Aggiornamento del 17 giugno

GUGLIELMO TOCCO: Vuoi che ti voti la legge anticorruzione? E tu cosa mi dai? –

ELIO MAGNANO: Due donne (quasi quattro) –

FILIPPO MOTTA: Stamaledetta Università

Vuoi che ti voti la Legge anti corruzione? E tu cosa mi dai? di Guglielmo Tocco

 

Le parole usate nella “trattativa” non sono state esattamente queste, ma la sostanza è proprio questa.

La “trattativa” (la parola è tra virgolette perché riporta in mente altre “trattative” di cui si riparla in questi giorni, per esempio quella tra mafia e Stato), la trattativa, dicevo, si è svolta apertamente e senza censure Da una parte c’era l’onorevole Fabrizio Cicchitto a nome del PDL, partito di maggioranza relativa che sostiene il Governo Monti, e dall’altra e la Ministra Severino in rappresentanza del Governo, il PD e l’UDC.

“Noi giudichiamo questa legge iniqua, ingiusta, sbagliata, cattiva, da Stato di polizia e non ci piace.” Sosteneva Cicchitto  “Ma noi ve la votiamo. Al Senato, però, dove i nostri voti saranno decisivi, ve la bocceremo. A meno che non ci date qualcosa in cambio: una legge che voi non vorreste ma a noi piace, quella della responsabilità civile dei giudici. Decidete voi cosa fare.”

Un proposta così, in qualsiasi posto si fosse svolto, l’avremmo definito tentativo di ricatto, proposta di voto di scambio, dialogo tra ladroni, camarilla, inciucio e chi più ne ha più ne metta, ma qua eravamo a Montecitorio, il luogo dove i riuniscono gli “onorevoli”.

Quindi si trattava solo di una trattativa onorevole.

E poi, si stava trattando della legge anticorruzione. Non è educato da parte nostra dire qualcosa del tipo “Cominciamo bene” oppure “Ma questi da dove ci sono piovuti (in corretto lentinese di unni ni ghioppunu)?”

Passasse questa legge “liberticida” sapete quanti deputati e senatori non potrebbero più essere ricandidati e andrebbero a finire in galera per i reati più diversi?

Pensate solo a Dell’Utri. Come farebbe l’Italia senza un senatore di quel calibro?

I suoi appassionati interventi, le sue proposte di legge, le sue ferme prese di posizione quando li farà  se non in una delle prossime legislature? In quelle passate è stato impegnato in trattative di altro tipo e problemi con la giustizia.

E senza Cosentino, Romano, Lusi, Belsito, Milanese ecc., tutti galantuomini senza macchia di cui l’Italia ha estre,o bisogno. Come faremmo?

Ravo Cicchitto, hai fatto bene; se vogliono una legge che chiuda le porte del Parlamento a questi e ad alcune altre decine di eroi (se lo era Mangano, perché non dovrebbero essere eroi anche questi?), almeno facciamo pagare giudici e PM che hanno loro rovinato la reputazione!

Di Pietro r i leghisti hanno votato contro.

Il primo ha scoperto che il grillismo porta visibilità sui media e voti. Coerentemente con questo voto farà votare i suoi senatori a favore della legge voluta da Cicchitto, rinnegherà il suo passato di Pubblico Ministero e promuoverà un referendum per cambiare nome a tutte le vie e piazze intestate a Falcone e Borsellino. Viva la libertà.

I Leghisti delle vicende interne di Paesi stranieri non s’impicciano. Al massimo, per cortesia, prendono gli stipendi, i vitalizi, i rimborsi spese (ah, quanti sacrifici si fanno per mantenere buoni rapporti col vicinato!)

