Posts from the ‘Motta’ Category

“Bella Italia, amate sponde …” di Filippo Motta


 

Ieri abbiamo persino battuto gli inglesi ( con il pallone, però!): cosa possiamo chiedere di più? Ci fosse un altro Vincenzo Monti, altrettanto fine rimatore e abile doppiogiochista, potrebbe poetare declamando le lodi dell’imperituro Bel Paese.

Oppure, consolando gli inglesi, si potrebbe ricorrere ad un nuovo Skakespeare che, nonostante … “la tempesta “… in cui l’Italia si trova, faccia rinnovellare per noi le parole di Miranda: “ Oh mirabile e ignoto mondo che possiedi abitanti così piacevoli!”

Gli occhi d’artista possono fare miracoli. Agli altri comuni mortali tocca invece guardare a fatti e cose con prosaico realismo.

Ed ecco allora succedersi le immagini rimandate dalle news dei media, dalle quali emerge un Paese che non riesce a smaltire tutta la spazzatura, a far funzionare decentemente le ferrovie, a completare la Salerno – Reggio Calabria, a organizzare il sistema sanitario senza truffe e ruberie.

Un Paese pieno di debiti, che continua a spendere dissennatamente per mantenere partiti che non sono democratici nella loro organizzazione interna,  che usano senza reali controlli soldi pubblici ricevuti come “rimborso spese” nonostante un referendum abbia negato il finanziamento pubblico ai partiti, che nelle regioni continua ad assumere dirigenti e a pagare “ambasciate” all’estero, e che quando deve risparmiare trova il modo di tagliare i fondi ai servizi essenziali.

Un Paese dove i profitti sono organizzati secondo il modo di produzione capitalista, cioè a vantaggio di pochi, mentre le perdite vengono distribuite secondo il modo di redistribuzione socialista, cioè pagano tutti quelli a reddito fisso.

Un Paese a democrazia parlamentare, dove il Parlamento non elegge il governo e può solo traccheggiare per far finta di condizionarlo; dove una ministra prima piange come una sensibile vergine in fiore, poi si mette a fare la maschilista con i modi tipici del peggior “machismo”; dove di sufficientemente democratico sono rimasti soltanto i sindacati e una buona parte dei sindaci comunali, mentre a comandare davvero sono banchieri, funzionari ministeriali e corporazioni.

Ma è il nostro Paese, e lo amiamo comunque, come si amano la mamma e i nonni, arrivando persino a scherzare sui loro difetti. Infatti, i leader politici più in voga sono quelli che fanno ridere, e quelli che più facilmente ci ricordano la nostra infanzia. Ogni tanto si brontola o si alza la voce, ma più che altro per animare i dibattiti o per dimostrare che si esiste.

Se questo è il “mondo nuovo”, è molto simile al “Brave New World” descritto da Huxley, dove il controllo mentale dei cittadini è assicurato attraverso reti televisive e giornali quasi tutti in mano ai peggiori imprenditori e finanzieri in circolazione.

A volte sembra appunto di vivere dentro un romanzo di fantascienza di genere distopico, tante sono le cose orrende cui siamo  ormai assuefatti.

Chi è cresciuto con l’idea di giustizia piantata nella coscienza è costretto ad assistere ad un uso talora spregiudicato del diritto-dovere di indagare sui reati, con indagini cha partono in modo clamoroso (e tutt’altro che riservato) per poi finire via via per assottigliarsi come la coda di un topo, e non di rado concludersi con un nulla di fatto che però non ripaga mai chi si è visto infamato per anni da accuse ingiuste.

Chi è cresciuto con l’idea che la Chiesa sia espressione – vera o presunta – del divino, è costretto ad assistere a vicende vaticane che sembrano far riemergere peccati e intrighi dei secoli più bui.

Chi è cresciuto con l’idea della politica come impegno civico alimentato da una ispirazione  a valori diversi ma non contrapposti alla morale, con l’idea dell’azione politica come prefigurazione del fine nel mezzo, è costretto ad assistere ad un dibattito politico miserevole , a gesti politici finalizzati alla personalizzazione del fine, alla strumentalizzazione del mezzo.

Eppure, chi è cresciuto con l’idea che l’umanità, tra prove ed errori, tra progressi ed arretramenti, ha sempre finito con il fare dei passi avanti e così continuerà a fare, chi è cresciuto contestando il pessimismo paralizzante di conservatori e tradizionalisti, sicuramente saprà scorgere i segni positivi che possono far pensare a tempi migliori, se riescono ad unirsi le energie di chi ha esperienza e di chi ha entusiasmo.

… “Amate sponde”…, quest’estate il mare è un poco più  sporco; ma lo ripuliremo; siamo pieni di debiti ma, in fondo, le “cambiali” le hanno inventate gli italiani già tanti secoli fa … e a ottobre, forse, si potrà dare un primo colpo alla botte con le elezioni in Sicilia. Bisogna provarci.

