Con gli esami di stato – la vecchia “maturità” –  si compie per ogni giovane studente un ciclo non solo di studi, ma autenticamente esistenziale; il che giustifica la persistenza del “timore e tremore” nell’affrontare l’evento, peraltro sempre più legato ad aspettative prevedibili.

La informatizzazione di parte delle  procedure dovrebbe ridurre alcuni costi e consentire una migliore valutabilità dei risultati, ma certo non ridurrà l’ansia degli esaminandi; soprattutto, non porterà alcun contributo ad un sistema scolastico che non riesce più, tra vecchie modalità e innovazioni da “prove Invalsi”, a mostrare una chiara identità.

Dopo un lungo periodo di “sperimentazioni dal basso”, talora eccellenti talaltra confuse, la scuola italiana ha conosciuto – e ancora ne geme –  un altrettanto lungo periodo in cui ogni governo ed ogni ministro della P.I. ha tentato di fare la “sua” riforma, naturalmente sempre con tanto di dispregio per il famigerato Gentile, come vuole la “correttezza” politica, doverosa quanto banale.

I tentativi di riformare la scuola primaria e secondaria, tra alti e bassi nonché tra avanti e indietro, sembrano aver temporaneamente esaurito la carica della coazione a ripetere, che adesso ha preso di mira il sistema universitario.

Non che il sistema universitario non avesse e non abbia bisogno di interventi correttivi anche energici, ma la sensazione del basito cittadino medio è che si giochino soprattutto partite finalizzate ad equilibri di potere, e che –per esempio – aumentare il potere dei Magnifici Rettori c’entri ben poco con la Strategia di Lisbona e con la rincorsa alla “società della conoscenza”.

Da quando il primo ominide scoprì che si poteva scheggiare e appuntire alcune pietre ( ricordate l’affascinante incipit di 2001- Odissea nello spazio?) , e  con quelle pietre colpire, scolpire e rompere ( lo stesso ominide o un altro? La questione potrebbe essere interessante), la conoscenza ha determinato sviluppo e ricchezza,  vittorie militari e progresso civile, nascita o tramonto di civiltà.

In proposito, all’interno del campo della conoscenza sono stati sempre fondamentali i corretti equilibri tra cultura in senso lato e ricerca scientifica, tra fenomenologia dei valori innovazione tecnologica, tra la produzione della conoscenza e la sua traduzione nei processi produttivi: quando questi equilibri si rompono, un “sistema” può facilmente scivolare nella stagnazione economica o nella scelta della utilizzazione dei forni crematori per cancellare una razza “inferiore”.

Di tutto ciò i governi italiani – con una continuità tra governi diversi, compreso il governo dei professori, che meriterebbe ben altri campi d’applicazione – si sono molto spesso mostrati ignari o noncuranti : basti riflettere sul fatto che l’Italia finanzia la ricerca europea in proporzione al PIL, come è d’obbligo, e riottiene finanziamenti dall’Europa in ragione del numero dichiarato di ricercatori, come è giusto; risultato? Per ottenere equilibrio tra ciò che l’Italia versa e ciò che ottiene, ogni ricercatore italiano dovrebbe vedersi assegnato mediamente il doppio dei finanziamenti ottenuti dai colleghi francesi o tedeschi (v. A. Bellelli L’Italia e i fondi europei per la ricerca,  Return on Academic ReSearch, V/2012, http://www.roars.it/online).

La spesa per la ricerca scientifica rappresenta però solo uno degli aspetti della malattia cronica dell’Università italiana: un sistema dei concorsi che era e rimane altalenante tra controproducenti rigidità  ( nell’ostacolare il rapporto maestro/allievo) ed  eccessiva “elasticità” ( nel consentire episodi di clientelismo e familismo); una persistente difficoltà nel “misurare” la produttività dei ricercatori ( quando produttivi sono) tra criteri quantitativi e criteri qualitativi; un sistema delle relazioni interne e dei processi decisionali che continua a rimanere ispirato più alle liturgie feudali che alle procedure democratiche; gravi carenze nella offerta e organizzazione dei servizi e nella didattica a sostegno degli studenti.