Due donne (quasi quattro) di Elio Magnano

 

Questa settimana voglio scrivere di due donne. Donne coraggiose, le cui storie assumono uno straordinario valore civile e morale. La prima di queste donne mi è venuta in mente sfogliando casualmente un libro, regalato a mia moglie dalla sua ex direttrice di circolo Mimma Liotta, “L’arte della gioia”, di Goliarda Sapienza, che, ammetto la mia ignoranza, non conoscevo. Leggo sulla copertina del libro che è nata a Catania, che è stata una scrittrice ed anche attrice di teatro e di cinema. Ebbe una relazione sentimentale molto intensa col regista Citto Maselli. Anche la storia di Goliarda è una storia complicata ed interessante. Ma non è di lei che voglio oggi scrivere, ma di quella donna che ho scoperto essere la madre di Goliarda. E, cioè, Maria Giudice, di cui, invece, conoscevo la vita avventurosa di rivoluzionaria socialista. Ne voglio scrivere anche perché, proprio in questi giorni, a Maria Giudice il Comune di Lentini ha dedicato una via, in contrada Carrubbazza. Ed è una scelta assolutamente condivisibile, perché Maria Giudice è stata una donna di grande valore e di forti passioni politiche e civili. Fu una donna anticonformista, libertaria, determinata, fortemente impegnata nelle lotte per l’emancipazione delle donne e dei lavoratori. Fece delle scelte difficili, impensabili per una donna della sua epoca. Nacque in un paesino dell’Oltrepò pavese nel 1880. Scelse di sposare la causa socialista e di diventare una “rivoluzionaria di professione”. Conobbe Gramsci, che con lei collaborò come redattore del giornale «Il grido del popolo», Umberto Terracini e persino Lenin, durante un soggiorno in Svizzera, dove era andata per sfuggire al carcere. Divenne, giovanissima, segretaria della Camera del Lavoro di Torino. Partecipò intensamente alle lotte operaie e popolari di quegli anni. E fu più volte arrestata per causa di quelle lotte. S’innamorò di Carlo Civardi, giovane agricoltore del luogo, dal quale ebbe ben sette figli. Decise però di non sposarlo e di praticare la «libera unione». Scelta anche questa, per l’epoca, decisamente coraggiosa. Carlo muore al fronte durante la prima guerra mondiale. All’inizio del 1920 Maria Giudice fu inviata dal partito socialista in Sicilia, dove svolse un ruolo importante di propaganda politica e di organizzazione del movimento socialista e sindacale. In Sicilia conobbe Giuseppe Sapienza, avvocato socialista catanese («l’avvocato dei poveri»), dal quale ebbe l’ultima figlia, Goliarda. A Catania, dove visse col suo compagno, fu al centro di un’intensa attività politica e sindacale. Venne, in quegli anni, molto spesso a Lentini. Il 7 luglio 1922 vi tenne un comizio, al termine del quale sembra che la polizia sparò sulla folla uccidendo due donne. È un episodio, purtroppo, ancora oggi poco chiaro. Fu davvero la polizia a sparare sulla folla o furono alcuni agrari lentinesi, ai quali i contadini avevano occupato le terre nelle settimane precedenti? E furono davvero uccise due donne e chi erano? Mi auguro che la storiografia locale possa dare un contributo di chiarezza. Maria Giudice, dopo i fatti di Lentini, fu arrestata e condannata. Rimase in carcere nove mesi. Con l’avvento del fascismo fu sottoposta a rigida vigilanza e si dedicò soprattutto allo studio. Si trasferì poi a Roma per seguire gli studi della figlia Goliarda, e qui morì il 5 febbraio 1953. I vicini di casa rimasero non poco stupiti quando, a rendere omaggio alla salma, in quella modesta casa romana, giunsero uomini come Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Umberto Terracini e tanti altri suoi compagni di lotta e di militanza.