 

 

Annunci

Stramaledetta Università, di Filippo Motta


Con gli esami di stato – la vecchia “maturità” –  si compie per ogni giovane studente un ciclo non solo di studi, ma autenticamente esistenziale; il che giustifica la persistenza del “timore e tremore” nell’affrontare l’evento, peraltro sempre più legato ad aspettative prevedibili.

La informatizzazione di parte delle  procedure dovrebbe ridurre alcuni costi e consentire una migliore valutabilità dei risultati, ma certo non ridurrà l’ansia degli esaminandi; soprattutto, non porterà alcun contributo ad un sistema scolastico che non riesce più, tra vecchie modalità e innovazioni da “prove Invalsi”, a mostrare una chiara identità.

Dopo un lungo periodo di “sperimentazioni dal basso”, talora eccellenti talaltra confuse, la scuola italiana ha conosciuto – e ancora ne geme –  un altrettanto lungo periodo in cui ogni governo ed ogni ministro della P.I. ha tentato di fare la “sua” riforma, naturalmente sempre con tanto di dispregio per il famigerato Gentile, come vuole la “correttezza” politica, doverosa quanto banale.

I tentativi di riformare la scuola primaria e secondaria, tra alti e bassi nonché tra avanti e indietro, sembrano aver temporaneamente esaurito la carica della coazione a ripetere, che adesso ha preso di mira il sistema universitario.

Non che il sistema universitario non avesse e non abbia bisogno di interventi correttivi anche energici, ma la sensazione del basito cittadino medio è che si giochino soprattutto partite finalizzate ad equilibri di potere, e che –per esempio – aumentare il potere dei Magnifici Rettori c’entri ben poco con la Strategia di Lisbona e con la rincorsa alla “società della conoscenza”.

Da quando il primo ominide scoprì che si poteva scheggiare e appuntire alcune pietre ( ricordate l’affascinante incipit di 2001- Odissea nello spazio?) , e  con quelle pietre colpire, scolpire e rompere ( lo stesso ominide o un altro? La questione potrebbe essere interessante), la conoscenza ha determinato sviluppo e ricchezza,  vittorie militari e progresso civile, nascita o tramonto di civiltà.

In proposito, all’interno del campo della conoscenza sono stati sempre fondamentali i corretti equilibri tra cultura in senso lato e ricerca scientifica, tra fenomenologia dei valori innovazione tecnologica, tra la produzione della conoscenza e la sua traduzione nei processi produttivi: quando questi equilibri si rompono, un “sistema” può facilmente scivolare nella stagnazione economica o nella scelta della utilizzazione dei forni crematori per cancellare una razza “inferiore”.

Di tutto ciò i governi italiani – con una continuità tra governi diversi, compreso il governo dei professori, che meriterebbe ben altri campi d’applicazione – si sono molto spesso mostrati ignari o noncuranti : basti riflettere sul fatto che l’Italia finanzia la ricerca europea in proporzione al PIL, come è d’obbligo, e riottiene finanziamenti dall’Europa in ragione del numero dichiarato di ricercatori, come è giusto; risultato? Per ottenere equilibrio tra ciò che l’Italia versa e ciò che ottiene, ogni ricercatore italiano dovrebbe vedersi assegnato mediamente il doppio dei finanziamenti ottenuti dai colleghi francesi o tedeschi (v. A. Bellelli L’Italia e i fondi europei per la ricerca,  Return on Academic ReSearch, V/2012, http://www.roars.it/online).

La spesa per la ricerca scientifica rappresenta però solo uno degli aspetti della malattia cronica dell’Università italiana: un sistema dei concorsi che era e rimane altalenante tra controproducenti rigidità  ( nell’ostacolare il rapporto maestro/allievo) ed  eccessiva “elasticità” ( nel consentire episodi di clientelismo e familismo); una persistente difficoltà nel “misurare” la produttività dei ricercatori ( quando produttivi sono) tra criteri quantitativi e criteri qualitativi; un sistema delle relazioni interne e dei processi decisionali che continua a rimanere ispirato più alle liturgie feudali che alle procedure democratiche; gravi carenze nella offerta e organizzazione dei servizi e nella didattica a sostegno degli studenti.

Le proposte e le indicazioni correttive non mancano: un recente volumetto, piccolo ma ricco, del prof. Coniglione, dell’Università di Catania (F. Coniglione, Maledetta Università – Fantasie e realtà sul sistema della ricerca in Italia, di girolamo editore, 2011) ha mostrato con dovizia di dati come il confronto con celebrate università straniere, a dispetto della differenza di mezzi, sia tutt’altro che mortificante per i centri di ricerca e per i ricercatori italiani; e come “…basterebbero alcuni azzeccati e chirurgici interventi per rimettere il malato in piedi e avviare un processo di progressiva guarigione”.

In realtà, una perdurante opinione alimentata da settori non innocenti considera l’Università un aggregato di inefficienze e di incompetenze, con l’evidente obiettivo di voler dirottare investimenti pubblici e privati sulle Università private, così come è già stato fatto con successo nei riguardi di scuole primarie e secondarie private.

