voto farà votare i suoi senatori a favore della legge voluta da Cicchitto, rinnegherà il suo passato di Pubblico Ministero e promuoverà un referendum per cambiare nome a tutte le vie e piazze intestate a Falcone e Borsellino. Viva la libertà.

I Leghisti delle vicende interne di Paesi stranieri non s’impicciano. Al massimo, per cortesia, prendono gli stipendi, i vitalizi, i rimborsi spese (ah, quanti sacrifici si fanno per mantenere buoni rapporti col vicinato!)

Due donne (quasi quattro) di Elio Magnano

 

Questa settimana voglio scrivere di due donne. Donne coraggiose, le cui storie assumono uno straordinario valore civile e morale. La prima di queste donne mi è venuta in mente sfogliando casualmente un libro, regalato a mia moglie dalla sua ex direttrice di circolo Mimma Liotta, “L’arte della gioia”, di Goliarda Sapienza, che, ammetto la mia ignoranza, non conoscevo. Leggo sulla copertina del libro che è nata a Catania, che è stata una scrittrice ed anche attrice di teatro e di cinema. Ebbe una relazione sentimentale molto intensa col regista Citto Maselli. Anche la storia di Goliarda è una storia complicata ed interessante. Ma non è di lei che voglio oggi scrivere, ma di quella donna che ho scoperto essere la madre di Goliarda. E, cioè, Maria Giudice, di cui, invece, conoscevo la vita avventurosa di rivoluzionaria socialista. Ne voglio scrivere anche perché, proprio in questi giorni, a Maria Giudice il Comune di Lentini ha dedicato una via, in contrada Carrubbazza. Ed è una scelta assolutamente condivisibile, perché Maria Giudice è stata una donna di grande valore e di forti passioni politiche e civili. Fu una donna anticonformista, libertaria, determinata, fortemente impegnata nelle lotte per l’emancipazione delle donne e dei lavoratori. Fece delle scelte difficili, impensabili per una donna della sua epoca. Nacque in un paesino dell’Oltrepò pavese nel 1880. Scelse di sposare la causa socialista e di diventare una “rivoluzionaria di professione”. Conobbe Gramsci, che con lei collaborò come redattore del giornale «Il grido del popolo», Umberto Terracini e persino Lenin, durante un soggiorno in Svizzera, dove era andata per sfuggire al carcere. Divenne, giovanissima, segretaria della Camera del Lavoro di Torino. Partecipò intensamente alle lotte operaie e popolari di quegli anni. E fu più volte arrestata per causa di quelle lotte. S’innamorò di Carlo Civardi, giovane agricoltore del luogo, dal quale ebbe ben sette figli. Decise però di non sposarlo e di praticare la «libera unione». Scelta anche questa, per l’epoca, decisamente coraggiosa. Carlo muore al fronte durante la prima guerra mondiale. All’inizio del 1920 Maria Giudice fu inviata dal partito socialista in Sicilia, dove svolse un ruolo importante di propaganda politica e di organizzazione del movimento socialista e sindacale. In Sicilia conobbe Giuseppe Sapienza, avvocato socialista catanese («l’avvocato dei poveri»), dal quale ebbe l’ultima figlia, Goliarda. A Catania, dove visse col suo compagno, fu al centro di un’intensa attività politica e sindacale. Venne, in quegli anni, molto spesso a Lentini. Il 7 luglio 1922 vi tenne un comizio, al termine del quale sembra che la polizia sparò sulla folla uccidendo due donne. È un episodio, purtroppo, ancora oggi poco chiaro. Fu davvero la polizia a sparare sulla folla o furono alcuni agrari lentinesi, ai quali i contadini avevano occupato le terre nelle settimane precedenti? E furono davvero uccise due donne e chi erano? Mi auguro che la storiografia locale possa dare un contributo di chiarezza. Maria Giudice, dopo i fatti di Lentini, fu arrestata e condannata. Rimase in carcere nove mesi. Con l’avvento del fascismo fu sottoposta a rigida vigilanza e si dedicò soprattutto allo studio. Si trasferì poi a Roma per seguire gli studi della figlia Goliarda, e qui morì il 5 febbraio 1953. I vicini di casa rimasero non poco stupiti quando, a rendere omaggio alla salma, in quella modesta casa romana, giunsero uomini come Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Umberto Terracini e tanti altri suoi compagni di lotta e di militanza.

L’altra donna di cui voglio scrivere è Franca Viola. Forse ai più giovani anche questo nome dirà poco o nulla. Ma è una storia che va conosciuta. Se non ricordo male anche Guglielmo Tocco ne ha scritto qualche tempo fa. Oggi è, ancora una volta, un bel libro a richiamare alla mia memoria questa storia emblematica. Il libro, dal titolo rivelatore “Niente ci fu”, è di Beatrice Monroy, anche lei siciliana, pubblicato da poco. La storia, nella sua crudeltà, è assai semplice. Franca è una bella ragazza di Alcamo, comune in provincia di Trapani, terra di mafia. Nel dicembre del 1965, Franca ha appena 18 anni. Filippo Melodia, mafioso del luogo, s’invaghisce di lei, che, però, lo rifiuta. Così il 26 dicembre 1965, spalleggiato da un nutrito numero di scagnozzi, Melodia la rapisce e la conduce in una casa di campagna, dove la violenta per giorni. Queste cose, nella Sicilia degli anni ’60, si aggiustavano con il matrimonio riparatore. Addirittura il codice penale (art. 544) prevedeva che il matrimonio facesse cessare ogni effetto penale e sociale della violenza inferta. Filippo Melodia, vestito a festa, si presenta dal padre di Franca sicuro di poterla ottenere in sposa. Non si aspettava che Franca rifiutasse il matrimonio riparatore. Un gesto inaudito per quel tempo. È stata, forse, la prima donna siciliana a fare questo gesto, che lei, in una delle poche interviste rilasciate, definì “la cosa più normale di questo mondo”. In realtà fu un gesto eroico, che servì a picconare un’impalcatura sociale e civile che non poteva più reggere perché fondata su antiche ed insopportabili sopraffazioni. In quegli anni erano ancora in vigore leggi a dir poco barbare, che prevedevano, ad esempio, il carcere per la donna adultera e il cosiddetto «delitto d’onore», cioè la possibilità di uccidere con l’alibi di lavare l’onore macchiato. Ovviamente il «delitto d’onore» valeva soltanto per l’uomo. Franca dice no al suo stupratore e lo manda in carcere. Fu, dunque, una donna coraggiosa, ma coraggioso fu anche il padre Bernardo, contadino ed uomo semplice, che denunciò gli stupratori e non si piegò mai dinanzi alle intimidazioni (campi devastati, animali uccisi) dei mafiosi di Alcamo. E lo fu anche Giuseppe, un ragazzo del luogo che sposerà Franca per amore e che lei considera il vero eroe della sua storia. “Io ho solo reagito ad un torto. Lui invece ha sfidato la mentalità del paese, mettendosi contro tutti e sapendo di rischiare persino la vita”.

L’io narrante – nel racconto della Monroy – è un coro di donne che ad un certo punto così riassume il dramma non solo fisico di Franca:

 

“Vorremmo farti compagnia nella stanzuccia dove
il tuo corpo è stato marchiato, dove è stata segnata
una traccia che non potrà mai più essere rimossa.
Adesso tu fai parte di noi, le donne rapite, stuprate.
Chiamiamoci tutte Franca Viola perché di te rimarrà
il nome, mentre di noi è rimasto solo il silenzio.”