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Mentre qui si pensa a far cassa… di Elio Magnano

Mentre da noi si pensa di “far cassa”con tagli ai soliti noti mascherandoli con il termine di “spending review” in Francia ecco cosa ha fatto Hollande in 56 giorni di governo.
Ha abolito il 100% delle auto blu e le ha messe all’asta; il ricavato va al fondo welfare da distribuire alle regioni con il più alto numero di centri urbani con periferie dissestate.

Ha fatto inviare un documento (dodici righe) a tutti gli enti statali dipendenti dall’amministrazione centrale in cui comunicava l’abolizione delle “vetture aziendali” sfidando e insultando provocatoriamente gli alti funzionari, con frasi del tipo “un dirigente che guadagna 650.000 euro all’anno, se non può permettersi il lusso di acquistare una bella vettura con il proprio guadagno meritato, vuol dire che è troppo avaro, o è stupido, o è disonesto. La nazione non ha bisogno di nessuna di queste tre figure”.
Touchè.
Via con le Peugeot e le Citroen.
345 milioni di euro risparmiati subito, spostati per creare (apertura il 15 agosto 2012) 175 istituti di ricerca scientifica avanzata ad alta tecnologia assumendo 2.560 giovani scienziati disoccupati “per aumentare la competitività e la produttività della nazione”.

Ha abolito il concetto di scudo fiscale (definito “socialmente immorale”)

Ha emanato un urgente decreto presidenziale stabilendo un’aliquota del 75% di aumento nella tassazione per tutte le famiglie che, al netto, guadagnano più di 5 milioni di euro all’anno.
Con quei soldi (rispettando quindi il fiscal compact) senza intaccare il bilancio di un euro ha assunto 59.870 laureati disoccupati, di cui 6.900 dal 1 luglio del 2012, e poi altri 12.500 dal 1 settembre come insegnanti nella pubblica istruzione.

Ha sottratto alla Chiesa sovvenzioni statali per il valore di 2,3 miliardi di euro che finanziavano licei privati esclusivi, e ha varato (con quei soldi) un piano per la costruzione di 4.500 asili nido e 3.700 scuole elementari avviando un piano di rilancio degli investimenti nelle infrastrutture nazionali.

Ha istituito il “bonus cultura” presidenziale, un dispositivo che consente di pagare tasse zero a chiunque si costituisca come cooperativa e apra una libreria indipendente assumendo almeno due laureati disoccupati iscritti alla lista dei disoccupati oppure cassintegrati, in modo tale da far risparmiare soldi della spesa pubblica, dare un minimo contributo all’occupazione e rilanciare dei nuovi status sociale.

Ha abolito tutti i sussidi governativi a riviste, rivistucole, fondazioni, e case editrici, sostituite da comitati di “imprenditori statali” che finanziano aziende culturali sulla base di presentazione di piani business legati a strategie di mercato avanzate.

Ha varato un provvedimento molto complesso nel quale si offre alle banche una scelta (non imposizione): chi offre crediti agevolati ad aziende che producono merci francesi riceve agevolazioni fiscali, chi offre strumenti finanziari paga una tassa supplementare: prendere o lasciare.

Ha decurtato del 25% lo stipendio di tutti i funzionari governativi, del 32% di tutti i parlamentari, e del 40% di tutti gli alti dirigenti statali che guadagnano più di 800 mila euro all’anno.
Con quella cifra (circa 4 miliardi di euro) ha istituito un fondo garanzia welfare che attribuisce a “donne mamme singole” in condizioni finanziarie disagiate uno stipendio garantito mensile per la durata di cinque anni, finchè il bambino non va alle scuole elementari, e per tre anni se il bambino è più grande.
Il tutto senza toccare il pareggio di bilancio.

Risultato: ma guarda un po’ SURPRISE!!
Lo spread con i bund tedeschi è sceso, per magia. E’ arrivato a 101 (da noi viaggia intorno a 470).
L’inflazione non è salita.
La competitività e la produttività nazionale è aumentata nel mese di giugno per la prima volta da tre anni a questa parte.
Ma Hollande è un genio dell’economia?

E invece, secondo i liberal del PD, dovremmo continuare a somministrare agli italiani la ricetta Monti.

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Parliamo di scuola. Solo (pro)fumo e niente arrosto di Elio Magnano


Si può dire che il «pacchetto merito» del ministro Francesco Profumo è una castroneria? Capisco che non è un linguaggio garbato, ma non se ne può più di essere presi per i fondelli.

Conosce il nostro ministro in quale effettiva situazione si trova oggi la scuola italiana? Sa che quasi la metà delle scuole, dove ogni giorno si recano 9 milioni di persone, tra docenti, personale amministrativo e studenti, è a rischio sismico? Che c’è stato un taglio spaventoso delle risorse destinate alla scuola, che ha prodotto meno insegnanti, meno servizi di supporto, meno attrezzature didattiche, minore qualità dell’insegnamento? Che sono cresciute le classi pollaio, in cui vengono ammassati soprattutto i bambini della scuola primaria? Che nell’ultimo anno sono diminuite del 10% le immatricolazioni all’Università, invertendo una tendenza, che durava da oltre 10 anni, che ci faceva sperare di poter colmare lo storico divario del numero di laureati, circa la metà rispetto all’Europa? Che abbiamo, rispetto alla popolazione, il più basso numero di ricercatori della comunità europea?