E come in ogni bella torta, è prevista anche la ciliegina, ovvero l’abolizione del valore legale del titolo di studio; insomma: se hai studiato alla Bocconi, un giorno potrai anche fare il Primo Ministro; ma se hai studiato in una facoltà del profondo sud, al più potrai fare il volontario in Africa.

Intanto, diminuiti i finanziamenti e scoraggiata la ricerca, i vecchi e nuovi studenti universitari dovranno misurarsi con  la mancanza di professionalità di alcuni docenti che si rendono “irraggiungibili”, con aule sovraffollate o improvvisate, con ambienti inadeguati, con mense a rischio infezioni, con sedute d’esame  che saltano per improvvise quanto lunghe assenze ingiustificate, con orari di lezioni strampalati o non coordinati, con 3 + 2 pasticciati e controproducenti, con la lampante incostituzionalità del “numero chiuso”  di alcune facoltà, buono tuttavia a far fiorire il mercato delle preparazioni.  Ovviamente, private.

Non stupisce, in questo contesto, come IL “XIV Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati”,  a cura di Andrea Cammelli, abbia rilevato che tra il 2004 e il 2008 l’Italia si è caratterizzata per  una riduzione della quota di occupati nelle professioni ad alta specializzazione, diversamente rispetto alla media  dei paesi dell’Unione Europea. Un comportamento in controtendenza  che dal corso della crisi non poteva che essere accentuato.

Per cui, la preparazione alle professioni e alle funzioni direttive rimane sostanzialmente elitaria e quantitativamente inferiore alla media EU ed alle esigenze del Paese, in quanto affidata non già ad un processo formativo organicamente sistemico, quanto piuttosto a margini ancora larghi di influenza dei meccanismi familistici, clientelari, cooptativi.

Eppure proprio in periodi di crisi bisognerebbe aiutare i giovani investendo in istruzione, ricerca, innovazione e cultura; proprio a causa della crisi, e per la corretta comprensione storico-economica delle sua cause, bisognerebbe abbandonare i metodi strettamente monetaristici e valorizzare la scuola e l’Università come settore strategico per la produzione del capitale umano.

La deriva monetaristica, causata e aggravata dalle banche e dalla grande finanza speculativa, sta spogliando il reddito dipendente e riducendo il mondo a spread, la scuola a edifici da accorpare o eliminare, la società a titolari di tasse da pagare.

La “società della conoscenza” è appena un fantasma, la cui maschera serve appena a riprodurre forza lavoro intellettuale dequalificata, privata sempre più del valore intrinseco alla ricerca ed al sapere, verso un nuovo Fahrenheit 451.

Speriamo che la fantascienza rimanga nel suo territorio così prossimo, seppur alternativo,  alla poesia; e che un nuovo Ray Bradbury non debba raccontarci di esseri  umani, sopravvissuti alla scomparsa delle stramaledette Università, costretti a condurre un’epica lotta per salvare i libri dalla furia iconoclasta di un potere ottuso. In fondo, anche Bradbury è morto tranquillo e benestante nel suo letto alla bella età di 91 anni. Coraggio, ragazzi: fate gli esami e partite anche voi per questa bella avventura che è l’Università. Per chi è scoraggiato, sono disposto a far cambio …

AAA cercasi… di Filippo Motta


– Cercasi compagnia assicurativa che dia davvero il rimborso a chi ha assicurato la casa contro i terremoti. Si assicura la massima discrezione.

– Cercansi banchieri, super tecnici e super pagati, per dirigere scuole, ospedali, tribunali, ferrovie, partiti, autostrade, associazioni di tempo libero, case di riposo, squadre di calcio, Autorità di Controllo e “porcellini di risparmio” dei bambini. Fallimenti e debiti sono considerati titoli positivi aggiuntivi solo se sono stati mantenuti segreti.

– Cercasi spirito santo, con adeguato curriculum vitae e certificazione miracoli, per illuminare le stanze delle sedi pontificie.

– Cercansi Tecnici idonei a selezionare Tecnici che nominino altri Tecnici che aiutino il governo italiano dei Tecnici a rispondere ai bisogni della Nazione. Si assicurano adeguati compensi.

– Cercansi giurati volontari per concorso nazionale “ Il Peggior Ministro dell’Anno”. Si avverte che, per manifesta superiorità, è escluso dal concorso il ministro Profumo.

– Cercasi psicanalista serio, referenziato, per aiutare il ministro italiano dello Sviluppo a capire quale sia il suo ruolo e la sua identità dentro la compagine di governo.

– Cercansi banchieri che danno prestiti invece che chiederli. No perditempo.

– Cercasi barboncino smarrito, testolina tutta bianca, abbandonato dai Poteri Forti. Rivolgersi Università Bocconi, Milano.

