Il Kerala, è uno stato dell’India, con una popolazione di circa 35 milioni di abitanti. Per molto tempo ne ho ignorato l’esistenza. Qualche mese fa, come molti italiani, ho imparato a conoscerlo.  Nel Kerala sono stati, infatti, arrestati i marò italiani accusati di avere ucciso due pescatori indiani, scambiati per pirati. I due italiani, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, sono al momento liberi su cauzione ed attendono, in un albergo del luogo, l’apertura del processo. Ho avuto la tentazione di scriverne prima, anche per reagire alle tante esibizioni muscolari che impazzavano nel web nei giorni successivi agli arresti. I nostri militari non ne avevano colpa. Hanno tenuto sempre un comportamento esemplare, consapevoli delle difficoltà che avrebbero incontrato. Ma, si sa, esistono nazionalisti coraggiosi, dotati di vigorosi attributi maschili, sempre pronti a minacciare sfracelli se le cose non vanno come vorrebbero. Ricordo i giornali, soprattutto di destra, con i titoloni in prima pagina a caratteri cubitali: Marò, subito a casa! Anch’io, ovviamente, mi auguro che i nostri soldati possano tornare presto a casa, dai loro cari. Ma mi auguro soprattutto che siano innocenti, che il fatto di cui sono accusati non sussista o sia accaduto senza loro colpa. Non mi va di incolpare Monti o Napolitano di non essere stati particolarmente decisi.

Io penso che dovremmo imparare a guardare a situazioni come questa secondo il principio che i tedeschi chiamano dell’einfühlung, che in italiano potremmo tradurre con la parola “empatia”, cioè la capacità di mettersi nei panni dell’altro, di capire lo stato d’animo dell’altro. Proviamo a guardare questa vicenda dal punto di vista del Kerala. Chi ha pagato, finora, il prezzo più alto sono i due pescatori indiani uccisi, che non sono anonime comparse ma persone che hanno nome e cognome: Velentin Jelestin, padre di due figli adolescenti, e Ajesh Binki, giovane tamil, orfano di entrambi i genitori e unico sostentamento per le due sorelle, di 17 e 15 anni. L’Italia chiede giustizia per i “suoi ragazzi”, padri di famiglia, bravi militari; l’India chiede la stessa cosa per i “suoi morti”, padri di famiglia, bravi pescatori. C’è, dunque, un’evidente simmetria, che nessuna persona dotata di buon senso può sottovalutare.

C’è, infine, un altro fatto che mi ha spinto a scrivere sul Kerala. Il fatto è che il Kerala ha dimostrato che esiste una strada alternativa alla green revolution, la rivoluzione verde imposta dall’Occidente, o meglio dalle grandi multinazionali americane e non solo, ai paesi del sud del mondo. La preoccupazione dell’Occidente era di fronteggiare la rivoluzione comunista, che rischiava di prendere piede sulla base di parole semplici: la terra ai contadini, la fine del latifondo (un nome che ritorna), il rinnovamento delle classi dominanti. La risposta fu l’aumento della produttività dei beni alimentari di prima necessità, riso, grano, mais, per garantire migliori condizioni di vita ai popoli dei paesi poveri. I laboratori di ricerca americani fornirono i semi migliorati, modificati, ad elevata resa. Ben preso fu chiaro che per avere produzioni elevate c’era bisogno di concimi chimici, e poi di diserbanti, di pesticidi, macchine agricole, maggiori quantità di acqua. Le multinazionali erano ben liete di fornire offerte complete. Così nel giro di pochi anni si è verificato un vero e proprio trasferimento dei meccanismi e delle tecniche dell’agricoltura industriale occidentale entro contesti ambientali e sociali di agricolture governate da saperi locali millenari, destinati a subire ingenti manomissioni. L’agricoltura dei paesi poveri è diventata sempre più dipendente dalle multinazionali, che sono le uniche in grado di fornire gli OGM per accrescere la produttività, l’assistenza tecnica, i prestiti, i prodotti chimici, la commercializzazione delle derrate alimentari.

Questi metodi di coltivazione intensiva dei terreni, con l’uso massiccio delle monocolture, hanno causato, per esempio in larga parte dell’India, una notevole perdita di fertilità del suolo e una forte riduzione della biodiversità, con la scomparsa di centinaia di varietà locali.

L’industrializzazione dell’agricoltura ha provocato – altra conseguenza disastrosa – una fortissima riduzione della manodopera agricola, che, a differenza dei paesi sviluppati, non trova sbocchi nelle attività industriali e terziarie, assolutamente insufficienti, e va ad ingrossare le misere periferie delle grandi città.

Il Kerala, come dicevamo, ha seguito una strada diversa. Già negli anni sessanta diede vita ad una poderosa riforma agraria che abolì il latifondo e distribuì la terra (non più di8 ettaria testa) a circa il 90% della popolazione. Non è, dunque, un caso se in questo Stato la malnutrizione è stata ridotta ai mini termini, così come la disoccupazione, mentre gli equilibri ambientali sono rispettati e le foreste sono ben conservate. È anche lo stato con il 91% di alfabetizzati, con il tasso di corruzione più basso dell’intero continente indiano, con il più alto tasso di pluralismo religioso e le minori disparità socio-economiche tra uomini e donne o fra caste.

Tra parentesi, è stato il primo stato al mondo a formare un governo comunista attraverso elezioni democratiche. E i comunisti si alternano, quasi ad ogni scadenza elettorale, nel governo della regione, con il partito del Congresso di Sonia Ghandi.

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