Come vedete, i problemi non mancano e, sicuramente, altri se ne potrebbero aggiungere. Ci sarebbe un bel daffare per un ministro volenteroso che volesse riparare una parte dei torti inferti dai suoi predecessori alla scuola italiana.

E invece, l’esimio ministro, immagina di affrontare i problemi con alcune amenità dal pensiero debole come l’«alunno dell’anno», l’«Olimpiade degli studenti» e, nei mesi scorsi, l’abolizione del valore legale del titolo di studio e, persino, l’abolizione dell’italiano dall’insegnamento universitario da sostituire con l’inglese. Più che argomenti con i quali confrontarsi, sembrano pretesti per distrarre l’opinione pubblica dai nodi veri che sono sottesi ad una riforma vera della scuola pubblica.

Profumo è, forse, l’esempio più evidente (ma altri ministri non scherzano) che la tecnocrazia, cioè quella forma di governo in cui le decisioni politiche vengono prese dai «tecnici», non funziona.

Le scelte non sono mai neutre, presuppongono punti di vista chiari. E a me sembra che dietro alcune scelte del ministro ci sia la solita ideologia liberista, che ha finora prodotto solo danni. L’idea fissa del ministro è che la scuola debba servire a creare delle élite, appunto i più bravi, per il mercato. E il resto? Il resto si arrangi. E’ evidente che così la scuola, anziché diventare un fattore di promozione per tutti (o almeno per molti), diventa il modo per ratificare le disuguaglianze esistenti nella società capitalistica odierna. Esattamente l’opposto di ciò che sta scritto nella nostra Costituzione: «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». E ancora «La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso» (art. 34). È compito dei governi, sempre secondo la nostra Costituzione, «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana (…)» (art. 3). Con queste finalità fu realizzata nel 1962 la scuola media unificata. L’art. 1 della legge istitutiva (la n. 1859/1962) al comma 2 così recita: «La scuola media concorre a promuovere la formazione dell’uomo e del cittadino secondo i principi sanciti dalla Costituzione e favorisce l’orientamento dei giovani ai fini della scelta dell’attività successiva».

Quella riforma fu approvata durante il IV governo Fanfani e ministro della Pubblica Istruzione non era un pericoloso bolscevico, ma l’on. Luigi Gui, democristiano. E servì ad introdurre la «scuola di tutti», una scuola non più basata sulla selezione ma sull’inclusione. Oggi si vorrebbe realizzare il rovesciamento di quei principi. Per ottenere che cosa? Per premiare lo «studente dell’anno» e segnalare alle imprese gli studenti più bravi? Il problema fondamentale della nostra scuola è la dispersione, l’abbandono, gli scarsi livelli cogniti acquisiti nel resto della scuola, che non siano i licei. E chi non frequenta i licei appartiene per il 90% alle classi sociali più umili. Ed è questa la ragione per cui «la mobilità sociale fornita dalla scuola italiana è negli ultimi posti della scala Ocse Europea». In fondo alla scala ci siamo noi e la Bulgaria. Come si può prescindere, per qualunque seria valutazione, dalle situazioni di partenza? Come si fa a non capire che le situazioni di disagio economico e di precarietà lavorativa creano nelle famiglie profonde sofferenze di cui i bambini e gli adolescenti diventano termometri sensibilissimi, sofferenze che non restano fuori dai cancelli delle scuole ma spesso si traducono in svogliatezza, fuga dall’impegno scolastico, rabbia ed antagonismo verso la scuola e le istituzioni in generale. Diventa allora fondamentale – come sottolinea su Il Manifesto di qualche settimana fa Simonetta Salacone, dirigente scolastica in pensione – «investire di più nel diritto allo studio, nell’edilizia scolastica, nelle aule attrezzate, nei laboratori, nei sussidi didattici, negli spazi esterni alle scuole. Vivere in ambienti gradevoli, attrezzati ed esteticamente curati è fondamentale per chi a casa non ha spazi propri di vita, perché magari condivide 60 metri quadrati con genitori, fratelli, spesso anche nonni».

Sarà retorico, ma vorrei chiudere quest’articolo ricordando ai giovani ciò che aveva scritto Antonio Gramsci nel 1919: «Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza». Anche per avere ministri della pubblica istruzione di ben altro spessore.

