Vorrei fare qualche riflessione sul voto amministrativo del 6-7 maggio scorsi in Sicilia. L’analisi del voto, come la si chiamava un tempo, non può, ovviamente, prescindere dal contesto generale in cui le elezioni si sono svolte. Ci sono alcuni fatti che caratterizzano il momento attuale. Tra questi, sicuramente la crisi economica e sociale, che appare sempre più drammatica ed ora ulteriormente aggravata dal terribile terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna. Si allarga l’area del disagio. I dati sulla disoccupazione, soprattutto giovanile, resi noti dall’Istat qualche giorno fa, sono drammatici. E dietro i numeri, ci sono storie individuali, famiglie disperate, speranze deluse. Sono a rischio la coesione sociale e persino la stessa tenuta democratica del Paese. Il PD, sostenendo il governo Monti, ha dovuto mettere in conto le insofferenze e le critiche di una parte dell’opinione pubblica e del suo stesso elettorato. Probabilmente, non c’erano altre strade da seguire. Ma la situazione può degenerare da un momento all’altro, se non si attiva rapidamente una politica di crescita per fare uscire il Paese dalla spirale recessiva in cui è stato cacciato dal governo Berlusconi-Bossi-Tremonti e dalla politica europea di austerità, imposta dalla Germania.

L’altro elemento è tipicamente siciliano e riguarda la fine ingloriosa del governo Lombardo. Non condivido l’opinione, manifestata da Pietro Barcellona su La Sicilia del 27 maggio scorso, secondo cui l’esperienza di Lombardo “ha rappresentato un’interessante novità nello scenario siciliano”. Forse, poteva esserla. Se Lombardo avesse dimostrato ben altro spessore politico e ben altra determinazione nel perseguire un forte disegno riformatore. E, invece, è prevalsa la politica del piccolo cabotaggio, l’attenzione maniacale alla sua rete clientelare, la mancanza di collegialità. Anche le stesse riforme varate dall’ARS (dall’Ato idrico, ai rifiuti, alla sanità) sono rimaste impantanate nei meandri di una burocrazia regionale vorace ed inefficiente e nelle maglie di un sistema di potere opaco e duro a morire. Il PD non è stato all’altezza della sfida. Ha avuto paura di reclamare il ruolo politico che i numeri gli assegnavano ed è rimasto incerto sulle decisioni da assumere, finendo per essere subalterno alle manovre del governatore. La debolezza della direzione politica e l’esasperata divisione correntizia hanno fatto il resto. Il PD è rimasto fermo, privo di una bussola affidabile, incapace di mettere al centro dell’iniziativa politica e legislativa i bisogni concreti del popolo siciliano. Mi auguro che ora il gruppo parlamentare del PD sia in grado di promuovere una larga maggioranza per votare subito la mozione di sfiducia a Raffaele Lombardo.

Va, infine, rilevato che le elezioni amministrative si sono svolte nel momento di massima sfiducia dei cittadini nei confronti dei partiti politici. I quali sembra che facciano di tutto per accrescere, giorno dopo giorno, questa sfiducia. E la crisi riguarda tutti i partiti, chi più e chi meno, ma tutti. E non si vedono, purtroppo, segnali forti di ravvedimento. I partiti restano inchiodati alle loro contraddizioni, accrescendo nell’opinione pubblica la convinzione di non essere capaci di autoriformarsi. È inutile, dunque, prendersela con Grillo. Il problema non è l’antipolitica, che pure c’è, ma la cattiva politica, che suscita sfiducia, rancori e fortissime delusioni.

Grillo poteva essere “sgonfiato”, ma bisognava fare cose serie. Ne cito alcune rapidamente: 1) limitare i mandati elettorali a due, a qualunque livello, parlamento, regioni, comuni. 2) ridurre subito il numero dei parlamentari, senza mettere altra carne al fuoco con l’intento di non fare, ancora una volta, nulla; 3) dare la possibilità ai cittadini, con la riforma elettorale, di eleggere i propri rappresentanti. 4) ridurre drasticamente i privilegi degli eletti, a partire da indennità e pensioni; 5) ridurre il finanziamento pubblico ai partiti, vincolandolo all’attuazione dell’art. 49 della Costituzione, che vuole che i partiti siano effettivamente democratici, che gli iscritti abbiano doveri ma anche diritti da potere esigere anche in sede giurisdizionale, che i loro bilanci siano sottoposti al controllo della Corte dei Conti.

In questo clima di grande sfiducia verso i partiti, non c’è da stupirsi che un po’ ovunque siano cresciute a dismisura le liste fai da te.

Il contesto generale, come si vede, non era dei migliori per un’affermazione del PD. E, nonostante ciò, il risultato siciliano del PD non è per nulla negativo. Ci sono anche molte ombre, ma il PD non ha subito una sconfitta elettorale. Semmai, in alcune realtà, una sconfitta politica. Ad esempio a Palermo. Il candidato adatto per Palermo era Leoluca Orlando, che è certamente un uomo borioso, ma non è un pallone gonfiato come tanti suoi oppositori. È un uomo dotato di cultura e di proiezione nazionale ed europea, che può essere utile a Palermo.

In Sicilia il PD vince al 1° turno in 65 comuni (su 147) e va al ballottaggio in altri 10. Vince a Cefalù, a Raffadali, ad Erice, ad Altofonte, a Campobello di Licata.

A Palermo ottiene il 7,75%, ma ci sono 26 liste e 17 non superano lo sbarramento del 5%. Il PD è il terzo partito, dopo l’Idv (10,24) e il Pdl (8,34). A Niscemi (comune di 26.000 ab.) il PD è il 1° partito con l’11,92%. E qui partecipano al voto 21 liste. A Palagonia, dove c’è la bella vittoria di Salvo Marletta di Sel, il PD ha l’11,9% (è il secondo partito). A Paternò (46.000 ab.) viene eletto il sindaco del PD, Mauro Mangano, e il PD ha il 12,56%, secondo partito della città. A Pozzallo è il 1° partito con l’11,20%. A Scicli il 2° partito col 14%, anche se perde con una coalizione di sinistra.

A Flordia vince con Orazio Scalorino, che era il segretario del PD. Ad Alcamo (43.000 ab.) vince Sebastiano Bonventre del PD, che è il 1° partito con il 19,52%. A Marsala (78.000 ab.) è il 2° partito con il 9,4%. Il 9,38 a Trapani. Non ci sono i grandi numeri, ma bisogna tenere conto della grande presenza di liste civiche che fanno riferimento ai partiti più grandi. La media regionale del PD è del 10,5%. L’UDC è al 7,5%. Il Pdl attorno al 9,8%. Sel al 3,66%. Il confronto si fa anche con gli altri, altrimenti parliamo di numeri che non spiegano nulla.

Il sondaggio Demos pubblicato su La Repubblica di ieri dà, sul piano nazionale, il PD al 27,5%, il Pdl al 17,4, la Lega al 4,6,l’UDC al 7,2, l’IDV all’8,4, Sel al 5,6 e il Movimento 5 Stelle al 16,5.

Può non piacere, ma bisogna farsene una ragione, il PD rappresenta il perno fondamentale per qualsiasi seria alternativa al centrodestra, anche in Sicilia.

 

 

 

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