Le proposte e le indicazioni correttive non mancano: un recente volumetto, piccolo ma ricco, del prof. Coniglione, dell’Università di Catania (F. Coniglione, Maledetta Università – Fantasie e realtà sul sistema della ricerca in Italia, di girolamo editore, 2011) ha mostrato con dovizia di dati come il confronto con celebrate università straniere, a dispetto della differenza di mezzi, sia tutt’altro che mortificante per i centri di ricerca e per i ricercatori italiani; e come “…basterebbero alcuni azzeccati e chirurgici interventi per rimettere il malato in piedi e avviare un processo di progressiva guarigione”.

In realtà, una perdurante opinione alimentata da settori non innocenti considera l’Università un aggregato di inefficienze e di incompetenze, con l’evidente obiettivo di voler dirottare investimenti pubblici e privati sulle Università private, così come è già stato fatto con successo nei riguardi di scuole primarie e secondarie private.

E come in ogni bella torta, è prevista anche la ciliegina, ovvero l’abolizione del valore legale del titolo di studio; insomma: se hai studiato alla Bocconi, un giorno potrai anche fare il Primo Ministro; ma se hai studiato in una facoltà del profondo sud, al più potrai fare il volontario in Africa.

Intanto, diminuiti i finanziamenti e scoraggiata la ricerca, i vecchi e nuovi studenti universitari dovranno misurarsi con  la mancanza di professionalità di alcuni docenti che si rendono “irraggiungibili”, con aule sovraffollate o improvvisate, con ambienti inadeguati, con mense a rischio infezioni, con sedute d’esame  che saltano per improvvise quanto lunghe assenze ingiustificate, con orari di lezioni strampalati o non coordinati, con 3 + 2 pasticciati e controproducenti, con la lampante incostituzionalità del “numero chiuso”  di alcune facoltà, buono tuttavia a far fiorire il mercato delle preparazioni.  Ovviamente, private.

Non stupisce, in questo contesto, come IL “XIV Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati”,  a cura di Andrea Cammelli, abbia rilevato che tra il 2004 e il 2008 l’Italia si è caratterizzata per  una riduzione della quota di occupati nelle professioni ad alta specializzazione, diversamente rispetto alla media  dei paesi dell’Unione Europea. Un comportamento in controtendenza  che dal corso della crisi non poteva che essere accentuato.

Per cui, la preparazione alle professioni e alle funzioni direttive rimane sostanzialmente elitaria e quantitativamente inferiore alla media EU ed alle esigenze del Paese, in quanto affidata non già ad un processo formativo organicamente sistemico, quanto piuttosto a margini ancora larghi di influenza dei meccanismi familistici, clientelari, cooptativi.

Eppure proprio in periodi di crisi bisognerebbe aiutare i giovani investendo in istruzione, ricerca, innovazione e cultura; proprio a causa della crisi, e per la corretta comprensione storico-economica delle sua cause, bisognerebbe abbandonare i metodi strettamente monetaristici e valorizzare la scuola e l’Università come settore strategico per la produzione del capitale umano.

La deriva monetaristica, causata e aggravata dalle banche e dalla grande finanza speculativa, sta spogliando il reddito dipendente e riducendo il mondo a spread, la scuola a edifici da accorpare o eliminare, la società a titolari di tasse da pagare.

La “società della conoscenza” è appena un fantasma, la cui maschera serve appena a riprodurre forza lavoro intellettuale dequalificata, privata sempre più del valore intrinseco alla ricerca ed al sapere, verso un nuovo Fahrenheit 451.

Speriamo che la fantascienza rimanga nel suo territorio così prossimo, seppur alternativo,  alla poesia; e che un nuovo Ray Bradbury non debba raccontarci di esseri  umani, sopravvissuti alla scomparsa delle stramaledette Università, costretti a condurre un’epica lotta per salvare i libri dalla furia iconoclasta di un potere ottuso. In fondo, anche Bradbury è morto tranquillo e benestante nel suo letto alla bella età di 91 anni. Coraggio, ragazzi: fate gli esami e partite anche voi per questa bella avventura che è l’Università. Per chi è scoraggiato, sono disposto a far cambio …

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