 

Due donne (quasi quattro) di Elio Magnano

 

Questa settimana voglio scrivere di due donne. Donne coraggiose, le cui storie assumono uno straordinario valore civile e morale. La prima di queste donne mi è venuta in mente sfogliando casualmente un libro, regalato a mia moglie dalla sua ex direttrice di circolo Mimma Liotta, “L’arte della gioia”, di Goliarda Sapienza, che, ammetto la mia ignoranza, non conoscevo. Leggo sulla copertina del libro che è nata a Catania, che è stata una scrittrice ed anche attrice di teatro e di cinema. Ebbe una relazione sentimentale molto intensa col regista Citto Maselli. Anche la storia di Goliarda è una storia complicata ed interessante. Ma non è di lei che voglio oggi scrivere, ma di quella donna che ho scoperto essere la madre di Goliarda. E, cioè, Maria Giudice, di cui, invece, conoscevo la vita avventurosa di rivoluzionaria socialista. Ne voglio scrivere anche perché, proprio in questi giorni, a Maria Giudice il Comune di Lentini ha dedicato una via, in contrada Carrubbazza. Ed è una scelta assolutamente condivisibile, perché Maria Giudice è stata una donna di grande valore e di forti passioni politiche e civili. Fu una donna anticonformista, libertaria, determinata, fortemente impegnata nelle lotte per l’emancipazione delle donne e dei lavoratori. Fece delle scelte difficili, impensabili per una donna della sua epoca. Nacque in un paesino dell’Oltrepò pavese nel 1880. Scelse di sposare la causa socialista e di diventare una “rivoluzionaria di professione”. Conobbe Gramsci, che con lei collaborò come redattore del giornale «Il grido del popolo», Umberto Terracini e persino Lenin, durante un soggiorno in Svizzera, dove era andata per sfuggire al carcere. Divenne, giovanissima, segretaria della Camera del Lavoro di Torino. Partecipò intensamente alle lotte operaie e popolari di quegli anni. E fu più volte arrestata per causa di quelle lotte. S’innamorò di Carlo Civardi, giovane agricoltore del luogo, dal quale ebbe ben sette figli. Decise però di non sposarlo e di praticare la «libera unione». Scelta anche questa, per l’epoca, decisamente coraggiosa. Carlo muore al fronte durante la prima guerra mondiale. All’inizio del 1920 Maria Giudice fu inviata dal partito socialista in Sicilia, dove svolse un ruolo importante di propaganda politica e di organizzazione del movimento socialista e sindacale. In Sicilia conobbe Giuseppe Sapienza, avvocato socialista catanese («l’avvocato dei poveri»), dal quale ebbe l’ultima figlia, Goliarda. A Catania, dove visse col suo compagno, fu al centro di un’intensa attività politica e sindacale. Venne, in quegli anni, molto spesso a Lentini. Il 7 luglio 1922 vi tenne un comizio, al termine del quale sembra che la polizia sparò sulla folla uccidendo due donne. È un episodio, purtroppo, ancora oggi poco chiaro. Fu davvero la polizia a sparare sulla folla o furono alcuni agrari lentinesi, ai quali i contadini avevano occupato le terre nelle settimane precedenti? E furono davvero uccise due donne e chi erano? Mi auguro che la storiografia locale possa dare un contributo di chiarezza. Maria Giudice, dopo i fatti di Lentini, fu arrestata e condannata. Rimase in carcere nove mesi. Con l’avvento del fascismo fu sottoposta a rigida vigilanza e si dedicò soprattutto allo studio. Si trasferì poi a Roma per seguire gli studi della figlia Goliarda, e qui morì il 5 febbraio 1953. I vicini di casa rimasero non poco stupiti quando, a rendere omaggio alla salma, in quella modesta casa romana, giunsero uomini come Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Umberto Terracini e tanti altri suoi compagni di lotta e di militanza.

L’altra donna di cui voglio scrivere è Franca Viola. Forse ai più giovani anche questo nome dirà poco o nulla. Ma è una storia che va conosciuta. Se non ricordo male anche Guglielmo Tocco ne ha scritto qualche tempo fa. Oggi è, ancora una volta, un bel libro a richiamare alla mia memoria questa storia emblematica. Il libro, dal titolo rivelatore “Niente ci fu”, è di Beatrice Monroy, anche lei siciliana, pubblicato da poco. La storia, nella sua crudeltà, è assai semplice. Franca è una bella ragazza di Alcamo, comune in provincia di Trapani, terra di mafia. Nel dicembre del 1965, Franca ha appena 18 anni. Filippo Melodia, mafioso del luogo, s’invaghisce di lei, che, però, lo rifiuta. Così il 26 dicembre 1965, spalleggiato da un nutrito numero di scagnozzi, Melodia la rapisce e la conduce in una casa di campagna, dove la violenta per giorni. Queste cose, nella Sicilia degli anni ’60, si aggiustavano con il matrimonio riparatore. Addirittura il codice penale (art. 544) prevedeva che il matrimonio facesse cessare ogni effetto penale e sociale della violenza inferta. Filippo Melodia, vestito a festa, si presenta dal padre di Franca sicuro di poterla ottenere in sposa. Non si aspettava che Franca rifiutasse il matrimonio riparatore. Un gesto inaudito per quel tempo. È stata, forse, la prima donna siciliana a fare questo gesto, che lei, in una delle poche interviste rilasciate, definì “la cosa più normale di questo mondo”. In realtà fu un gesto eroico, che servì a picconare un’impalcatura sociale e civile che non poteva più reggere perché fondata su antiche ed insopportabili sopraffazioni. In quegli anni erano ancora in vigore leggi a dir poco barbare, che prevedevano, ad esempio, il carcere per la donna adultera e il cosiddetto «delitto d’onore», cioè la possibilità di uccidere con l’alibi di lavare l’onore macchiato. Ovviamente il «delitto d’onore» valeva soltanto per l’uomo. Franca dice no al suo stupratore e lo manda in carcere. Fu, dunque, una donna coraggiosa, ma coraggioso fu anche il padre Bernardo, contadino ed uomo semplice, che denunciò gli stupratori e non si piegò mai dinanzi alle intimidazioni (campi devastati, animali uccisi) dei mafiosi di Alcamo. E lo fu anche Giuseppe, un ragazzo del luogo che sposerà Franca per amore e che lei considera il vero eroe della sua storia. “Io ho solo reagito ad un torto. Lui invece ha sfidato la mentalità del paese, mettendosi contro tutti e sapendo di rischiare persino la vita”.