– Cercasi usuraio professionista, carriera documentata, di qualunque nazionalità ma preferibilmente tedesco,  in grado di rimettere a posto i conti di Stato in difficoltà per debiti. Inviare dettagliato curriculum ad ambasciata greca.

– Cercasi affiatata e ben addestrata squadra di colombe per scacciare corvi appollaiati sugli edifici. Spedire documentazione con foto a Stato del Vaticano.

– Cercansi magistrati in grado di prevedere l’arrivo di terremoti; inviare dettagliato c.v. a procura di L’Aquila insieme  alla foto  delle sfere di cristallo in uso.

– Cercasi Primario disposto a non partecipare a Primarie politiche; banchiere disposto a non esigere commissioni anche sulla libertà di parola; Professore disposto a non dare lezioni a tutti; politico disposto ad andare in vacanza solo con soldi propri; membro della “società civile” disposto a non considerare “società incivile” il resto del mondo. Adesioni e offerte presso le segreterie dei partiti.

– Cercasi spiaggia, possibilmente in Normandia o in Sicilia, per nuovo sbarco americano contro occupazione tedesca dell’Euro; inviare foto a banche spagnole, fresche beneficiarie di maxiprestito grazie alle pressioni di Obama.

– Cercansi nuclearisti convinti, in vista di consultazioni sulla scelta di zone non sismiche in Italia per centrali nucleari di penultima generazione. Inviare candidature ad ambasciata giapponese.

– Cercasi calciatore non scommettitore per completare la squadra “Angioletti del Paradiso”; Selezionatore Unico San Siro; Commissario Tecnico San Nicola di Bari.

– Cercasi magistrato disposto a riconoscere che la legge è uguale per tutti, anche per i magistrati. Non si accettano dichiarazioni anonime.

– Cercasi sorriso sereno e genuino; è stato perduto in seguito ad attentati, omicidi, femminicidi, morti sul lavoro, precarietà e disoccupazione; è stato intravisto, smarrito, tra ingiunzioni per tasse arretrate e nuovi balzelli. Sembra si aggiri ancora nei pressi delle case più sfortunate, dove vorrebbe portare un po’ di conforto. Si invita accoratamente chi ancora ne possiede uno a non farselo rubare, a sorvegliarlo e alimentarlo, a darne una parte a chi non ce l’ha più.

La politica come professione, la professione come antipolitica. Di Filippo Motta


Qualche giorno fa, nell’imminenza del terremoto in Emilia-Romagna, il Presidente Napolitano profferiva con autorevole prontezza parole di responsabile solidarietà assicurando il sostegno di tutta la nazione alle popolazioni colpite dal sisma; pressappoco nelle stesse ore, il Primo Ministro Monti conquistava le prime pagine dei giornali chiedendosi se non fosse meglio sospendere per due o tre anni il campionato di calcio: un esempio da manuale della differenza tra un “politico di professione” e un “tecnico”.

Il primo, con una lunga e immacolata storia di uomo impegnato nelle travagliate vicende partitiche e politiche di un popolo da cui ha avuto, direttamente o indirettamente, libero consenso; il secondo, aduso ai calcoli finanziari e alle beghe universitarie; il primo, capace con poche parole di dare il senso dell’unità di una collettività pur nelle differenze; l’altro, capace con poche parole di far ridere mezzo mondo persino in un momento di difficoltà e di lutti nazionali.

Per esaltare l’importanza dei “tecnici” in politica, bisogna che della politica si abbia una scarsissima considerazione; che può essere comprensibile al cospetto di certe facce , ma non è giustificabile né può essere produttiva.

Sarà bene che ce ne ricordiamo soprattutto noi siciliani visto che, a quanto pare, saremo presto chiamati a votare per il nostro nuovo parlamentino.

La politica regionale non  è certo uno di quei temi che, specialmente di questi tempi, sia in grado di suscitare l’appassionato interesse delle masse; benché possa essere considerata di grande utilità scientifica per spiegare alcuni termini della sociologia politica: clientelismo, correntismo, trasformismo, opportunismo, frazionismo, pressappochismo, “ concorsismo” ( inteso come concorso esterno con associazione mafiosa).

Eppure … eppure, che utilità ne verrà al popolo siciliano se andranno a votare solo gli innumerevoli e ben pagati impiegati regionali ( di per sé brave persone, naturalmente), o i clienti di “politici” di malaffare, o gli affiliati a chioschi di bibite e bocciofile di quartiere malfamato?

“Nessun dorma!”, e nessuno finga di tirarsi fuori sdegnato o indignato, perché in realtà chi non contribuirà a scegliere bene, di fatto contribuirà a scegliere male.

E non si ceda alla dilagante moda della confusione nei concetti e nelle espressioni, perché la politica  può essere realizzata da buoni o da cattivi politici, ma non da “tecnici” più o meno finti né da profittatori e pescatorbidi travestiti da “società civile”.