L’altra donna di cui voglio scrivere è Franca Viola. Forse ai più giovani anche questo nome dirà poco o nulla. Ma è una storia che va conosciuta. Se non ricordo male anche Guglielmo Tocco ne ha scritto qualche tempo fa. Oggi è, ancora una volta, un bel libro a richiamare alla mia memoria questa storia emblematica. Il libro, dal titolo rivelatore “Niente ci fu”, è di Beatrice Monroy, anche lei siciliana, pubblicato da poco. La storia, nella sua crudeltà, è assai semplice. Franca è una bella ragazza di Alcamo, comune in provincia di Trapani, terra di mafia. Nel dicembre del 1965, Franca ha appena 18 anni. Filippo Melodia, mafioso del luogo, s’invaghisce di lei, che, però, lo rifiuta. Così il 26 dicembre 1965, spalleggiato da un nutrito numero di scagnozzi, Melodia la rapisce e la conduce in una casa di campagna, dove la violenta per giorni. Queste cose, nella Sicilia degli anni ’60, si aggiustavano con il matrimonio riparatore. Addirittura il codice penale (art. 544) prevedeva che il matrimonio facesse cessare ogni effetto penale e sociale della violenza inferta. Filippo Melodia, vestito a festa, si presenta dal padre di Franca sicuro di poterla ottenere in sposa. Non si aspettava che Franca rifiutasse il matrimonio riparatore. Un gesto inaudito per quel tempo. È stata, forse, la prima donna siciliana a fare questo gesto, che lei, in una delle poche interviste rilasciate, definì “la cosa più normale di questo mondo”. In realtà fu un gesto eroico, che servì a picconare un’impalcatura sociale e civile che non poteva più reggere perché fondata su antiche ed insopportabili sopraffazioni. In quegli anni erano ancora in vigore leggi a dir poco barbare, che prevedevano, ad esempio, il carcere per la donna adultera e il cosiddetto «delitto d’onore», cioè la possibilità di uccidere con l’alibi di lavare l’onore macchiato. Ovviamente il «delitto d’onore» valeva soltanto per l’uomo. Franca dice no al suo stupratore e lo manda in carcere. Fu, dunque, una donna coraggiosa, ma coraggioso fu anche il padre Bernardo, contadino ed uomo semplice, che denunciò gli stupratori e non si piegò mai dinanzi alle intimidazioni (campi devastati, animali uccisi) dei mafiosi di Alcamo. E lo fu anche Giuseppe, un ragazzo del luogo che sposerà Franca per amore e che lei considera il vero eroe della sua storia. “Io ho solo reagito ad un torto. Lui invece ha sfidato la mentalità del paese, mettendosi contro tutti e sapendo di rischiare persino la vita”.

L’io narrante – nel racconto della Monroy – è un coro di donne che ad un certo punto così riassume il dramma non solo fisico di Franca:

 

“Vorremmo farti compagnia nella stanzuccia dove
il tuo corpo è stato marchiato, dove è stata segnata
una traccia che non potrà mai più essere rimossa.
Adesso tu fai parte di noi, le donne rapite, stuprate.
Chiamiamoci tutte Franca Viola perché di te rimarrà
il nome, mentre di noi è rimasto solo il silenzio.”

Stramaledetta Università, di Filippo Motta


Con gli esami di stato – la vecchia “maturità” –  si compie per ogni giovane studente un ciclo non solo di studi, ma autenticamente esistenziale; il che giustifica la persistenza del “timore e tremore” nell’affrontare l’evento, peraltro sempre più legato ad aspettative prevedibili.

La informatizzazione di parte delle  procedure dovrebbe ridurre alcuni costi e consentire una migliore valutabilità dei risultati, ma certo non ridurrà l’ansia degli esaminandi; soprattutto, non porterà alcun contributo ad un sistema scolastico che non riesce più, tra vecchie modalità e innovazioni da “prove Invalsi”, a mostrare una chiara identità.

Dopo un lungo periodo di “sperimentazioni dal basso”, talora eccellenti talaltra confuse, la scuola italiana ha conosciuto – e ancora ne geme –  un altrettanto lungo periodo in cui ogni governo ed ogni ministro della P.I. ha tentato di fare la “sua” riforma, naturalmente sempre con tanto di dispregio per il famigerato Gentile, come vuole la “correttezza” politica, doverosa quanto banale.