L’io narrante – nel racconto della Monroy – è un coro di donne che ad un certo punto così riassume il dramma non solo fisico di Franca:

 

“Vorremmo farti compagnia nella stanzuccia dove
il tuo corpo è stato marchiato, dove è stata segnata
una traccia che non potrà mai più essere rimossa.
Adesso tu fai parte di noi, le donne rapite, stuprate.
Chiamiamoci tutte Franca Viola perché di te rimarrà
il nome, mentre di noi è rimasto solo il silenzio.”

Il punto di vista del Kerala di Elio Magnano

 

Il Kerala, è uno stato dell’India, con una popolazione di circa 35 milioni di abitanti. Per molto tempo ne ho ignorato l’esistenza. Qualche mese fa, come molti italiani, ho imparato a conoscerlo.  Nel Kerala sono stati, infatti, arrestati i marò italiani accusati di avere ucciso due pescatori indiani, scambiati per pirati. I due italiani, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, sono al momento liberi su cauzione ed attendono, in un albergo del luogo, l’apertura del processo. Ho avuto la tentazione di scriverne prima, anche per reagire alle tante esibizioni muscolari che impazzavano nel web nei giorni successivi agli arresti. I nostri militari non ne avevano colpa. Hanno tenuto sempre un comportamento esemplare, consapevoli delle difficoltà che avrebbero incontrato. Ma, si sa, esistono nazionalisti coraggiosi, dotati di vigorosi attributi maschili, sempre pronti a minacciare sfracelli se le cose non vanno come vorrebbero. Ricordo i giornali, soprattutto di destra, con i titoloni in prima pagina a caratteri cubitali: Marò, subito a casa! Anch’io, ovviamente, mi auguro che i nostri soldati possano tornare presto a casa, dai loro cari. Ma mi auguro soprattutto che siano innocenti, che il fatto di cui sono accusati non sussista o sia accaduto senza loro colpa. Non mi va di incolpare Monti o Napolitano di non essere stati particolarmente decisi.

Io penso che dovremmo imparare a guardare a situazioni come questa secondo il principio che i tedeschi chiamano dell’einfühlung, che in italiano potremmo tradurre con la parola “empatia”, cioè la capacità di mettersi nei panni dell’altro, di capire lo stato d’animo dell’altro. Proviamo a guardare questa vicenda dal punto di vista del Kerala. Chi ha pagato, finora, il prezzo più alto sono i due pescatori indiani uccisi, che non sono anonime comparse ma persone che hanno nome e cognome: Velentin Jelestin, padre di due figli adolescenti, e Ajesh Binki, giovane tamil, orfano di entrambi i genitori e unico sostentamento per le due sorelle, di 17 e 15 anni. L’Italia chiede giustizia per i “suoi ragazzi”, padri di famiglia, bravi militari; l’India chiede la stessa cosa per i “suoi morti”, padri di famiglia, bravi pescatori. C’è, dunque, un’evidente simmetria, che nessuna persona dotata di buon senso può sottovalutare.

C’è, infine, un altro fatto che mi ha spinto a scrivere sul Kerala. Il fatto è che il Kerala ha dimostrato che esiste una strada alternativa alla green revolution, la rivoluzione verde imposta dall’Occidente, o meglio dalle grandi multinazionali americane e non solo, ai paesi del sud del mondo. La preoccupazione dell’Occidente era di fronteggiare la rivoluzione comunista, che rischiava di prendere piede sulla base di parole semplici: la terra ai contadini, la fine del latifondo (un nome che ritorna), il rinnovamento delle classi dominanti. La risposta fu l’aumento della produttività dei beni alimentari di prima necessità, riso, grano, mais, per garantire migliori condizioni di vita ai popoli dei paesi poveri. I laboratori di ricerca americani fornirono i semi migliorati, modificati, ad elevata resa. Ben preso fu chiaro che per avere produzioni elevate c’era bisogno di concimi chimici, e poi di diserbanti, di pesticidi, macchine agricole, maggiori quantità di acqua. Le multinazionali erano ben liete di fornire offerte complete. Così nel giro di pochi anni si è verificato un vero e proprio trasferimento dei meccanismi e delle tecniche dell’agricoltura industriale occidentale entro contesti ambientali e sociali di agricolture governate da saperi locali millenari, destinati a subire ingenti manomissioni. L’agricoltura dei paesi poveri è diventata sempre più dipendente dalle multinazionali, che sono le uniche in grado di fornire gli OGM per accrescere la produttività, l’assistenza tecnica, i prestiti, i prodotti chimici, la commercializzazione delle derrate alimentari.

