Questa settimana voglio scrivere di due donne. Donne coraggiose, le cui storie assumono uno straordinario valore civile e morale. La prima di queste donne mi è venuta in mente sfogliando casualmente un libro, regalato a mia moglie dalla sua ex direttrice di circolo Mimma Liotta, “L’arte della gioia”, di Goliarda Sapienza, che, ammetto la mia ignoranza, non conoscevo. Leggo sulla copertina del libro che è nata a Catania, che è stata una scrittrice ed anche attrice di teatro e di cinema. Ebbe una relazione sentimentale molto intensa col regista Citto Maselli. Anche la storia di Goliarda è una storia complicata ed interessante. Ma non è di lei che voglio oggi scrivere, ma di quella donna che ho scoperto essere la madre di Goliarda. E, cioè, Maria Giudice, di cui, invece, conoscevo la vita avventurosa di rivoluzionaria socialista. Ne voglio scrivere anche perché, proprio in questi giorni, a Maria Giudice il Comune di Lentini ha dedicato una via, in contrada Carrubbazza. Ed è una scelta assolutamente condivisibile, perché Maria Giudice è stata una donna di grande valore e di forti passioni politiche e civili. Fu una donna anticonformista, libertaria, determinata, fortemente impegnata nelle lotte per l’emancipazione delle donne e dei lavoratori. Fece delle scelte difficili, impensabili per una donna della sua epoca. Nacque in un paesino dell’Oltrepò pavese nel 1880. Scelse di sposare la causa socialista e di diventare una “rivoluzionaria di professione”. Conobbe Gramsci, che con lei collaborò come redattore del giornale «Il grido del popolo», Umberto Terracini e persino Lenin, durante un soggiorno in Svizzera, dove era andata per sfuggire al carcere. Divenne, giovanissima, segretaria della Camera del Lavoro di Torino. Partecipò intensamente alle lotte operaie e popolari di quegli anni. E fu più volte arrestata per causa di quelle lotte. S’innamorò di Carlo Civardi, giovane agricoltore del luogo, dal quale ebbe ben sette figli. Decise però di non sposarlo e di praticare la «libera unione». Scelta anche questa, per l’epoca, decisamente coraggiosa. Carlo muore al fronte durante la prima guerra mondiale. All’inizio del 1920 Maria Giudice fu inviata dal partito socialista in Sicilia, dove svolse un ruolo importante di propaganda politica e di organizzazione del movimento socialista e sindacale. In Sicilia conobbe Giuseppe Sapienza, avvocato socialista catanese («l’avvocato dei poveri»), dal quale ebbe l’ultima figlia, Goliarda. A Catania, dove visse col suo compagno, fu al centro di un’intensa attività politica e sindacale. Venne, in quegli anni, molto spesso a Lentini. Il 7 luglio 1922 vi tenne un comizio, al termine del quale sembra che la polizia sparò sulla folla uccidendo due donne. È un episodio, purtroppo, ancora oggi poco chiaro. Fu davvero la polizia a sparare sulla folla o furono alcuni agrari lentinesi, ai quali i contadini avevano occupato le terre nelle settimane precedenti? E furono davvero uccise due donne e chi erano? Mi auguro che la storiografia locale possa dare un contributo di chiarezza. Maria Giudice, dopo i fatti di Lentini, fu arrestata e condannata. Rimase in carcere nove mesi. Con l’avvento del fascismo fu sottoposta a rigida vigilanza e si dedicò soprattutto allo studio. Si trasferì poi a Roma per seguire gli studi della figlia Goliarda, e qui morì il 5 febbraio 1953. I vicini di casa rimasero non poco stupiti quando, a rendere omaggio alla salma, in quella modesta casa romana, giunsero uomini come Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Umberto Terracini e tanti altri suoi compagni di lotta e di militanza.

L’altra donna di cui voglio scrivere è Franca Viola. Forse ai più giovani anche questo nome dirà poco o nulla. Ma è una storia che va conosciuta. Se non ricordo male anche Guglielmo Tocco ne ha scritto qualche tempo fa. Oggi è, ancora una volta, un bel libro a richiamare alla mia memoria questa storia emblematica. Il libro, dal titolo rivelatore “Niente ci fu”, è di Beatrice Monroy, anche lei siciliana, pubblicato da poco. La storia, nella sua crudeltà, è assai semplice. Franca è una bella ragazza di Alcamo, comune in provincia di Trapani, terra di mafia. Nel dicembre del 1965, Franca ha appena 18 anni. Filippo Melodia, mafioso del luogo, s’invaghisce di lei, che, però, lo rifiuta. Così il 26 dicembre 1965, spalleggiato da un nutrito numero di scagnozzi, Melodia la rapisce e la conduce in una casa di campagna, dove la violenta per giorni. Queste cose, nella Sicilia degli anni ’60, si aggiustavano con il matrimonio riparatore. Addirittura il codice penale (art. 544) prevedeva che il matrimonio facesse cessare ogni effetto penale e sociale della violenza inferta. Filippo Melodia, vestito a festa, si presenta dal padre di Franca sicuro di poterla ottenere in sposa. Non si aspettava che Franca rifiutasse il matrimonio riparatore. Un gesto inaudito per quel tempo. È stata, forse, la prima donna siciliana a fare questo gesto, che lei, in una delle poche interviste rilasciate, definì “la cosa più normale di questo mondo”. In realtà fu un gesto eroico, che servì a picconare un’impalcatura sociale e civile che non poteva più reggere perché fondata su antiche ed insopportabili sopraffazioni. In quegli anni erano ancora in vigore leggi a dir poco barbare, che prevedevano, ad esempio, il carcere per la donna adultera e il cosiddetto «delitto d’onore», cioè la possibilità di uccidere con l’alibi di lavare l’onore macchiato. Ovviamente il «delitto d’onore» valeva soltanto per l’uomo. Franca dice no al suo stupratore e lo manda in carcere. Fu, dunque, una donna coraggiosa, ma coraggioso fu anche il padre Bernardo, contadino ed uomo semplice, che denunciò gli stupratori e non si piegò mai dinanzi alle intimidazioni (campi devastati, animali uccisi) dei mafiosi di Alcamo. E lo fu anche Giuseppe, un ragazzo del luogo che sposerà Franca per amore e che lei considera il vero eroe della sua storia. “Io ho solo reagito ad un torto. Lui invece ha sfidato la mentalità del paese, mettendosi contro tutti e sapendo di rischiare persino la vita”.

L’io narrante – nel racconto della Monroy – è un coro di donne che ad un certo punto così riassume il dramma non solo fisico di Franca:

 

“Vorremmo farti compagnia nella stanzuccia dove
il tuo corpo è stato marchiato, dove è stata segnata
una traccia che non potrà mai più essere rimossa.
Adesso tu fai parte di noi, le donne rapite, stuprate.
Chiamiamoci tutte Franca Viola perché di te rimarrà
il nome, mentre di noi è rimasto solo il silenzio.”

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