“Politico”  può essere soltanto chi, ai vari livelli, è in grado di emergere nel contrasto dialettico e nella rappresentanza con mezzi corretti,  esercitando una leadership liberamente riconosciuta: una parte significativa della collettività gli affida il compito di sostenere particolari interessi (legittimi, si spera), e di conciliarli sinteticamente con  altri, traducendoli in capacità di programmare, agire, realizzare,  e promuovere bene collettivo.

Il “tecnico” e “l’intellettuale” sono strutturalmente diversi dal politico: essi privilegiano il procedimento logico dell’analisi deduttiva, piuttosto che quello della sintesi induttiva; cercano, se va bene e sono onesti, la verità e la realtà assoluta, laddove il politico lavora per il possibile e il sostenibile, per il passo in avanti.

Il “politico”, per emergere come tale, deve essersi speso per ore e per giorni e per anni nella specifica palestra costituita dal posto di lavoro o dal luogo di confronto, dovrà aver consolidato le competenze  esercitando  le arti della persuasione, della cautela, della comprensione, dell’ascolto.

Sia chiaro, però: smascherare e combattere gli elettori corrotti; quelli che cercano prima ancora che i politici corrotti, bisogna come e a chi vendersi per un piatto di lenticchie, quelli che cercano licenze di costruzione in terreni inadatti, quelli che cercano privilegi, quelli che …

Insomma, come diceva il buon vecchio Max Weber, dal quale mi sono permesso di prendere qualche spunto (Marx e Machiavelli non si possono citare più: questione di moda), è fondamentale che i “leader” si formino all’interno del dibattito politico, che siano esperti nella loro professione al servizio della “polis”, che siano animati da una vocazione e da un’etica della responsabilità, di cui devono rendere conto agli elettori.

Pertanto, nulla toglie che un tecnico o un intellettuale sappiano trasformarsi e/o adattarsi; ma in tal caso sono, ormai, diventati “politici” a tutti gli effetti, perché l’etica della responsabilità deve aver preso il posto dell’etica dell’intenzione pura, e dovranno conciliare coerenza ed elasticità.

Non è “l’etica dell’intenzione” di intellettuali e tecnici che può dare un reale contributo alla gestione della politica, né regionale né nazionale: i primi finiranno col concludere ben poco, oppure con l’ inventarsi “premi al più bravo dell’anno” per migliorare la scuola italiana, o stupidaggini consimili; i secondi, ragionando con la calcolatrice in mano, non si renderanno nemmeno conto che il “corpo sociale” non può essere trattato come il bilancio di una finanziaria.

Infatti, con il governo italiano succube dei banchieri tedeschi siamo già alle comiche finali: da Obama, da Hollande, e persino dal Corriere della Sera, portavoce di Bocconi-Mediobanca,  vengono critiche e rampogne sempre più serrate alla Germania e alla politica fiscale di Monti & C., basate su un concetto semplicissimo comune persino agli usurai: se ammazzi il debitore, non avrai più niente da riscuotere; se mandi in miseria il lavoro dipendente, il gettito fiscale cala.

E Monti, non sapendo più dove tagliare reddito, si spinge a … proporre di chiudere il campionato di calcio! Berlusconi, poverino!, per non perdere un’altra premiership oltre quella di governo, ha dovuto affrettarsi a proporre di … stampare euro in Italia.

Grillo, attento! Qua ti fanno fuori a colpi di battute!

E venne il giorno del grande annuncio…, di Filippo Motta

E venne il giorno del grande annuncio…

Monti e il suo governo, di tedeschi se ne intendono. Tanto che hanno persino voluto, in una delle loro “performances” di tecnici esperti, imitare il grande Nietzsche; in “Also sprach Zarathustra” ( “Così parlò Zarathustra”, per gli incolti e gli inesperti che ancora non parlano correntemente il tedesco), il Profeta – dopo avere tanto meditato sopra un “pizzo” di montagna – si risolve infine a ridiscendere tra i mortali, addirittura nel mercato, per dare agli umani il “grande annuncio” che doveva portare alla comprensione della “questione capitale”: in grossolana ma rapida sintesi, il presente e il futuro dell’umanità.

In quel caso, il zoroastriano se la prendeva con Dio e gli gufava contro, dicendo a tutti che era “morto” anche se nessuno se ne accorgeva; vabbè, fatti suoi.

I Nostri invece, che sono profeti zoroastriani del prendere e del dare ( in verità, più del prendere che del dare), in un colpo solo hanno dato l’annuncio di come risolvere il problema dello Sviluppo Economico, il problema del Futuro dei Giovani Italiani, e il problema dell’Efficienza della Scuola.

Di quella italiana, per cominciare; ma se il mondo ci imiterà, i Tecnici al governo sicuramente si offriranno generosamente a tutto il pianeta ( naturalmente, dietro adeguato compenso).

Ebbene: qual è allora il provvedimento che salverà economia e cultura, giovani e vecchi, scuola e mercato, capre e cavoli? Il premio al miglior alunno dell’anno!

La terra ha tremato, dopo l’annuncio, muta pensando allo sforzo che deve aver compiuto la squadra di governo per elaborare l’idea fatale.