Questi metodi di coltivazione intensiva dei terreni, con l’uso massiccio delle monocolture, hanno causato, per esempio in larga parte dell’India, una notevole perdita di fertilità del suolo e una forte riduzione della biodiversità, con la scomparsa di centinaia di varietà locali.

L’industrializzazione dell’agricoltura ha provocato – altra conseguenza disastrosa – una fortissima riduzione della manodopera agricola, che, a differenza dei paesi sviluppati, non trova sbocchi nelle attività industriali e terziarie, assolutamente insufficienti, e va ad ingrossare le misere periferie delle grandi città.

Il Kerala, come dicevamo, ha seguito una strada diversa. Già negli anni sessanta diede vita ad una poderosa riforma agraria che abolì il latifondo e distribuì la terra (non più di8 ettaria testa) a circa il 90% della popolazione. Non è, dunque, un caso se in questo Stato la malnutrizione è stata ridotta ai mini termini, così come la disoccupazione, mentre gli equilibri ambientali sono rispettati e le foreste sono ben conservate. È anche lo stato con il 91% di alfabetizzati, con il tasso di corruzione più basso dell’intero continente indiano, con il più alto tasso di pluralismo religioso e le minori disparità socio-economiche tra uomini e donne o fra caste.

Tra parentesi, è stato il primo stato al mondo a formare un governo comunista attraverso elezioni democratiche. E i comunisti si alternano, quasi ad ogni scadenza elettorale, nel governo della regione, con il partito del Congresso di Sonia Ghandi.

Il voto siciliano. di Elio Magnano

 

Vorrei fare qualche riflessione sul voto amministrativo del 6-7 maggio scorsi in Sicilia. L’analisi del voto, come la si chiamava un tempo, non può, ovviamente, prescindere dal contesto generale in cui le elezioni si sono svolte. Ci sono alcuni fatti che caratterizzano il momento attuale. Tra questi, sicuramente la crisi economica e sociale, che appare sempre più drammatica ed ora ulteriormente aggravata dal terribile terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna. Si allarga l’area del disagio. I dati sulla disoccupazione, soprattutto giovanile, resi noti dall’Istat qualche giorno fa, sono drammatici. E dietro i numeri, ci sono storie individuali, famiglie disperate, speranze deluse. Sono a rischio la coesione sociale e persino la stessa tenuta democratica del Paese. Il PD, sostenendo il governo Monti, ha dovuto mettere in conto le insofferenze e le critiche di una parte dell’opinione pubblica e del suo stesso elettorato. Probabilmente, non c’erano altre strade da seguire. Ma la situazione può degenerare da un momento all’altro, se non si attiva rapidamente una politica di crescita per fare uscire il Paese dalla spirale recessiva in cui è stato cacciato dal governo Berlusconi-Bossi-Tremonti e dalla politica europea di austerità, imposta dalla Germania.

L’altro elemento è tipicamente siciliano e riguarda la fine ingloriosa del governo Lombardo. Non condivido l’opinione, manifestata da Pietro Barcellona su La Sicilia del 27 maggio scorso, secondo cui l’esperienza di Lombardo “ha rappresentato un’interessante novità nello scenario siciliano”. Forse, poteva esserla. Se Lombardo avesse dimostrato ben altro spessore politico e ben altra determinazione nel perseguire un forte disegno riformatore. E, invece, è prevalsa la politica del piccolo cabotaggio, l’attenzione maniacale alla sua rete clientelare, la mancanza di collegialità. Anche le stesse riforme varate dall’ARS (dall’Ato idrico, ai rifiuti, alla sanità) sono rimaste impantanate nei meandri di una burocrazia regionale vorace ed inefficiente e nelle maglie di un sistema di potere opaco e duro a morire. Il PD non è stato all’altezza della sfida. Ha avuto paura di reclamare il ruolo politico che i numeri gli assegnavano ed è rimasto incerto sulle decisioni da assumere, finendo per essere subalterno alle manovre del governatore. La debolezza della direzione politica e l’esasperata divisione correntizia hanno fatto il resto. Il PD è rimasto fermo, privo di una bussola affidabile, incapace di mettere al centro dell’iniziativa politica e legislativa i bisogni concreti del popolo siciliano. Mi auguro che ora il gruppo parlamentare del PD sia in grado di promuovere una larga maggioranza per votare subito la mozione di sfiducia a Raffaele Lombardo.