I tentativi di riformare la scuola primaria e secondaria, tra alti e bassi nonché tra avanti e indietro, sembrano aver temporaneamente esaurito la carica della coazione a ripetere, che adesso ha preso di mira il sistema universitario.

Non che il sistema universitario non avesse e non abbia bisogno di interventi correttivi anche energici, ma la sensazione del basito cittadino medio è che si giochino soprattutto partite finalizzate ad equilibri di potere, e che –per esempio – aumentare il potere dei Magnifici Rettori c’entri ben poco con la Strategia di Lisbona e con la rincorsa alla “società della conoscenza”.

Da quando il primo ominide scoprì che si poteva scheggiare e appuntire alcune pietre ( ricordate l’affascinante incipit di 2001- Odissea nello spazio?) , e  con quelle pietre colpire, scolpire e rompere ( lo stesso ominide o un altro? La questione potrebbe essere interessante), la conoscenza ha determinato sviluppo e ricchezza,  vittorie militari e progresso civile, nascita o tramonto di civiltà.

In proposito, all’interno del campo della conoscenza sono stati sempre fondamentali i corretti equilibri tra cultura in senso lato e ricerca scientifica, tra fenomenologia dei valori innovazione tecnologica, tra la produzione della conoscenza e la sua traduzione nei processi produttivi: quando questi equilibri si rompono, un “sistema” può facilmente scivolare nella stagnazione economica o nella scelta della utilizzazione dei forni crematori per cancellare una razza “inferiore”.

Di tutto ciò i governi italiani – con una continuità tra governi diversi, compreso il governo dei professori, che meriterebbe ben altri campi d’applicazione – si sono molto spesso mostrati ignari o noncuranti : basti riflettere sul fatto che l’Italia finanzia la ricerca europea in proporzione al PIL, come è d’obbligo, e riottiene finanziamenti dall’Europa in ragione del numero dichiarato di ricercatori, come è giusto; risultato? Per ottenere equilibrio tra ciò che l’Italia versa e ciò che ottiene, ogni ricercatore italiano dovrebbe vedersi assegnato mediamente il doppio dei finanziamenti ottenuti dai colleghi francesi o tedeschi (v. A. Bellelli L’Italia e i fondi europei per la ricerca,  Return on Academic ReSearch, V/2012, http://www.roars.it/online).

La spesa per la ricerca scientifica rappresenta però solo uno degli aspetti della malattia cronica dell’Università italiana: un sistema dei concorsi che era e rimane altalenante tra controproducenti rigidità  ( nell’ostacolare il rapporto maestro/allievo) ed  eccessiva “elasticità” ( nel consentire episodi di clientelismo e familismo); una persistente difficoltà nel “misurare” la produttività dei ricercatori ( quando produttivi sono) tra criteri quantitativi e criteri qualitativi; un sistema delle relazioni interne e dei processi decisionali che continua a rimanere ispirato più alle liturgie feudali che alle procedure democratiche; gravi carenze nella offerta e organizzazione dei servizi e nella didattica a sostegno degli studenti.

Le proposte e le indicazioni correttive non mancano: un recente volumetto, piccolo ma ricco, del prof. Coniglione, dell’Università di Catania (F. Coniglione, Maledetta Università – Fantasie e realtà sul sistema della ricerca in Italia, di girolamo editore, 2011) ha mostrato con dovizia di dati come il confronto con celebrate università straniere, a dispetto della differenza di mezzi, sia tutt’altro che mortificante per i centri di ricerca e per i ricercatori italiani; e come “…basterebbero alcuni azzeccati e chirurgici interventi per rimettere il malato in piedi e avviare un processo di progressiva guarigione”.

In realtà, una perdurante opinione alimentata da settori non innocenti considera l’Università un aggregato di inefficienze e di incompetenze, con l’evidente obiettivo di voler dirottare investimenti pubblici e privati sulle Università private, così come è già stato fatto con successo nei riguardi di scuole primarie e secondarie private.