Come hanno potuto, altri, pensare che si migliora la scuola creando per tutti le condizioni economiche e sociali per studiare serenamente e proficuamente?

Come hanno potuto affermare che bisogna migliorare il sistema di selezione, reclutamento e formazione in servizio dei docenti per avere una scuola decorosamente efficace? E come sarà venuto in mente a qualche sprovveduto che per avere efficienza ci vuole efficacia, e cioè un sistema moderno di valutazioni e verifiche del lavoro svolto dagli operatori scolastici tutti, dal personale ausiliario ai dirigenti scolastici?

Il premio al migliore alunno dell’anno! Ecco cosa consentirà di motivare i giovani, di dar loro una speranza e il piacere di imparare ed essere culturalmente autonomi, di formare competenze solide e aggiornate.

E con quella borsetta di studio, il giovane premiato potrà percorrere i sentieri del futuro come i pagani beati saggiavano con sereni passi i giardini dei Campi Elisi, cittadino modello e solidale, di esempio a tutti gli altri attardati alle sue spalle.

Diciamo la verità: qualunque altro governo, dopo un annuncio simile, sarebbe stato azzannato alla gola, giustamente, da singoli e da gruppi, da associazioni e da partiti, da indignati e da moralisti; ma questo governo si nasconde dietro il Presidente Napolitano, e quindi…; e poi, questo governo ci ha consentito di non avere più Berlusconi, e quindi …; e poi, questo governo ci ha consentito di non correre il “pericolo” di elezioni, e quindi …

Del resto, dopo l’annuncio di una riforma delle pensioni che ha provocato il disgraziato fenomeno degli “esodati”; dopo la tassa sulle disgrazie e sull’ingresso nelle piccole isole; dopo una lotta all’evasione fiscale fatta con sceneggiate teatrali per giustificare l’assalto ai pensionati, ai malati, e ai redditi dei lavoratori; dopo l’annuncio che bisogna poter licenziare tutti i dipendenti statali ( tranne quei magistrati che litigano tra di loro per accaparrarsi le inchieste più importanti, e poi non risolvere niente o far scadere i termini di detenzione di criminali e mafiosi), cosa ci si poteva aspettare?

Molti hanno tardato a riconoscere tempestivamente la vera natura di questo governo, e qualcuno ancora si attarda in tatticismi e “alleanzite” cronica e perniciosa; c’è anche chi prende in considerazione persino “ciuffettino” Montezemolo in attesa spasmodica che la Ferrari vinca una corsa per candidarsi a Primo Ministro.

Ci volevano le elezioni francesi per ricordare cosa significa “essere di sinistra”, e che ancora un significato c’è, al di là di ogni trasformismo e camuffamento.

Rispetto per tutti, ma ci sono valori che non si possono barattare, e sono i valori fondanti della democrazia libertaria e liberale e del socialismo: la tensione verso l’uguaglianza delle opportunità, la giustizia sociale, i diritti inviolabili del cittadino e i suoi doveri sono gran parte della nostra identità nazionale, codificata nella Costituzione.

Non si può, in virtù delle tattiche parlamentari e delle presunte convenienze partitiche, lasciar completare impunemente l’opera di corruzione morale dei nostri giovani incentivando l’arrivismo personale mentre gli edifici e gli operatori scolastici vengono abbandonati a se stessi, all’incuria e all’inefficienza in nome di presunti risparmi, che spesso tali non sono.

Già per i nostri giovani sono tempi difficili: tra famiglie anomiche, governanti pomicioni e “strafallari”, vescovi e onorevoli che rubano, magistrati che si riempiono la bocca con Falcone e Borsellino ma in realtà mirano a fare i politici, politici che prima affondano Cuffaro e poi vanno a braccetto con Lombardo, non è facile accompagnare positivamente i loro processi di crescita e formazione.

Se poi viene creata attorno a loro, con tecnica esperta, una “società della paura”, la situazione si aggrava ulteriormente: da qualche tempo, non passa giorno che vertici della polizia e della politica non ci avvertano  – loro, a noi! –  che in giro ci sono presunti anarchici assetati di sangue; che organi di stampa non amplifichino sapientemente il contenuto di volantini con stelle o strisce di nuovo o vecchio conio; che attentati e attentatori imprevedibili e imprendibili non provvedano a seminare insicurezza.

Del resto, con un governo che si deve scusare con Berlusconi ogni volta che dice una parola in più, ed è sostanzialmente appeso solo al sopracciglio del Presidente Napolitano, l’insicurezza non può che tendere a diventare sistemica.

Forse è ora che i veri uomini politici di razza, e ancora ce n’è qualcuno in grado di essere una guida per il Paese, la smettano di trastullarsi con i “grillini” e di inginocchiarsi alla Merkel, e consegnino all’elettorato una proposta chiara e forte sulla quale chiedere il consenso.

Semplicemente.