Va, infine, rilevato che le elezioni amministrative si sono svolte nel momento di massima sfiducia dei cittadini nei confronti dei partiti politici. I quali sembra che facciano di tutto per accrescere, giorno dopo giorno, questa sfiducia. E la crisi riguarda tutti i partiti, chi più e chi meno, ma tutti. E non si vedono, purtroppo, segnali forti di ravvedimento. I partiti restano inchiodati alle loro contraddizioni, accrescendo nell’opinione pubblica la convinzione di non essere capaci di autoriformarsi. È inutile, dunque, prendersela con Grillo. Il problema non è l’antipolitica, che pure c’è, ma la cattiva politica, che suscita sfiducia, rancori e fortissime delusioni.

Grillo poteva essere “sgonfiato”, ma bisognava fare cose serie. Ne cito alcune rapidamente: 1) limitare i mandati elettorali a due, a qualunque livello, parlamento, regioni, comuni. 2) ridurre subito il numero dei parlamentari, senza mettere altra carne al fuoco con l’intento di non fare, ancora una volta, nulla; 3) dare la possibilità ai cittadini, con la riforma elettorale, di eleggere i propri rappresentanti. 4) ridurre drasticamente i privilegi degli eletti, a partire da indennità e pensioni; 5) ridurre il finanziamento pubblico ai partiti, vincolandolo all’attuazione dell’art. 49 della Costituzione, che vuole che i partiti siano effettivamente democratici, che gli iscritti abbiano doveri ma anche diritti da potere esigere anche in sede giurisdizionale, che i loro bilanci siano sottoposti al controllo della Corte dei Conti.

In questo clima di grande sfiducia verso i partiti, non c’è da stupirsi che un po’ ovunque siano cresciute a dismisura le liste fai da te.

Il contesto generale, come si vede, non era dei migliori per un’affermazione del PD. E, nonostante ciò, il risultato siciliano del PD non è per nulla negativo. Ci sono anche molte ombre, ma il PD non ha subito una sconfitta elettorale. Semmai, in alcune realtà, una sconfitta politica. Ad esempio a Palermo. Il candidato adatto per Palermo era Leoluca Orlando, che è certamente un uomo borioso, ma non è un pallone gonfiato come tanti suoi oppositori. È un uomo dotato di cultura e di proiezione nazionale ed europea, che può essere utile a Palermo.

In Sicilia il PD vince al 1° turno in 65 comuni (su 147) e va al ballottaggio in altri 10. Vince a Cefalù, a Raffadali, ad Erice, ad Altofonte, a Campobello di Licata.

A Palermo ottiene il 7,75%, ma ci sono 26 liste e 17 non superano lo sbarramento del 5%. Il PD è il terzo partito, dopo l’Idv (10,24) e il Pdl (8,34). A Niscemi (comune di 26.000 ab.) il PD è il 1° partito con l’11,92%. E qui partecipano al voto 21 liste. A Palagonia, dove c’è la bella vittoria di Salvo Marletta di Sel, il PD ha l’11,9% (è il secondo partito). A Paternò (46.000 ab.) viene eletto il sindaco del PD, Mauro Mangano, e il PD ha il 12,56%, secondo partito della città. A Pozzallo è il 1° partito con l’11,20%. A Scicli il 2° partito col 14%, anche se perde con una coalizione di sinistra.

A Flordia vince con Orazio Scalorino, che era il segretario del PD. Ad Alcamo (43.000 ab.) vince Sebastiano Bonventre del PD, che è il 1° partito con il 19,52%. A Marsala (78.000 ab.) è il 2° partito con il 9,4%. Il 9,38 a Trapani. Non ci sono i grandi numeri, ma bisogna tenere conto della grande presenza di liste civiche che fanno riferimento ai partiti più grandi. La media regionale del PD è del 10,5%. L’UDC è al 7,5%. Il Pdl attorno al 9,8%. Sel al 3,66%. Il confronto si fa anche con gli altri, altrimenti parliamo di numeri che non spiegano nulla.

Il sondaggio Demos pubblicato su La Repubblica di ieri dà, sul piano nazionale, il PD al 27,5%, il Pdl al 17,4, la Lega al 4,6,l’UDC al 7,2, l’IDV all’8,4, Sel al 5,6 e il Movimento 5 Stelle al 16,5.

Può non piacere, ma bisogna farsene una ragione, il PD rappresenta il perno fondamentale per qualsiasi seria alternativa al centrodestra, anche in Sicilia.