E come in ogni bella torta, è prevista anche la ciliegina, ovvero l’abolizione del valore legale del titolo di studio; insomma: se hai studiato alla Bocconi, un giorno potrai anche fare il Primo Ministro; ma se hai studiato in una facoltà del profondo sud, al più potrai fare il volontario in Africa.

Intanto, diminuiti i finanziamenti e scoraggiata la ricerca, i vecchi e nuovi studenti universitari dovranno misurarsi con  la mancanza di professionalità di alcuni docenti che si rendono “irraggiungibili”, con aule sovraffollate o improvvisate, con ambienti inadeguati, con mense a rischio infezioni, con sedute d’esame  che saltano per improvvise quanto lunghe assenze ingiustificate, con orari di lezioni strampalati o non coordinati, con 3 + 2 pasticciati e controproducenti, con la lampante incostituzionalità del “numero chiuso”  di alcune facoltà, buono tuttavia a far fiorire il mercato delle preparazioni.  Ovviamente, private.

Non stupisce, in questo contesto, come IL “XIV Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati”,  a cura di Andrea Cammelli, abbia rilevato che tra il 2004 e il 2008 l’Italia si è caratterizzata per  una riduzione della quota di occupati nelle professioni ad alta specializzazione, diversamente rispetto alla media  dei paesi dell’Unione Europea. Un comportamento in controtendenza  che dal corso della crisi non poteva che essere accentuato.

Per cui, la preparazione alle professioni e alle funzioni direttive rimane sostanzialmente elitaria e quantitativamente inferiore alla media EU ed alle esigenze del Paese, in quanto affidata non già ad un processo formativo organicamente sistemico, quanto piuttosto a margini ancora larghi di influenza dei meccanismi familistici, clientelari, cooptativi.

Eppure proprio in periodi di crisi bisognerebbe aiutare i giovani investendo in istruzione, ricerca, innovazione e cultura; proprio a causa della crisi, e per la corretta comprensione storico-economica delle sua cause, bisognerebbe abbandonare i metodi strettamente monetaristici e valorizzare la scuola e l’Università come settore strategico per la produzione del capitale umano.

La deriva monetaristica, causata e aggravata dalle banche e dalla grande finanza speculativa, sta spogliando il reddito dipendente e riducendo il mondo a spread, la scuola a edifici da accorpare o eliminare, la società a titolari di tasse da pagare.

La “società della conoscenza” è appena un fantasma, la cui maschera serve appena a riprodurre forza lavoro intellettuale dequalificata, privata sempre più del valore intrinseco alla ricerca ed al sapere, verso un nuovo Fahrenheit 451.

Speriamo che la fantascienza rimanga nel suo territorio così prossimo, seppur alternativo,  alla poesia; e che un nuovo Ray Bradbury non debba raccontarci di esseri  umani, sopravvissuti alla scomparsa delle stramaledette Università, costretti a condurre un’epica lotta per salvare i libri dalla furia iconoclasta di un potere ottuso. In fondo, anche Bradbury è morto tranquillo e benestante nel suo letto alla bella età di 91 anni. Coraggio, ragazzi: fate gli esami e partite anche voi per questa bella avventura che è l’Università. Per chi è scoraggiato, sono disposto a far cambio …

Aggiornamento dell’11 giugno

FILIPPO MOTTA: AAACercasi… –

GUGLIELMO TOCCO: Il “ciapa no” –

ELIO MAGNANO: Il punto di vista del Kerala –

AAA cercasi… di Filippo Motta


– Cercasi compagnia assicurativa che dia davvero il rimborso a chi ha assicurato la casa contro i terremoti. Si assicura la massima discrezione.

– Cercansi banchieri, super tecnici e super pagati, per dirigere scuole, ospedali, tribunali, ferrovie, partiti, autostrade, associazioni di tempo libero, case di riposo, squadre di calcio, Autorità di Controllo e “porcellini di risparmio” dei bambini. Fallimenti e debiti sono considerati titoli positivi aggiuntivi solo se sono stati mantenuti segreti.

– Cercasi spirito santo, con adeguato curriculum vitae e certificazione miracoli, per illuminare le stanze delle sedi pontificie.

