Si può dire che il «pacchetto merito» del ministro Francesco Profumo è una castroneria? Capisco che non è un linguaggio garbato, ma non se ne può più di essere presi per i fondelli.

Conosce il nostro ministro in quale effettiva situazione si trova oggi la scuola italiana? Sa che quasi la metà delle scuole, dove ogni giorno si recano 9 milioni di persone, tra docenti, personale amministrativo e studenti, è a rischio sismico? Che c’è stato un taglio spaventoso delle risorse destinate alla scuola, che ha prodotto meno insegnanti, meno servizi di supporto, meno attrezzature didattiche, minore qualità dell’insegnamento? Che sono cresciute le classi pollaio, in cui vengono ammassati soprattutto i bambini della scuola primaria? Che nell’ultimo anno sono diminuite del 10% le immatricolazioni all’Università, invertendo una tendenza, che durava da oltre 10 anni, che ci faceva sperare di poter colmare lo storico divario del numero di laureati, circa la metà rispetto all’Europa? Che abbiamo, rispetto alla popolazione, il più basso numero di ricercatori della comunità europea?

Come vedete, i problemi non mancano e, sicuramente, altri se ne potrebbero aggiungere. Ci sarebbe un bel daffare per un ministro volenteroso che volesse riparare una parte dei torti inferti dai suoi predecessori alla scuola italiana.

E invece, l’esimio ministro, immagina di affrontare i problemi con alcune amenità dal pensiero debole come l’«alunno dell’anno», l’«Olimpiade degli studenti» e, nei mesi scorsi, l’abolizione del valore legale del titolo di studio e, persino, l’abolizione dell’italiano dall’insegnamento universitario da sostituire con l’inglese. Più che argomenti con i quali confrontarsi, sembrano pretesti per distrarre l’opinione pubblica dai nodi veri che sono sottesi ad una riforma vera della scuola pubblica.

Profumo è, forse, l’esempio più evidente (ma altri ministri non scherzano) che la tecnocrazia, cioè quella forma di governo in cui le decisioni politiche vengono prese dai «tecnici», non funziona.

Le scelte non sono mai neutre, presuppongono punti di vista chiari. E a me sembra che dietro alcune scelte del ministro ci sia la solita ideologia liberista, che ha finora prodotto solo danni. L’idea fissa del ministro è che la scuola debba servire a creare delle élite, appunto i più bravi, per il mercato. E il resto? Il resto si arrangi. E’ evidente che così la scuola, anziché diventare un fattore di promozione per tutti (o almeno per molti), diventa il modo per ratificare le disuguaglianze esistenti nella società capitalistica odierna. Esattamente l’opposto di ciò che sta scritto nella nostra Costituzione: «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». E ancora «La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso» (art. 34). È compito dei governi, sempre secondo la nostra Costituzione, «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana (…)» (art. 3). Con queste finalità fu realizzata nel 1962 la scuola media unificata. L’art. 1 della legge istitutiva (la n. 1859/1962) al comma 2 così recita: «La scuola media concorre a promuovere la formazione dell’uomo e del cittadino secondo i principi sanciti dalla Costituzione e favorisce l’orientamento dei giovani ai fini della scelta dell’attività successiva».

Quella riforma fu approvata durante il IV governo Fanfani e ministro della Pubblica Istruzione non era un pericoloso bolscevico, ma l’on. Luigi Gui, democristiano. E servì ad introdurre la «scuola di tutti», una scuola non più basata sulla selezione ma sull’inclusione. Oggi si vorrebbe realizzare il rovesciamento di quei principi. Per ottenere che cosa? Per premiare lo «studente dell’anno» e segnalare alle imprese gli studenti più bravi? Il problema fondamentale della nostra scuola è la dispersione, l’abbandono, gli scarsi livelli cogniti acquisiti nel resto della scuola, che non siano i licei. E chi non frequenta i licei appartiene per il 90% alle classi sociali più umili. Ed è questa la ragione per cui «la mobilità sociale fornita dalla scuola italiana è negli ultimi posti della scala Ocse Europea». In fondo alla scala ci siamo noi e la Bulgaria. Come si può prescindere, per qualunque seria valutazione, dalle situazioni di partenza? Come si fa a non capire che le situazioni di disagio economico e di precarietà lavorativa creano nelle famiglie profonde sofferenze di cui i bambini e gli adolescenti diventano termometri sensibilissimi, sofferenze che non restano fuori dai cancelli delle scuole ma spesso si traducono in svogliatezza, fuga dall’impegno scolastico, rabbia ed antagonismo verso la scuola e le istituzioni in generale. Diventa allora fondamentale – come sottolinea su Il Manifesto di qualche settimana fa Simonetta Salacone, dirigente scolastica in pensione – «investire di più nel diritto allo studio, nell’edilizia scolastica, nelle aule attrezzate, nei laboratori, nei sussidi didattici, negli spazi esterni alle scuole. Vivere in ambienti gradevoli, attrezzati ed esteticamente curati è fondamentale per chi a casa non ha spazi propri di vita, perché magari condivide 60 metri quadrati con genitori, fratelli, spesso anche nonni».

Sarà retorico, ma vorrei chiudere quest’articolo ricordando ai giovani ciò che aveva scritto Antonio Gramsci nel 1919: «Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza». Anche per avere ministri della pubblica istruzione di ben altro spessore.

 

Annunci