 

 

 

Il risveglio delle coscienze di Elio Magnano


“È stato giusto tornare al punto di partenza e il punto di partenza è Portella della Ginestra, il punto di partenza è Corleone, la terra di Placido Rizzotto”. È questa la frase forse più significativa pronunciata a Corleone dal Presidente Napolitano. Mi è dispiaciuto non esserci stato il 24 maggio scorso per partecipare ai funerali di Stato di Placido Rizzotto. Erano, però, presenti molti cittadini lentinesi. Studenti, insegnanti, semplici lavoratori. E c’erano il sindaco di Lentini, Alfio Mangiameli, e il Gonfalone della mia città, amministratori e consiglieri comunali. C’è stata una grande partecipazione popolare, commossa e consapevole. E c’è stata, purtroppo, la nota stonata dell’arcivescovo di Monreale, Salvatore Di Cristina, che ha celebrato la messa senza chiamare al suo fianco, come prevedeva il cerimoniale del Quirinale, don Luigi Ciotti, e senza mai pronunciare, durante l’omelia, la parola <<mafia>>. Né ha voluto ricordare i tanti sindacalisti uccisi dalla mafia del latifondo siciliano, prima e dopo di Rizzotto, perché impegnati a guidare le lotte per la terra ai contadini, per il pane e il lavoro, per la giustizia e la libertà. Capisco perciò l’amarezza di Giuseppe Casarubbea, illustre storico siciliano, nipote di Giuseppe Casarubbea, dirigente sindacale, morto il 22 giugno 1947 durante l’assalto, con armi da fuoco e bombe a mano, alla sezione del PCI di Partinico. <<Quello che doveva essere un evento di Stato, laico e riparatore – scrive Casarubbea – è stato una cerimonia quasi privata, con scarsi riferimenti a ciò che rappresentò Cosa Nostra in quegli anni di piombo e di terrorismo, quando si tentò di bloccare la democrazia con la decapitazione del movimento contadino>>. Non condivido del tutto questo giudizio. Questo evento non si è esaurito con l’omelia dell’arcivescovo di Monreale. I funerali di Stato hanno, comunque, rappresentato l’occasione per una straordinaria mobilitazione di popolo non solo in Sicilia, ma in tutto il Paese.

Essi sono stati preceduti in tanti posti da momenti importanti di riflessione, che si sono intrecciati con il ricordo della strage di Capaci, dell’uccisione di Pio La Torre e Rosario Di Salvo, di Paolo Borsellino e degli uomini delle scorte. Ho avvertito, in queste settimane, un forte risveglio della coscienza civile del Paese, che sta coinvolgendo soprattutto i giovani, e che ci fa ben sperare per il prossimo futuro. Lentini è stata un bell’esempio. Un filo rosso ha tenuto insieme le iniziative di queste settimane: la Targa del Comune in memoria di Placido Rizzotto e di tutte le vittime della mafia del latifondo siciliano; l’incontro degli studenti del Polivalente di Lentini con don Tonio Dell’Olio presidente di Libera International; l’inaugurazione della “Mostra fotografica sulla vita di Pio La Torre” nei locali dell’ex Pescheria; la fiaccolata in ricordo delle vittime della mafia organizzata dalla Chiesa Madre di Lentini, dalla Chiesa Evangelica Battista, dal Comune e da tante altre associazioni cittadine; la deposizione dei fiori ai piedi dell’<<Albero Falcone>> per il XX anniversario della strage di Capaci; la mobilitazione dei giovani e delle scuole in varie occasioni, l’ultima, sabato scorso alla villa Gorgia.

Questo impegno deve proseguire. Dobbiamo trovare occasioni e strutture permanenti per andare più a fondo, per tenere viva la memoria e per capire come sono cambiate le mafie ai giorni nostri. C’è il rischio, come ricordava don Dell’Olio in un’intervista a Sat Sicilia, che noi facciamo la lotta alle mafie con una foto ingiallita delle mafie stesse. C’è, perciò, bisogno di aggiornare la nostra analisi della realtà lentinese per non correre il rischio di apprezzare certi dati (la mancanza di omicidi di mafia) e di sottovalutarne altri, soprattutto ciò che avviene nel mondo economico. Per sconfiggere le mafie non bisogna dimenticare, come insegna Giovanni Falcone, di seguire l’odore dei soldi.

È anche questo il compito di un’antimafia sociale, che vuole non solo sostenere la memoria e l’educazione alla legalità, ma anche conoscere sempre meglio l’avversario da combattere, affinando analisi conoscitive e strumenti di intervento.

 

Gli angeli picciriddi di Elio Magnano

Sabato mattina, stavo scrivendo di Rita Atria, quando ho saputo la notizia dell’orrendo attentato avvenuto nella scuola Morvillo Falcone di Brindisi. Sono rimasto sgomento e senza parole. È difficile immaginare che degli esseri umani possano concepire un delitto così mostruoso. Ho pensato subito alle ragazze colpite, a Melissa Bassi, che ha perso la vita ad appena 16 anni, a Veronica Capodieci, rimasta gravemente ferita, che sta lottando tra la vita e la morte, alle altre studentesse, Selene, Azzurra, Alessandra, Nicoletta, Sabrina, che non sono fortunatamente in pericolo di vita. Ho pensato allo strazio indicibile dei genitori di Melissa, che era la loro unica figlia.