La Sicilia che fu, e quella che verrà. di Filippo Motta


Poco più di sessant’anni fa, sotto l’urto della guerra, dello sbarco angloamericano e della caduta del fascismo, in Sicilia molti contadini e qualche intellettuale ritrovavano la forza e la voglia di alzare la voce contro chi rubava con mani sporche di sangue nel piatto dei poveri.

I decreti Gullo del ’44, con la concessione ai contadini delle terre incolte dei latifondisti, avevano invaso con aria fresca e nuova la morta gora del mondo agricolo, e i contadini ne respiravano a pieni polmoni, occupando le terre laddove la legge non veniva applicata.

Renato Guttuso iniziava allora la sua luminosa carriera di artista con dipinti che già nel titolo disegnavano la consapevolezza di un mondo nuovo: “Contadino che zappa” (1947), “Bracciante siciliano” (1949)”, “Occupazione delle terre” (esposto alla Biennale di Venezia nel 1950); Elio Vittorini preparava il suo “Uomini e no”, probabilmente designabile come il primo romanzo della Resistenza; Salvatore Quasimodo evocava un quadro drammatico della sua “Terra impareggiabile” con “ La vita non è sogno” e “Lamento per il Sud).

Placido Rizzotto, Epifanio Li Puma, Salvatore Carnevale, Pio La Torre, insieme ad altri giovani sindacalisti, socialisti e comunisti misero la forza della loro coscienza civile al servizio delle istanze dei più poveri; ma nel 1948 si affermano nuovi scenari: in Aprile la Democrazia Cristiana stravince le elezioni, e De Gasperi manda la sinistra all’opposizione, ricominciando a interpretare i problemi sociali in termini di “ordine pubblico” con il valido ausilio della “Celere” istituita dal siculo Scelba; Gullo non è più ministro, ed è stato sostituito dal ricco latifondista sardo Antonio Segni; e dopo le prove generali di Portella della Ginestra, replica sofisticata della strage di Palermo del ’44, Li Puma e Rizzotto vengono uccisi per mano mafiosa. Carnevale e La Torre seguiranno più tardi.

Mafia e miseria riprendono ad accompagnare la vita quotidiana del popolo siciliano, ad affaticare il suo respiro, ad inquinare i suoi progressi.

Vent’anni fa, ancora e sempre altri delitti. La mafia non è più, prevalentemente, quella dei latifondi; e nemmeno quella del sacco edilizio degli anni ’60-’80, perché appalti e investimenti richiedono ormai diversificazione, mentre la grande nuova è la droga: leggera, impalpabile, desiderata dai deboli, crudele come una metafora sadomasochista; ma soprattutto, capace di conferire un inimitabile valore aggiunto all’investimento iniziale.

Due magistrati capiscono che il tradizionale metodo investigativo non è funzionale allo smantellamento della mafia; che la mafia è una struttura organizzata, con una “cupola” di comando; che la mafia non si combatte con la retorica dell’educazione morale e con la chiamata alle armi di inermi cittadini e di bambini delle elementari, ma con l’attacco scientifico agli interessi economici, al possesso di beni, alle interazioni finanziarie.

I due magistrati ottengono clamorosi successi sul piano investigativo e processuale, non altrettanti sul piano dei riconoscimenti da parte dello Stato. Chi non c’era, o chi non ricorda, può andare a rileggere i principali quotidiani dell’epoca per rendersi conto delle critiche velenose, dei distinguo ponziopilateschi, delle ironie “Ben-Altriste”, degli ostacoli alla carriera e al lavoro di cui Falcone e Borsellino vennero fatti segno anche da parte di politici insospettabili, di eccelsi giornalisti e di alcuni settori della Magistratura.

Infine, debitamente isolati ed emarginati, andarono a mischiare le loro ceneri con quelle di Rizzotto, Li Puma, La Torre, Dalla Chiesa e tanti altri.

Sono passati vent’anni, e ancora i polsi fremono di sdegno e collera impotente, onusto l’animo di vergogna per l’ignominia che ancora infanga la nostra terra e la nostra gente.

Sono passati vent’anni, ma non invano; altri magistrati, altri poliziotti, altri carabinieri hanno continuato la lotta, spesso accompagnati dalla complice mobilitazione della scuola e della società civile. E soccorre la consapevolezza che molta strada utile è stata percorsa, certamente più di quella che ancora manca; per cui, ricordare oggi Rizzotto, Falcone e Borsellino non serve a pletoriche celebrazioni, bensì a trarre nuove energie per continuare, e per trasmettere alle nuove generazioni la trama ed il senso di una battaglia che conferisce onore all’individuo e al popolo che ne regga l’impegno.

La Sicilia che verrà, purtroppo, non sarà certo nobilitata dalle nuove elezioni che si preannunciano: troppe infamie, troppi saccheggi, troppi errori sono stati commessi in nome dell’autonomia siciliana, e ne paghiamo tutti il prezzo.