– Cercansi Tecnici idonei a selezionare Tecnici che nominino altri Tecnici che aiutino il governo italiano dei Tecnici a rispondere ai bisogni della Nazione. Si assicurano adeguati compensi.

– Cercansi giurati volontari per concorso nazionale “ Il Peggior Ministro dell’Anno”. Si avverte che, per manifesta superiorità, è escluso dal concorso il ministro Profumo.

– Cercasi psicanalista serio, referenziato, per aiutare il ministro italiano dello Sviluppo a capire quale sia il suo ruolo e la sua identità dentro la compagine di governo.

– Cercansi banchieri che danno prestiti invece che chiederli. No perditempo.

– Cercasi barboncino smarrito, testolina tutta bianca, abbandonato dai Poteri Forti. Rivolgersi Università Bocconi, Milano.

– Cercasi usuraio professionista, carriera documentata, di qualunque nazionalità ma preferibilmente tedesco,  in grado di rimettere a posto i conti di Stato in difficoltà per debiti. Inviare dettagliato curriculum ad ambasciata greca.

– Cercasi affiatata e ben addestrata squadra di colombe per scacciare corvi appollaiati sugli edifici. Spedire documentazione con foto a Stato del Vaticano.

– Cercansi magistrati in grado di prevedere l’arrivo di terremoti; inviare dettagliato c.v. a procura di L’Aquila insieme  alla foto  delle sfere di cristallo in uso.

– Cercasi Primario disposto a non partecipare a Primarie politiche; banchiere disposto a non esigere commissioni anche sulla libertà di parola; Professore disposto a non dare lezioni a tutti; politico disposto ad andare in vacanza solo con soldi propri; membro della “società civile” disposto a non considerare “società incivile” il resto del mondo. Adesioni e offerte presso le segreterie dei partiti.

– Cercasi spiaggia, possibilmente in Normandia o in Sicilia, per nuovo sbarco americano contro occupazione tedesca dell’Euro; inviare foto a banche spagnole, fresche beneficiarie di maxiprestito grazie alle pressioni di Obama.

– Cercansi nuclearisti convinti, in vista di consultazioni sulla scelta di zone non sismiche in Italia per centrali nucleari di penultima generazione. Inviare candidature ad ambasciata giapponese.

– Cercasi calciatore non scommettitore per completare la squadra “Angioletti del Paradiso”; Selezionatore Unico San Siro; Commissario Tecnico San Nicola di Bari.

– Cercasi magistrato disposto a riconoscere che la legge è uguale per tutti, anche per i magistrati. Non si accettano dichiarazioni anonime.

– Cercasi sorriso sereno e genuino; è stato perduto in seguito ad attentati, omicidi, femminicidi, morti sul lavoro, precarietà e disoccupazione; è stato intravisto, smarrito, tra ingiunzioni per tasse arretrate e nuovi balzelli. Sembra si aggiri ancora nei pressi delle case più sfortunate, dove vorrebbe portare un po’ di conforto. Si invita accoratamente chi ancora ne possiede uno a non farselo rubare, a sorvegliarlo e alimentarlo, a darne una parte a chi non ce l’ha più.

Il “ciapa no”, di Guglielmo Tocco

Conoscete il “Ciapa no”? È un gioco di carte. Deriva dal tressette, di cui mantiene il valore delle carte e il punteggio. Ma da questo differisce proprio nella sostanza. Vince chi fa meno punti. La meta da raggiungere è quella di perdere e tutte le strategie, le tattiche, i trucchi, gli inganni e le invenzioni sono finalizzati a questo.

È il gioco storico della sinistra italiana. Ed è così bello che ha conquistato le simpatie anche delle altre forze politiche. Da un po’ lo praticano con profitto anche la destra o quel che si cela sotto il pudico nome di PDL e il centro (campioni italiani juniores sono Rutelli, quasi imbattibile, e Fini, anche qui eterno secondo).