Altro in questo momento non saprei dire. So che di questa tragedia tremenda dovremo parlarne più avanti, appena il dolore e lo sgomento lasceranno spazio ad un minimo di riflessione. E dobbiamo parlarne perché bisognerà trovare la forza e la lucidità per reagire. Perché il terrorismo, qualunque siano la sua matrice e i suoi obiettivi, non deve vincere, né impedirci di pensare a un’Italia migliore.

Di Rita Atria ne voglio, però, scrivere lo stesso. Perché era anche lei una ragazzina innocente, di poco più grande di Melissa, che è stata uccisa, sia pure indirettamente, dalla mafia vent’anni fa.

Rita è nata a Partanna, in provincia di Trapani, il 24 settembre 1974. Apparteneva ad una famiglia mafiosa. Suo padre aveva un ruolo importante nel suo paese; era, come si dice, uno ‘ntisu. Anche il fratello faceva parte di Cosa nostra. Rita sapeva e non sapeva, perché era ancora una bambina e viveva come tutte le bambine. A Partanna, ad un certo punto, scoppia la guerra di mafia. Da una parte, la famiglia degli Ingolia, dall’altra, quella degli Accardo, detti i Cannata. Si contendono il dominio mafioso della valle del Belice. I Cannata sono i più forti, sono gli alleati dei corleonesi. E alla fine vincono loro, lasciando sulle strade di Partanna e dintorni decine di morti, tra il 1987 e il 1991. Tra questi morti c’è don Vito, il padre di Rita. Viene ucciso due giorni dopo il matrimonio di suo figlio Nicola, il quale giura vendetta e va gridando ai quattro venti che punirà gli assassini del padre. Nicola non ha il tempo di fare nulla. Il 24 giugno 1991, due killer armati di fucili a canne mozze irrompono nella sua casa e lo uccidono.

Rita è profondamente colpita dalla morte del fratello, al quale era molto legata. Nel suo diario scrive le sue angosce e le sue sofferenze, con parole disperate che parlano di una vita che non le piace e che le sembra senza via d’uscita. Poi, però, succede qualcosa. Piera, la vedova di suo fratello Nicola, ha cominciato a collaborare con la giustizia. C’è un giudice, il magistrato Paolo Borsellino, che è bravo e le dà sicurezza. Anche Rita decide di collaborare. Non è facile per una ragazzina di 17 anni prendere quella decisione. Ad un certo punto, però, decide di rompere il muro dell’omertà. Il 5 novembre 1991, anziché andare a scuola, prende la corriera e va a Sciacca ad incontrare il giudice Borsellino. “Mi chiamo Rita Atria, dichiara, e mi presento alla Signoria Vostra per fornire notizie e circostanze legate alla morte di mio fratello e all’uccisione di mio padre”. Rita parla e dice un sacco di cose interessanti, perché in quell’ambiente, l’ambiente di cosa nostra, c’è nata e cresciuta. Sono molti i mafiosi di Partanna che vanno a finire in galera.

Paolo Borsellino fa trasferire Rita a Roma assieme alla cognata Piera, inserendola in un programma di protezione. Qui non si sente a suo agio. Rita non si è mai mossa da Partanna e si sente spaesata in una grande città come Roma. E, soprattutto, si sente sola. Avrebbe bisogno di sua madre, ma sua madre per lei non c’è, di quella figlia che sta parlando con gli sbirri non ne vuole sapere. Anzi ha addirittura denunciato il giudice Borsellino per sottrazione di minore.

“L’unica speranza è non arrendersi mai”, scrive ancora Rita nel suo diario. Testimonia nei vari processi che man mano vengono celebrati, sostenuta dal grande affetto del giudice Borsellino, con il quale si crea un legame fortissimo.

Poi succede il dramma. Il 23 maggio 1992 c’è la strage di Capaci in cui muoiono il giudice Falcone, la moglie Francesca Morvillo (a lei è intitolata la scuola di Brindisi) e gli uomini della sua scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Il 19 luglio, 55 giorni dopo, vengono uccisi anche Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu Antonino Vullo). Rita apprende la notizia dalla televisione. Rimane impietrita. Per lei Paolo Borsellino era diventato come un padre. Lo scrive anche nel suo diario: “Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita”. Il 26 maggio 1992 Rita Atria si uccide, gettandosi dal settimo piano di un palazzo rosa che si trova a Roma in via Amelia. Qualche tempo dopo, a Partanna, la madre prende un martello e fracassa la lapide sulla sua tomba.

È la mafia, è l’ombra di Cosa nostra che arriva dappertutto, anche nelle famiglie, anche nei rapporti tra una madre e una figlia.

La storia di questa coraggiosa ragazza è stata magistralmente raccontata da Marco Amenta nel suo film del 2009, La Siciliana ribelle, che merita di essere visto e discusso.

Bisognerà trovare il modo più appropriato di ricordare, il 26 luglio 2012, la morte di questa straordinaria ragazza siciliana, che ha saputo ribellarsi alla mafia e alle sue regole inumane.