Ma è importante che, anche attraverso nuove elezioni oltre che in tutte le forme in cui sia possibile la testimonianza , le nuove generazioni vogliano e sappiano unirsi a chi ha contribuito in qualsiasi modo ed entità a salvaguardare la dignità dei lavoratori e del popolo siciliano, a consolidare la memoria dei sacrifici compiuti, a porre le condizioni per poter gridare: la Sicilia siamo noi!

Ho fatto un sogno psicopatologico … di Filippo Motta


Ho fatto un sogno. Un terribile sogno; tutt’altro che quello di Martin Luther King. Uno di quei sogni che, al risveglio, si vorrebbe non aver mai fatto.

Era dunque in procinto di esplodere la terza guerra mondiale, ma nessuno sembrava accorgersene e tutti continuavano ad affaccendarsi nelle usate beghe di cortile, mostrando quel particolar modo di essere “distratto”, tipico di chi non vuol vedere.

La Germania, con l’appoggio della Francia collaborazionista di Sarkozy, aveva invaso la Polonia e l’Olanda, aveva strangolato la Grecia, e aveva messo il guinzaglio all’Italietta. Il tutto senza un colpo di cannone, solo con la potenza di fuoco delle banche e dell’alta finanza.

A mettere in subbuglio l’Africa ci aveva già pensato napoleone il piccolo, desideroso di regalare all’ultimo dei suoi pargoli un bel mucchietto di pozzi di petrolio fregati all’ENI.

Ma siccome la storia a volte si ripresenta secondo gli stessi automatismi, mai però con le stesse forme, questa volta non il Giappone stava per invadere la Cina, bensì quest’ultima portava il “sol dell’avvenire” nel Paese del Sol Levante.

Nel frattempo, Israele e Iran si scambiavano bombe atomiche con disastri irrecuperabili per decine di decenni.

In Italia, un governo composto da membri semisegreti della Commissione Trilateral, economisti e usurai provenienti dalle peggiori banche d’affari internazionali, ingenui e sprovveduti studiosi pescati nel sottobosco delle commissioni di studio dei partiti e promossi ministri o sottosegretari, mascherava i tributi forzati alla Germania rinnovando la strategia della tensione: senza bombe, ma con continui sms nei telefonini della popolazione che veniva minacciata di “finire come la Grecia” e di gravi tragedie se non accettava di pagare i tributi.

Naturalmente, i “doverosi” tributi venivano chiesti a chi li pagava già e a chi non si poteva sottrarre, mentre a tutti gli altri veniva riservata solo qualche episodica azione dimostrativa. I partiti, impoveriti e impauriti, stavano sull’Aventino.

Una martellante campagna tv indirizzava nel frattempo aspre rampogne a tutti gli evasori fiscali e parassiti sociali, simbolicamente ritratti attraverso l’immagine di un povero cristo con la barba trascurata e i tratti meridionali ( tipo “impiegato del catasto nel comune di Roccapalumba”), lasciando così intendere che quelli biondi con gli occhi azzurri la cravatta regimental e la giacca Armani sono invece degli insospettabili e dei benemeriti.

A un certo punto nel brutto sogno sono arrivati tre ragazzotti – uno isterico, l’altro con la fissa di fare il martire, l’ultimo  pervaso da incrollabile confusione – che si sono messi a sparare a casaccio contro il capitalismo.

Tanto a casaccio, che hanno finito per prendere alle gambe un tizio che sarebbe un rappresentante degli interessi legati al nucleare: dopo che il Giappone ha sostanzialmente chiuso tutti gli impianti nucleari, dopo che Francia e Stati Uniti hanno radicalmente frenato su ogni ulteriore sviluppo del nucleare, dopo il referendum del 2011, questi ragazzotti non hanno trovato di meglio che prendersela con questo tizio: vabbè che sono antagonisti anarchici contrari anche agli anarchici, però: o non hanno letto i giornali degli ultimi due anni, o sono contrari anche a guardare ogni tanto la tv, o il pensiero gli funziona (se funziona) solo con anni di ritardo, oppure sono proprio funzionali a un’azione diversiva e mistificante.

Nessun complotto, per carità; almeno, non nella realtà: in Italia i complotti non esistono; e i casi Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, strage di Milano, strage di Brescia, strage di Bologna saranno presto risolti con la massima chiarezza e l’arresto definitivo di tutti i colpevoli che marciranno in carcere per il resto dei loro giorni.

“La vita è sogno”, scriveva Calderon de la Barca; per fortuna, in questo caso non è applicabile la proprietà commutativa. Il brutto sogno rimarrà tale, relegato nei più bui anfratti delle sinapsi e dei neuroni cerebrali: in fondo, napoleone il piccolo è già caduto dal trono di Francia, e si può sperare che Hollande possa essere un nuovo De Gaulle, seppur un poco più bassino; Ah, se in Gran Bretagna venisse fuori un nuovo Churchill! in Germania, non tutti sono ciechi e sordi, e il vecchio gioco della democrazia e delle elezioni può riservare qualche bella sorpresa.

E in Italia?