Campioni mondiali di questo gioco sono i leghisti: dapprima con quattro voti e due rudimentali idee risalenti al medioevo inopinatamente erano arrivati a governare una Nazione che considerano straniera, ma appena hanno capito che governando si è sotto osservazione, per non cascarci più hanno messo a segno alcuni colpi magistrali ed hanno perso così anche le pochissime possibilità che erano loro rimaste di fare la mosca cocchiera ad un nuovo capo.

Grandissimi campioni del “Ciapa no” italiano sono il PD, il micro arcipelago della sinistra, il PDL (nuovo entrato, ma già formidabile), l’eterna UDC.

Comincio dall’ultimo partito. Questo è tanto bravo che parlare è perfino superfluo. Il suo leader che anche quando è solo in bagno e riflette a voce alta mentre si fa la barba si parla come se si rivolgesse a folle oceaniche (tono alto e sillabe scandite) da tempo adotta una strategia semplice ma efficace: finge di giocare ma non gioca. Nessuno è tanto sicuro di non vincere come chi non gioca.

Il PDL, sedutosi da poco al tavolo, sta dimostrando talento e volontà eccezionali: dalla nomina monocratica a segretario di quel bravo giovane di Angelino (sissignori, Angelino!) Alfano alle sbarrulate (scusatemi il termine dialettale, ma rende meglio l’idea) di Berlusconi è arrivata una lunga serie di ruzzoloni (il più clamoroso quello delle Amministrative) che dovrebbero mettere questo partito al riparo dei rischi di vittoria e della responsabilità di andare di nuovo a governare.

Di Pietro, inseguendo Grillo e piazzando qualche buon colpo alle amministrative di quest’anno e dell’anno scorso, ha corso il serio rischio di un sostanzioso incremento dei suoi voti, col conseguente pericolo di entrare, con i giusti alleati, a far parte del prossimo governo,. Ma è furbo l’ex PM, perciò per evitare ogni eventualità di questo tipo si è affrettato a rompere col PD, l’unico partito che potrebbe trascinarlo sulla cattiva strada: “Ma che c’azzecco io col Governo”?

La micronesia della sinistra storica sta vivendo uno dei ricorrenti momenti di esaltazione: il vento che preannuncia altre legnate comincia a spirare. I suoi leaders sanno che camminano sul velluto, ma le cautele non sono mai troppe e così stanno pensando ad un nuovo frazionamento che porti alla nascita di un nuovo partitino, stavolta figlio della FIOM. Falce, Martello e Masochismo è il nuovo motto.

Niki Vendola, per quanto colto e intelligente sia, sembra non avere capito bene a che gioco stiamo giocando: parla di lavoratori, dei problemi del Paese, della necessità di unire la sinistra. Insomma, sembra convinto che vincere è meglio che perdere. Se non lo fermano questo rischia di rovinarsi.

Un rischio da principianti, che un partito come il PD, erede della lunga esperienza democristiana e comunisti, non correrà mai.

Appena gli altri (leggi PDL) perdono qualche punto e lo scavalcano verso il basso, esso reagisce subito con la cessione dei punti in più.

Dopo le “trovate” di Berlusconi (stampini per euro privati e presidenzialismo alla Arcorese), Bersani ha subito ristabilito l’ordine con le nomine delle authority in perfetto stile Craxi-Forlani (operazione non andata a buon fine, ma di grande effetto mediatico, almeno per la buona volontà) e con la dichiarazione pubblica di volersi alleare con Casini (che, tra l’altro, ne respinge il corteggiamento). Mai si dica che è pronto a governare!

E Grillo? Quello, privo di esperienza com’è, sta giocando la sua partita a vincere. Naturalmente gli altri lo lasciano fare, ridendo sotto i baffi e dandosi gomitate d’intesa. Il cerino acceso resterà a lui.

Dovesse andar male questa possibilità, è pronto un Piano B: ABC e Napolitano chiederebbero a Monti di fare il piccolo ulteriore sacrificio di rimanere a Palazzo Chigi ancora per una decina d’anni.